Il coraggio di denunciare

Prima all’Università Magna Grecia di Catanzaro, poi nei locali di un ristoratore reggino. E sempre per parlare di lotta al racket, a seguito della pubblicazione, con relativo commento, di un…

Prima all’Università Magna Grecia di Catanzaro, poi nei locali di un ristoratore reggino. E sempre per parlare di lotta al racket, a seguito della pubblicazione, con relativo commento, di un volume che raccoglie il percorso delle associazioni antiracket. È stato Attilio Tucci, presidente dell’osservatorio sulla ndrangheta, a riaffermare che «il patrimonio della denuncia è un bene comune da non disperdere».
D’altro canto non bisogna mai dimenticare quel che sosteneva, da par suo, Giovanni Falcone: «Chi tace e piega la testa muore ogni giorno, chi parla e cammina a testa alta, muore una volta sola!». Questo è il punto. Cosa scegliere? La presidente delle associazioni antiracket della Calabria, Maria Teresa Morano, è del parere che «luoghi e parole simbolo della denuncia fanno la differenza in una società che vuole sbarazzarsi del peso imbarazzante del racket per poter garantire lo sviluppo». Come dire che la scelta non può essere, in ogni modo possibile, che quella di parlare e camminare a testa alta. La solitudine, ha lasciato intendere la Morano, è il contrario del «mai più soli» con cui un imprenditore deve fare spesso i conti, quando finisce nel mirino di chi si è dedicato alle estorsioni. Ecco perché associarsi, aver fiducia nello stare insieme.
La forza dell’unità sta nel fornire un aiuto alle vittime delle estorsioni e che trova spazio nella divulgazione delle finalità delle associazioni che combattono il racket. È stato il presidente onorario della federazione delle associazioni antiracket, Tano Grasso, a porre l’accento sulla necessità del coraggio della prima denuncia. Solo chi ben comincia è a metà dell’opera, perché chi estorce fa affidamento sulla paura, sulla mancanza di coraggio di chi riceve la minaccia. «Non ci sono più alibi – hanno detto in coro Grasso e Ottavio Sferlazza, procuratore della Repubblica di Palmi –, il costante rapporto e il continuo dialogo tra associati che vivono nel territorio, con le forze dell’ordine, possono garantire il successo nella lotta alle organizzazioni criminali. Non è semplice, ma non si può essere tutta la vita dei Don Abbondio, se si vuole contribuire, sia pure non da soli, a cambiare la società calabrese e isolare i malavitosi.
E rimanendo in provincia di Reggio, non si può non rilevare il ricordo del procuratore Paolo Borsellino, fatto a Oppido Mamertina, dalla sorella Rita. «Quel fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della complicità e della contiguità» è stata una delle espressioni di Paolo Borsellino che la sorella ha ripetuto incontrando gli studenti della città della Piana. È l’unica cosa che fa – un po’ come Gherardo Colombo, uno dei magistrati del pool Mani pulite di Milano – la signora Borsellino. Incontra gli studenti «per capire a far capire» quel che c’è da capire in terre isolate e vittime dello strapotere delinquenziale. Rita Borsellino ha “incantato” gli studenti, raccontando la sua esperienza di sorella di un magistrato di prima linea sia quella di vittima di mafia.
«Da quel giorno – ha rilevato – niente è stato come prima. Anche se tante cose sono cambiate la morte di mio fratello mi ha insegnato, ove mai non lo avessi saputo, che non si poteva e non si doveva più chinare la testa». Rita Borsellino, dopo quel tragico 19 luglio del 1992, agli studenti ha sentito di dire di aver sentito, più di prima, l’urgenza e l’esigenza di far qualcosa perché, anche dopo l’attentato e la morte di Giovanni Falcone, era cambiata la voglia di capire. Di sapere, di conoscere.
E se Tano Grasso ha parlato delle sue esperienza di fondatore delle associazioni antiracket, Rita Borsellino ha raccontato il suo modo di impegnarsi nella nascita di asso azioni promotrici di iniziative per contrastare la mafia. Anche a lei, si devono le “carovane antimafia”, “Libera” di Don Luigi Ciotti. Con la morte di Falcone e di suo fratello è cresciuta la consapevolezza che qualcosa si poteva e si doveva cambiare e, soprattutto, si doveva capire da quale parte stare. Raccontando la sua esperienza di europarlamentare, Rita Borsellino si è detta convinta che «se si vuole, anche nel campo della lotta alla mafia, le cose si fanno. A suo parere gli studenti non possono combattere la mafia solo nel privato, ma devono impegnarsi nella società in cui vivono, piccola o grande che sia.
A qualche chilometro da Oppido, il colonnello Lorenzo Falferi, comandante provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria, non è stato da meno. Ricordando il vice brigadiere Rosario Iozzia, a 28 anni dal suo omicidio, rivolgendosi ai cittadini ha ribadito come «non possiamo girarci dall’altra parte davanti al male, ma dobbiamo combatterlo con tutte le nostre forze. Solo così si dà onore agli uomini dello Stato. Quegli uomini che, spesso in silenzio, ci stanno accanto, ma con le loro azioni quotidiane contribuisco a riscattare la nostra terra che può risorgere se tutti insieme, facciamo il nostro piccolo-grande dovere di cittadini dello Stato.

 

*Giornalista





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