Ma la Calabria ha bisogno di infrastrutture

Ci dicono che il Paese ha cominciato la scalata alla ripresa economica. Il capo del governo e i suoi colonnelli sono impegnati a propinarci, quasi quotidianamente, notizie positive nonostante ancora…

Ci dicono che il Paese ha cominciato la scalata alla ripresa economica. Il capo del governo e i suoi colonnelli sono impegnati a propinarci, quasi quotidianamente, notizie positive nonostante ancora il segno più riguardi lo zero virgola. È, comunque, un modo per dire che il governo sta facendo bene e, nel contempo, infondere fiducia negli italiani ai quali si cerca di ammannire come primo piatto che il peggio è passato e che l’Italia ha le carte in regola per raggiungere e, forse anche superare, gli altri paesi dell’Unione, Germania compresa.
La notizia non può che farci piacere. Ci rallegra apprendere dal presidente del Consiglio che, grazie alla ripresa economica, «gli imprenditori non hanno più scuse per non assumere» o, come dice il ministro del Tesoro, «in pochi mesi saranno creati 800mila nuovi posti di lavoro».
Fatta la premessa e senza retorica, ci viene da chiederci: siamo veramente convinti che la Calabria faccia parte del paese che ci raccontano? Che sia ancora una regione italiana? Perché, se il giudizio si sposta dagli annunci alla vita di tutti i giorni considerando come si comportano le famiglie per tirare avanti la baracca, alle difficoltà con cui dicono di fare i conti giornalmente i commercianti, al numero di negozi che abbassano le serrande per non rialzarle più, alla disoccupazione giovanile che cresce a dismisura e a quella degli ultracinquantenni che gli fa bordone, rimane il sospetto che con la storia della ripresa si racconta un altro paese estraneo alla nostra regione. Una realtà lontana cui si può guardare con ammirazione ma anche con invidia.
A meno che non ci verranno a dire che la notizia è stata nascosta ai calabresi con perfidia e che la ripresa c’è pure dalle nostre parti. Come non si capisce, ma forse, come spesso accade, a vederla sono i pochi soliti fortunati. Ma forse ce lo hanno taciuto per darci il piacere della sorpresa quando avremo modo di constatare che la disoccupazione è scomparsa, che la sanità ha risolto il forte passivo di cassa, che il mare non è più inquinato, che il turismo è finalmente decollato, che la scuola funziona, che i collegamenti viari sono simili a quelli delle città del Centro-Nord, che la ‘ndrangheta è diventata argomento di storia. Insomma quando ci faranno sapere che siamo stati oggetto di una bellissima burla.
Qualcuno però ce lo sveli l’arcano mistero. Ci dica e ci dimostri con i fatti che anche la Calabria segue l’andazzo generale della ripresa economica perché se così fosse i calabresi vorrebbero metterci il naso e sapere, per esempio, quali grandi opere, dopo anni e anni di carestia, sono state progettate perché cambi la filosofia di questa regione; conoscere quali interventi sono stati pensati per quanto riguarda i tre grandi settori per i quali la Calabria potrebbe trarre ricchezza: l’agricoltura, il turismo e i beni culturali.
Qualcuno avrebbe potuto suggerire che in tutto questo sarebbe necessario considerare la marginalità del territorio non solo rispetto al Paese, ma anche riguardo all’Europa. Sicché, intervenendo seriamente sul potenziamento del sistema infrastrutturale dei trasporti, così come previsto dalla mozione votata recentemente dal Parlamento e illustrata dalla deputata calabrese Enza Bruno Bossio, si prenda in considerazione anche l’alta velocità ferroviaria per farla arrivare fino alla stazione centrale di Reggio Calabria. A quel punto si riaccenderebbero i riflettori anche sul Ponte nello Stretto di Messina, sapendo che l’opera non può essere considerata con lo stesso spirito di chi uscendo di casa fa i conti con gli spiccioli che ha in tasca per decidere se comprare le sigarette o il pane. Il Ponte non va considerato solo come una necessità per collegare stabilmente le sponde calabresi a quelle siciliane (e ciò da solo sarebbe già un valido motivo per costruirlo) ma come opera fondamentale per la crescita del Mezzogiorno, per non escludere il Sud dal programma di sviluppo nazionale anche nel caso che esso ritorni ad essere strumentalmente interpretato come un “pericolo” dal mondo economico frastornato dal timore che il ponte possa spostare il baricentro delle logiche economiche al Sud consentendo al Meridione di uscire dall’emarginazione.
D’altronde non ce la siamo inventata noi la “Questione meridionale”. Nacque oltre cento anni fa quando i parlamentari dell’epoca definirono così le problematiche attinenti alla mancata omogeneizzazione delle regioni che erano state annesse al Piemonte.
In quell’epoca il Sud era considerato come è considerato oggi il Nord, e cioè con il Regno delle Due Sicilie, di cui faceva parte a pieno titolo anche la Calabria, apprezzato come il più ricco e avanzato di tutti. Il Sud povero e arretrato l’hanno fatto diventare scientemente coloro che detenevano il potere economico subito dopo l’unità d’Italia, perché dava il mal di pancia sapere che l’olio del Sud e lo zolfo siciliano venivano quotati in borsa a Londra. Bisognava trovare l’antidoto e lo trovarono eliminando le barriere doganali in modo che le élite del Nord, che già guardavano con superiorità e a volte con disprezzo gli abitanti del Sud, guadagnassero la supremazia.
Ancora oggi la storia si ripete: a determinare l’esilio dello sviluppo dal Mezzogiorno sono le infrastrutture che mancano. Ecco di cosa ha bisogno la Calabria. Se ne faccia carico la Regione invocando l’unità delle forze politiche presenti sul territorio e invitandole a porre il problema sul tavolo del confronto con il governo nazionale. E lo faccia con la voce grossa sapendo che i calabresi sono duri a tirare la cuoia e riescono a trovare la forza per reagire anche se solitamente aspettano che l’acqua gli arrivi alla bocca per capire che stanno per affogare.

 

*Giornalista





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