La scomparsa del Sud e il progetto dello Stato-mafia

La copertina dell’ultimo numero dell’Espresso mostra la cartina della nostra penisola, ma, non senza sorpresa, il suo territorio finisce al confine con la Campania sul Tirreno e con quello del…

La copertina dell’ultimo numero dell’Espresso mostra la cartina della nostra penisola, ma, non senza sorpresa, il suo territorio finisce al confine con la Campania sul Tirreno e con quello del Molise sull’Adriatico. Poi più nulla. Tutta l’Italia meridionale e le due isole maggiori sono sparite dalla cartina. Di fatto, non fanno più parte del nostro Paese. Navigano, alla deriva, verso l’Africa, forse. Viene in mente la geniale invenzione letteraria del grande scrittore portoghese, José Saramago nel libro “La zattera di Pietra”, scritto nel 1986, nel quale immagina che, improvvisamente, preceduta da strani segnali premonitori percepiti da pochissime persone, l’intera penisola iberica si stacchi dal continente europeo lungo la linea del confine francese e vada alla deriva nell’Oceano Atlantico, non si sa bene se in direzione Stati Uniti o Brasile. Con la sua magica fantasia, il grande scrittore anticipa di quasi trent’anni l’insofferenza all’omologazione dei paesi del Sud nell’Europa burocratica ed economicistica di Bruxelles. L’intera penisola iberica si stacca dall’Europa e non solo in senso fisico, ma storico, culturale, alla ricerca di una sua autonomia e più soddisfacente collocazione internazionale, un ponte tra le due sponde dell’Atlantico. Qualcosa di simile ha tentato la Grecia nel 2015…
Il caso italiano è diverso. La fantasia è superata dalla realtà. Il Sud si è staccato dall’Italia, dall’Europa, dall’economia, dalla cultura, dalla civiltà occidentale, non nell’immaginazione di uno scrittore, ma realmente, nei fatti. Questo il senso di quella copertina, alla quale fanno seguito, all’interno, vari contributi che ne evidenziano più che un pericolo, un percorso in gran parte compiuto e forse irreversibile.
La responsabilità del distacco viene attribuita, nel settimanale, alla politica, da quella centrale, distratta e disattenta ai problemi del Sud, tesa com’è a rabbonire la grande imprenditoria del nord anche al fine di contrastare le spinte populiste della Lega e i possibili ritorni in campo del Cavaliere, a quella locale, inetta, incapace, corrotta, quando non inquinata da patti occulti con le organizzazioni mafiose. Tutto questo è molto vero, ma non è tutto. La classe dirigente meridionale, non quella collocata formalmente al vertice degli organismi pubblici e privati, ma quella che avrebbe dovuto e potuto prendere il posto della vecchia governance risalente alla Prima Repubblica, è stata distrutta ancora prima di nascere. Gli attuali vertici dei partiti, tutti, nessuno escluso, hanno preferito circondarsi di personale mediocre, servile, incolto, mero esecutore passivo del potere centrale, non in grado di porre in discussione l’assetto di potere esistente. Era in gioco la possibilità di restare per decenni titolari di uno scranno alla Camera dei deputati o al Senato, o, ancora meglio, in un posto di sottogoverno, e non poteva essere consentito far crescere nuove leve in grado di soppiantarli. Molto meglio lasciare terra bruciata e mantenere le rendite di posizione. Anche all’interno delle istituzioni è avvenuto qualcosa di simile. Coloro che costituivano un pericolo per l’ordine costituito locale, politico, imprenditoriale, massonico e mafioso, sono stati indotti, a volte mediante uso di tritolo, altre volte con mezzi meno cruenti ma non meno convincenti, a lasciare il territorio verso luoghi nei quali non avrebbero più potuto nuocere. Le due rendite di posizione si sono sostenute a vicenda, l’una ha rafforzato l’altra, unite dalla reciproca convenienza e da comuni interessi carrieristici e di potere. Responsabilità politiche e giudiziarie si sommano nella responsabilità del disastro.
Chi resta sconfitto è il territorio, privato della possibilità di aspirare ad un effettivo cambiamento di passo, ingannato da personaggi, interessati alla tutela del proprio potere personale, a costruirsi un futuro sulla base dei servigi resi. Intanto, la nuova generazione, fatta di giuristi, medici, ingegneri, imprenditori, scienziati, potenziale futura classe dirigente, si è trasferita in massa verso le regioni del Nord (d’Italia, d’Europa), prima per studiare, poi per trovare lavoro,
Nell’analisi che se ne fa, tuttavia, manca il protagonista principale: la mafia, declinata diversamente da regione a regione, ma presente, attiva, e determinante al raggiungimento del triste epilogo mostrato in copertina. Quella zattera di pietra, che naviga alla deriva verso altre sponde, ha per timoniere la mafia, per comandante il potere massonico-politico-mafioso, per ciurma la massa dei servi pronti ad obbedire ai padroni, ad applaudire chiunque sia in grado di raccontare una bella storia, guarnita di battutine salaci e strizzatine d’occhio. Gli altri, i comuni mortali, sono i naufraghi. Le istituzioni, degradate, sono prive di credibilità. Le università, agli ultimi posti nelle classifiche italiane, in quelle europee sono ignote. Si è preferito selezionare, dico meglio cooptare, come classe docente, personale proveniente dalle professioni, dal pubblico impiego, e solo pochi hanno un passato accademico, di ricerca e didattica, all’altezza dei ruoli ricoperti. Anche in questo settore, si è guardato ad esigenze di basso profilo, di politica clientelare, di difesa dei propri privilegi, per finalità personali a breve termine, invece che creare una classe docente di qualità, idonea a costituire il punto di ripartenza culturale e civile del territorio. È avvenuta di conseguenza una imponente diaspora di centinaia di migliaia di giovani meridionali, presenti dappertutto, in Italia, in Europa, nel mondo, tranne dove sarebbero stati utili, anzi indispensabili, nel loro Sud.
Ho già ricostruito le mai sopite aspirazioni separatiste di Cosa Nostra e ‘ndrangheta calabrese. Risalgono agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e vanno avanti con inabissamenti del tutto apparenti, improvvisi ma non casuali ritorni di fiamma, nel 1970, nel 1979, lungo tutta la strategia della tensione e infine nel 1992-1993. Oggi, l’opinione pubblica nazionale e l’informazione più avvertita, percepisce che il distacco è già avvenuto, senza clamore, senza necessità di proclami e di bombe.
Gli ormeggi sono stati rotti nella notte e il Sud procede, verso destinazione ignota. Non ci aspetta l’America come nel viaggio-sogno di Saramago, ma sponde ben più dense di incognite, nelle quali il ruolo del Sud è smarrito. Sta per realizzarsi il progetto, di cui parlava Leonardo Messina nel 1992, di uno Stato-mafia? Le premesse ci sono tutte. Il recupero è possibile, ma la zattera è pesante, molto pesante, per potere invertire la rotta. E poi con quali timonieri?

 

*Magistrato







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