La debacle degli agrumi

Che tristezza, quante lacrime. Girando per San Ferdinando e Rosarno, vedi ancora le clementine attaccate agli alberi o cadute per terra. Si tratta di prodotti invenduti o – quel che…

Che tristezza, quante lacrime. Girando per San Ferdinando e Rosarno, vedi ancora le clementine attaccate agli alberi o cadute per terra. Si tratta di prodotti invenduti o – quel che è peggio – venduti e, assai spesso, non pagati o pagati solo con l’iniziale caparra come si usa fare dalle nostre parti. Per questo ti assale la tristezza, per questo non puoi che piangere lacrime amare. La dolcezza delle clementine non serve ad attenuare l’amarezza che ti assale perché hai speso, per la loro coltivazione annuale, migliaia di euro. Specialmente se non sei un coltivatore diretto o un bracciante e mantieni – per esempio – un ettaro di terra, frutto dei sacrifici di tuo padre che ti ha lasciato e che ti dispiace (s)vendere. Non è umano, però, che tu debba spendere parte del tuo stipendio o della tua pensione per la coltivazione di cinquecento piante di clementine, un tempo, considerate l’oro della Piana, così come lo sono quelle di Sibari-Corigliano-Rossano. Un ettaro che ti costa per concimazione, irrigazione, potatura, zappa migliaia di euro. E così, dopo che avevi sostenuto queste spese, per rendere il prodotto qualitativamente più appetibile e quantitativamente soddisfacente, quest’anno, ti sei ritrovato a vendere a cinque-centesimi al chilo il prodotto sul quale avevi puntato per contribuire al mantenimento della famiglia. E invece, anziché guadagnare di più degli anni scorsi, pur avendo avuto un frutto migliore sei stato costretto quasi a regalarlo all’acquirente che ha capito il dramma vissuto da chi aveva sperato e speso soldi, ma tanti soldi, per giungere al prodotto da far invidia sui mercati del Nord o d’Europa. E così, in molti, siamo stati costretti ad accontentarci di quel che il convento quest’anno passava. E dire che fino a una decina d’anni fa, la vendita era davvero remunerativa. Senza andare indietro negli anni, a quando, per costruire il “famigerato” quinto centro siderurgico, un “ruspa senza cuore” ha estirpato migliaia e migliaia di piante di clementine, facendo piangere gli ignari proprietari, costretti a cedere all’esproprio di Stato. Per far che cosa poi? C’è voluto un industriale del Nord – Michele Ravano – a insediare, da quelle parti un’industria di transhipment, dopo che, anziché l’impianto industriale, obsoleto prima di nascere, fu realizzato quel che è stato il porto più importante del Mediterraneo. E in quella contrada – la famosa Lamia – c’erano le clementine più buone della Calabria, quanto o più di quelle di Rossano-Corigliano.
I proprietari, allora, erano i ricchi dei paesi. Avevano belle case, i figli studiavano, non a Messina, considerata un’università di secondo livello, ma da Roma in su, Milano in testa. E le macchine, già in quegli anni, erano due o tre per famiglia. Insomma, una vita agiata da far invidia a quanti non possedevano un mandarineto di quel livello. È vero che i proprietari furono indennizzati con i soldi degli espropri, ma quanto durarono rispetto alla vita delle piante pregiate? Poco, specialmente se oggi si considera che le clementine, anche se non sono quelle della Lamia, hanno prezzi da fame? Chi lo avrebbe mai immaginato? Non sono (stati) pochi quelli che, dopo le imprecazioni tipiche del coltivatore, hanno gridato «adesso vendo tutto!», «quest’anno abbandono terra e coltivazione» oppure «mi limiterò al minimo indispensabile». Come dar loro torto? C’è una ragione per questa vera e propria “debacle”? Gli esperti parlano di concorrenza spietata della Spagna che produce a costi inferiori. Non si nasconde – se è vero – il blocco dei mercati russi. Fatto sta che una soluzione occorre pur trovarla, visto che solo la Calabria è seconda, come produzione, all’intera Spagna. Naturalmente si è tornato a parlare di consorzi fra produttori, della necessità di fare squadra per reggere le sfide del mercato globale. Nella Piana di Sibari, Giorgio Salimbeni è un produttore che ha costituito un consorzio che gestisce il marchio protetto del pregiato frutto calabrese. I soci, ancora, non sono molti. L’imprenditore spera di spingersi anche nella provincia di Reggio. Le difficoltà, però, non sono poche, a partire dalle estensioni. In Spagna un’impresa media è di dieci ettari. In Calabria, nel migliore dei casi, è di tre. Ma sono rari questi casi. La verità è che, essendo noi calabresi, poco (o affatto) propensi all’associazionismo («la migliore società è quella costituita in numero dispari e tre sono troppi», dice un assunto attribuito all’avvocato Gianni Agnelli). Salimbeni è intenzionato a muoversi su più fronti, compreso l’Expo di Milano e la fiera internazionale dell’ortofrutta di Berlino.
Sono partiti contatti con le maggiori catene europee di distribuzione come la Auchan o Carrefour. È indubbio che il cammino sia in salita, anche perché i produttori sono migliaia ed è difficile – se non si trova una soluzione adeguata – contattarli tutti perché ognuno faccia la propria parte. Anche in questo caso – o soprattutto – la Regione, con appositi divulgatori, ha un ruolo importante e vitale da compiere nel convincere, intanto, i produttori ad associarsi e risparmiare così nelle spese. Anche la Coldiretti è pronta a fare la sua parte. Il presidente Pietro Molinaro ha dichiarato la propria disponibilità. Intanto, senza polemiche, si dovrebbero aprire sedi nei comuni interessati e riunire gli agricoltori: illustrare programmi, annunciare iniziative concrete, indicare come aderire al marchio protetto. Fino agli anni 60, non c’era comune dove non esisteva una sede della Coldiretti: c’erano le cooperative per l’acquisto di concimi e antiparassitari. Solo così, forse, potrà tornare il sorriso sulle facce degli agrumicoltori. Altrimenti sarà la fine.

 

*Giornalista





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