I rapporti tra politica e ‘ndrangheta

A giudizio della Direzione investigativa antimafia, la ‘ndrangheta muta metodi di comportamento per potersi infiltrare nella società calabrese e, quindi, sfuggire alle leggi. Anche per questo, ha potuto esportare il…

A giudizio della Direzione investigativa antimafia, la ‘ndrangheta muta metodi di comportamento per potersi infiltrare nella società calabrese e, quindi, sfuggire alle leggi. Anche per questo, ha potuto esportare il proprio modo di fare al Nord, in Europa, nel mondo. Da qui i sempre più stretti collegamenti con la cosiddetta “zona grigia”, i “colletti bianchi”, che fanno parte integrante della organizzazione a delinquere, dall’interno o dall’esterno. Anche se decidessero di uscirne, non lo potranno più fare. Saranno a conoscenza di problematiche e progetti che dovranno rimanere nelle segrete stanze decisionali. Ecco perché la Dia ha parlato di «soggetti collegati, a vario titolo, della onorata società mutante e, soprattutto, sono alla ricerca, oltre che in Italia, anche all’estero, di imprenditori, uomini d’affari, professionisti, politici».

Insomma la nuova (si fa per dire) ‘ndrangheta ha costituito una rete allargata per condizionare l’economia, la finanza, il commercio, la pubblica amministrazione e, secondo la Dia, anche il mondo variegato dell’informazione. Insomma si apre, si allarga sempre di più la ‘ndrangheta, per poter esercitare il proprio dominio unicamente per fare cassa. Ha sempre sostenuto, Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto Antimafia (a proposito quando sarà promosso, visto che stanno per scadere gli otto anni di applicazione alla Dda reggina: è ora!) che non c’è al mondo una organizzazione criminale più potente della ‘ndrangheta nel business della droga. Ed è proprio in questa attività criminale che la rete si è allargata e mira ad allargarsi sempre di più, facendo nuovi proseliti, visto che i “nostri uomini” sono, in assoluto, i primi nel traffico delle sostanze stupefacenti, al punto tale che altre organizzazioni criminali, per la droga, solo ed esclusivamente ai calabresi.
Così facendo, le casse si rimpinguano, si possono inseguire nuovi adepti (ecco l’urgenza indispensabile per creare nuovi posti di lavoro,soprattutto per i giovani, facili prede della criminalità organizzata), in sostanza, si controlla meglio il territorio di riferimento e si può giungere agli uomini “deboli” della politica, sempre più indispensabile per aumentare il giro di affari.
«La capacità di interloquire con la politica – ha scritto la Dia – e di rapportarsi ad essa, condizionandone le scelte, ha consentito e consente alla ‘ndrangheta, di arrivare alla cosa pubblica, a vari livelli».
Gli uomini della Dia sono del parere che i nuovi equilibri mafiosi hanno consentito e consentiranno in futuro di compiere delitti di maggiore impatto in tutte le province calabresi e, particolarmente, a Reggio Calabria, nella Locride, nella Piana di Gioia Tauro-Rosarno-San Ferdinando, nel Vibonese, nel Lametino, nel Soveratese e via via ad Isola Capo Rizzuto, nel circondario di Cirò e nella Piana di Sibari. E in città grandi e piccole del resto d’Italia e, naturalmente, anche all’estero.
Che fare? La Dia ha voluto lanciare l’allarme, senza tacere nulla. Tocca alla classe politica ed a tutti i cittadini calabrese non soggiacere, a qualsiasi costo, ai diktat ‘ndranghetistici, nella consapevolezza che, pur senza lavoro – ma un giorno, si spera non lontano, arriverà che vivere senza condizionamenti di mafia, senza legami di sorta dai quali non si potrà più uscire – è atto coraggioso, ma significa soprattutto essere uomini liberi. E come sappiamo, la libertà di azione non ha prezzo. E, come diceva Rousseau, «la libertà fa gli uomini eccellenti, la schiavitù non ha mai fatto altro che malvagi».

 

*giornalista





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