Le guerre sulla sanità alle spalle dei calabresi

È lotta senza quartieri per l’istituzione dell’Azienda sanitaria unica. Il merito non riguarda l’unione tra ospedale e l’università per eliminare sprechi di risorse favorendo – almeno così si dice –…

È lotta senza quartieri per l’istituzione dell’Azienda sanitaria unica. Il merito non riguarda l’unione tra ospedale e l’università per eliminare sprechi di risorse favorendo – almeno così si dice – servizi adeguati e sicuri per i cittadini, quanto il percorso seguito considerato negativo per lo sviluppo di alcune strutture. Vittime sacrificali sono il commissario Massimo Scura e il rettore Aldo Quattrone contro i quali si sono scagliati senza fare sconti i dirigenti medici e le organizzazioni sindacali del Pugliese-Ciaccio contestando loro di non aver definito prima le premesse giuridiche e il regolamento del protocollo d’intesa Regione-Università. Insomma il duo Scura-Quattrone si sarebbe reso responsabile di non avere stabilito i parametri di attività e le soglie operative per il dimensionamento delle strutture, mentre sarebbe stata proposta, senza regole e logica organizzativa, la soppressione di qualificate ed essenziali strutture ospedaliere.
Per dirla in gergo, la prognosi non sarebbe stata appropriata alla diagnosi, che può essere tradotto nella vulgata popolare: «si è predicato bene e razzolato male».
Facciamo un po’ di storia. I motivi per i quali il governo ha deciso di nominare un commissario per la Sanità in Calabria è perché il settore era diventato un cocktail esplosivo incentrato su un sistema fatto di funzionari disattenti e di leggi sulla semplificazione che consentivano di lucrare pur mantenendosi dentro i margini della legalità. Arriva così il commissario per la gestione del Piano di rientro. Una decisione che diventa impellente a seguito delle dimissioni del presidente Scopelliti. Toccò prima ad un ex generale della Guardia di finanza e dopo all’ingegnere Scura amministrare la sanità calabrese e il secondo rispolvera anche un progetto, datato 2004, proposto dall’ex assessore Gianfranco Luzzi che prevedeva una azienda unica regionale e una diversa organizzazione funzionale e amministrativa del Dipartimento regionale e dell’azienda.
Un progetto difficile, pieno di ostacoli come insegna quello tentato a Messina circa mezzo secolo prima e abortito per l’impossibilità di mettere d’accordo la sanità pubblica dei due ospedali (Piemonte e Regina Margherita) con gli interessi del Policlinico universitario che, a detta degli altri, avrebbe cercato di imporre la sua volontà. Un po’ quello che, secondo alcuni, sarebbe accaduto in Calabria.
Il commissario Scura e il suo entourage, invece, si convincono della fattibilità di un cambiamento della sanità che superasse le logiche di gestione esistenti, il clientelismo politico e le attività disarticolate che non avrebbero prodotto risultati utili per i calabresi costretti a continuare ad emigrare per ottenere risposte alla domanda di salute. Insomma non tutti sono d’accordo che il nuovo sistema, vuoi per accorpamenti previsti, vuoi per soppressione di primariati, vuoi per riduzioni di posti letto, vuoi anche per il ridimensionamento di alcune strutture esistenti, sia così solido da perseguire, come sarebbe giusto che fosse, di porre al centro di tutto il paziente e i servizi erogabili in termini di efficienza e di qualità.
La Cisl Medici fa ricorso all’esperienza di accorpamento delle Asl fatta nel 2007 e, senza giri di parole, denunzia che tutt’ora vige una «confusione organizzativa endemica», mentre la «cosiddetta razionalizzazione delle risorse mette in dubbio il mantenimento dei livelli essenziali di assistenza».
Insomma si sostiene che il piano che prevede una nuova sanità regionale in Calabria sia partito con il piede sbagliato perché considerato inadeguato stante una situazione pesante che condiziona il settore. La stessa qualità dell’assistenza intanto subisce ulteriori colpi a causa del blocco del turnover e alla impossibilità di mettere mano alla organizzazione della rete ospedaliera.
La verità come sempre sta a metà. Se si dovesse dimostrare in maniera chiara che la rivisitazione delle strutture avviene secondo principi seri, lontani dalle sollecitazioni politiche, dettate il più delle volte da esigenze clientelari; se tutto avvenisse con motivazioni che ubbidiscono solo a migliorare l’assistenza dando certezze alle popolazioni, allora che ben venga la riforma. Ma se, come si sospetta, si tratta di spogliare un santo per vestirne un altro allora è meglio lasciar perdere sin da subito.
Se è vero ciò che chiedono gli otto dirigenti medici dell’Ospedale Jazzolino di Vibo Valentia che invitano il commissario Scura a rivedere la decisione di declassamento della Stroke Unit presente in quell’ospedale e diretta dal dottor Doemico Consoli specializzata nella cura dell’ictus, sarebbe un atto di evidente sabotaggio. La stroke unit di Vibo Valentia con oltre un decennio di attività non solo è la prima ad essere nata in Calabria, ma è anche tra le prime sei strutture nella classifica nazionale per numero di trattamenti trombolitici effettuati (oltre 450). Si tratta di un centro infatti considerato di eccellenza che presta la sua opera al servizio di tutta la regione potendo contare su un personale medico e paramedico di indiscusso valore ed esperienza acquisita.
Perché distruggere ciò che funziona? In tal caso bisognerà spiegare alla città di Vibo Valentia perché si vorrebbe smantellare una struttura di livello nazionale che loro hanno realizzato sei anni fa rendendola competitiva. In base a quale principio l’ospedale di Vibo Valentia dovrebbe accettare l’idea di vedersi spogliato di una struttura d’eccellenza, da tempo attestata nella “top ten” nazionale? Piuttosto sarebbe stato auspicabile che, in base alle nuove norme in essere, l’ingegnere Scura si dovrebbe alzare le maniche e lavorare per realizzare altri centri ictus di primo livello visto che, secondo le nuove disposizioni, il fabbisogno sarebbe di un centro ogni duecentomila abitanti e la Calabria ha una popolazione di due milioni di residenti. Assicurare a tutti di poter accedere in tempo utile alle stroke unit sarebbe un fatto di civiltà. La realtà invece è che così facendo si nega alla maggior parte dei calabresi il diritto di ricevere le cure migliori poiché terapie come la trombolisi vanno somministrate entro quattro ore e mezza dalla manifestazione del sintomo. Evidentemente i calabresi, nell’immaginario collettivo, sono considerati italiani dimezzati.

 

*giornalista





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