Quella sanità che funziona

La sanità quasi sicuramente costituirà argomento di discussione anche nei prossimi mesi e terrà viva l’attenzione dei calabresi. Per un verso l’attenzione sarà rivolta sul commissario straordinario sia per come…

La sanità quasi sicuramente costituirà argomento di discussione anche nei prossimi mesi e terrà viva l’attenzione dei calabresi. Per un verso l’attenzione sarà rivolta sul commissario straordinario sia per come si muoverà, diciamolo pure, nel marasma degli interessi trasversali presenti dal Pollino allo Stretto sia per come cercherà di inserirsi per apportare le innovazioni che possono servire da antidoto per talune discutibili scelte fatte e i cui risultati hanno determinato l’acuirsi di contrapposizioni sul territorio, ma anche per porre un freno ai costi che lievitano sempre più e che ci fanno apparire come una regione sempre più capace di dissipare denaro e meno disposta ad impegnarsi per raggiungere quei livelli esistenti nelle regioni cosiddette virtuose. Dopotutto avremmo l’obbligo di impegnarci in tal senso visto che si sta parlando della più grande industria esistente nel territorio, che non produce beni materiali ma che si occupa del bene più prezioso: la salute. Per perseguire questa strada sarebbe opportuno un approfondito esame di ciò che esiste, di ciò di cui si dispone e compararlo con quanto manca e, invece, dovrebbe esserci. Da tale indagine possono emergere anche realtà spesso sconosciute ai più, e di cui potremmo anche andare orgogliosi, che sono in grado di sovvertire risultati di giudizi affrettati su un sistema spesso solo vituperato.

Naturalmente la sanità calabrese nel suo complesso va ripresa e in alcuni casi anche ripensata. Ma è anche vero che vi sono strutture sulle quali poco o nulla c’è da dire, anche nel raffronto con la realtà del tanto celebrato Nord, se non che sono insufficienti e che andrebbero potenziate. Parliamo delle Stroke unit, i centri d’eccellenza per la prevenzione e la cura della terza causa di decessi dopo l’infarto e il tumore. In Calabria, con una popolazione considerata a rischio di circa due milioni ne abbiamo solo tre: Cosenza, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Le province di Catanzaro e di Crotone ne sono, dunque, sprovviste. Eppure i dati ci dicono che il fatto che se il paziente sia subito preso in carico da un centro specialistico può fare la differenza non solo per salvargli la vita, ma anche per un recupero ottimale.
Quello di Vibo Valentia, il dipartimento di Scienze Neurologiche dell’ospedale “Iazzolino” diretto dal dott. Domenico Consoli, è una “unità di emergenza dedicata”, fiore all’occhiello per la sanità calabrese, considerata unanimemente tra le prime dieci neurologie italiane e la quinta per quanto riguarda la terapia trombotica. I numeri riferiti a quella Stroke unit ci fanno sapere che nel 2012 ha fatto registrare una percentuale nazionale del 28,4 per cento di pazienti “trattati” rispetto al 27,2 per cento della Lombardia, regione considerata al primo posto per efficienza. E non è l’unico dato significativo; infatti c’è da aggiungere che la Stroke unit di Vibo Valentia da tempo partecipa all’elaborazione dei protocolli per lo studio e gli interventi della malattia trombotica. Si tratta di una attività di alto interesse scientifico che, almeno in questo, pone la Calabria alla pari con altre realtà del Paese.
Ecco, sarebbero sufficienti questi riferimenti per dire che in Calabria serve una rete che consenta di gestire al meglio i cittadini colpiti da ictus in modo che non si dica che anche l’ictus, in Calabria, non è uguale per tutti. E, forse, non sarebbe azzardato dire che si pretenderebbe un riordino della sanità pubblica. Ci sovviene ancora il dipartimento di Scienze Neurologiche di Vibo Valentia perché in quella realtà, che meriterebbe ben altra attenzione e considerazione, si lavora con abnegazione, senza tenere conto dell’esiguità del personale e con posti letto insufficienti. Un luogo nel quale si continua a curare pervicacemente l’aspetto scientifico senza lasciarsi condizionare da altro. La stessa cosa può dirsi anche per le Stroke unit di Cosenza e di Reggio Calabria.
Sono queste le realtà che vanno tenute in considerazione e supportate con iniziative che assicurino un sereno lavoro al personale che, alla fine, si riverbera sui bisogni dei degenti e delle loro famiglie.
Organizzare la sanità in Calabria non è certamente semplice perché significa incidere sulla spesa che va razionalizzata secondo standard più accettabili, ma vuol dire anche elaborare programmi e piani d’intervento che evitino inutili e anacronistici duplicati il cui fine è spesso rivolto ad appagare richieste clientelari senza curarsi dell’aspetto funzionale. Scelte neglette fatte in passato per ragioni di clientela politica e divenute strumento di campagne elettorali che hanno fatto nascere, spesso anche senza criterio, strutture ospedaliere che, col passare degli anni, si sono trasformate in vere e proprie cattedrali nel deserto.
In Calabria serve una inversione di tendenza, un nuovo modo di concepire la sanità essendo accorti a non farla contaminare più del dovuto dai centri del potere politico e facendo in modo che tenga sempre più conto della sua funzione scientifica a presidio della salute pubblica. Tenere in considerazione i bisogni delle popolazioni, infatti, significa anche prendersi cura della salute di esse evitando loro di continuare a sottostare ai viaggi della speranza che alla fine si traducono in un aggravio per le già disastrate casse della Regione.

 

*giornalista





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