Il senso “vero” delle riforme

Mi scuseranno i miei lettori, che saluto con affetto, se sono stato assente da queste pagine per qualche tempo, insolitamente lungo per le mie abitudini, ma impegni di lavoro mi…

Mi scuseranno i miei lettori, che saluto con affetto, se sono stato assente da queste pagine per qualche tempo, insolitamente lungo per le mie abitudini, ma impegni di lavoro mi hanno assorbito totalmente. Riprendo volentieri il mio dialogo con qualche difficoltà nell’individuare gli argomenti da trattare. Se ne sono accumulati tanti, dal terrorismo agli scandali che sempre più spesso lambiscono la magistratura, all’inarrestabile percorso delle mafie, alle misure legislative che vengono a compimento nell’ambito del disegno riformatore che costituisce il programma del governo nazionale.

Mi occuperò per primo proprio del tema delle riforme, se non altro perché mi consente di operare un tentativo di sintesi di tanti articoli già scritti su questo giornale, per darne un senso complessivo ed unitario, dal quale ricostruire il disegno reale del programma riformatore di cui dicevo. Sinora mi sono limitato a segnalare errori, incongruenze, difficoltà interpretative, di questa o quella legge (parlo ovviamente di quelle che si occupano di riforme che incidono sul sistema penale e processuale del nostro paese), tento adesso di operare una valutazione di sintesi.
In materia giudiziaria il primo scossone “riformatore” ha riguardato… i giudici. Prima, accorciandone l’età lavorativa, anticipando bruscamente e senza preavviso né contraddittorio, l’età pensionabile, poi riducendone le ferie per farli lavorare di più, infine, colpo di grazia, riformando la legge sulla responsabilità civile in sintonia con le spinte provenienti da vasti settori (no, non mi riferisco al papello…) insofferenti della funzione repressiva della giustizia penale nei confronti degli esponenti del potere reale nazionale. Con questa trilogia si è ritenuto di riaffermare “il primato della politica”, in poche parole, di far capire chi comanda e da qui ripartire.
Quando si è passati al funzionamento della giustizia, si è fatto poco o niente. È entrata a regime la riforma del processo civile e la sua informatizzazione, ma erano riforme avviate in precedenza e solo portate a termine; in sede penale, l’introduzione degli istituti della messa alla prova e della speciale tenuità del fatto, come strumenti deflattivi del processo e quindi del carico complessivo delle pendenze attuali, non hanno dato risultati soddisfacenti e l’effetto deflattivo è stato modestissimo. Nel primo caso si tratta di uno strumento macchinoso, che si scontra con le insufficienti dotazioni di mezzi e uomini delle strutture che dovrebbero effettuare la “messa in prova”, sostitutiva del processo e della pena, mentre sulla speciale tenuità del fatto, incidono negativamente difficoltà interpretative, tra tentativi di dilatazione dell’applicazione che sconfina nel condono, a reazioni opposte di tipo restrittivo che ne rendono irrilevanti gli effetti a fine statistico. Resta, ovviamente, sullo sfondo, il complessivo segnale di arretramento della giurisdizione anche in ordine a fasce di reati tutt’altro che irrilevanti per l’ordine pubblico, per il contrasto alle multiformi declinazioni della criminalità operanti nel nostro paese. Resta anche la sensazione che le misure finalizzate anch’esse alla riduzione della popolazione carceraria, divenuta una vera e propria priorità per governo e assemblee legislative, abbiano favorito la recrudescenza di reati predatori, i furti in abitazione, gli scippi, lo spaccio al minuto, e altri reati del genere, tutti di relativa gravità oggettiva, ma tra quelli che destano maggiore allarme sociale, richiesta di sicurezza, sfiducia nei confronti delle istituzioni.
Passiamo alle misure specificamente e dichiaratamente finalizzate al contrasto delle organizzazioni mafiose, della corruzione, dell’evasione fiscale e del riciclaggio. Su queste si appuntano le maggiori e più vibrate censure, largamente condivise da chi scrive. Ho più volte commentato le incertezze, le contraddizioni, gli errori (ammesso che si tratti di errori) contenute nella legge sul voto di scambio politico-mafioso, sulla introduzione del reato di auto-riciclaggio, sul falso in bilancio, leggi che non solo hanno ricevuto sinora scarsa applicazione, ma che quando sono state applicate si sono rivelate dannose avendo portato all’annullamento di condanne che su questi reati erano state pronunciate sulla base della normativa “riformata”, in effetti peggiorata dalle riforme. Il disegno di legge di stabilità rafforza la convinzione che le smagliature di cui ho parlato non erano errori, ma soluzioni adottate in piena consapevolezza degli effetti peggiorativi che avrebbero prodotto.
A nulla vale enfatizzare l’aggravamento delle sanzioni per alcuni reati, che, come l’esperienza dovrebbe avere insegnato, non hanno mai prodotto risultati significativi, rispetto alle più pressanti esigenze della rapida definizione dei processi, della agevole interpretazione delle norme e della certezza della pena. Nessuno di tali obiettivi è stato ricercato e tantomeno realizzato. L’elevamento da mille a tremila euro del limite di spesa in denaro contante, la possibilità di pagare i canoni di locazione in contanti quale che ne sia l’importo, sono due misure che, qualora fossero approvate dal Parlamento, avrebbero un chiaro significato simbolico ed un altrettanto sicuro effetto di incentivazione di pratiche di riciclaggio, evasione fiscale, corruzione minuta, pratiche estorsive e altro ancora.
Chi nega tali evidenze sa bene che la valutazione di esperti economici, giuristi, organi di polizia, istituzioni bancarie e istituzionali, va in direzione opposta, con unanimità e senza incertezze. Mi riferisco alle valutazioni di Raffaele Cantone, Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, Rodolfo Sabelli presidente dell’Anm, Nello Rossi, procuratore aggiunto di Roma, Roberto Scarpinato e molti altri, ma ciò nonostante si insiste su una linea che si pone in direzione esattamente opposta e contraria a proclami verbali di impegno anticorruzione, antimafia, antievasione. Di annunci e proclami non abbiamo bisogno ma di un disegno riformatorio incisivo e coerente, nel quale ogni legge successiva serva ad arricchire e integrare quelle precedenti, per realizzare una inversione di tendenza seria, duratura, efficace e dissuasiva. Di questo non c’è traccia. Se anche non si fosse in presenza di un disegno consapevole ma solo di sovrapposizioni casuali quanto approssimative, avremmo comunque un risultato confuso e contraddittorio, quindi inutile, a volte dannoso. Chiudo sottolineando per l’ennesima volta che si aspetta ancora, invano, la riforma della prescrizione, che ho definito “la riforma delle riforme”, assente dal programma di governo e dalle priorità del parlamento. I giudici lavorano a vuoto per una larga percentuale di processi, si sprecano risorse finanziarie, umane e strutturali per produrre… cumuli di carte destinate al macero. Questo, al momento, è il più sicuro dei risultati.
Alla situazione della normativa, si affianca quella della magistratura, mai come in questo momento attraversata da profondo disagio interno, da fenomeni di sciatteria morale e professionale del tutto inediti, dalla soggezione alla politica in parte imposta e in gran parte ricercata. Di questo parleremo prossimamente.

 

*magistrato







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