La storia delle mafie ancora da svelare

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento svolto dal procuratore generale della Corte d’Appello di Ancona, Vincenzo Macrì alla cerimonia di presentazione del volume “Enciclopedia delle Mafie” edito da Armando Curcio Editore che…

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento svolto dal procuratore generale della Corte d’Appello di Ancona, Vincenzo Macrì alla cerimonia di presentazione del volume “Enciclopedia delle Mafie” edito da Armando Curcio Editore che si è svolta a Roma nella nuova aula dei gruppi parlamentari lo scorso 16 febbraio.

Esprimo anzitutto il mio compiacimento per la realizzazione di questa Enciclopedia da parte di Armando Curcio Editore ed al suo curatore maresciallo Fabio Iadeluca, un’opera importante che costituirà una pietra miliare nella saggistica sulle mafie italiane e non solo. Detto questo, ritengo necessario porre alcune considerazioni pregiudiziali rispetto ad ogni altro commento.
Nessuno deve pensare, anche dopo la realizzazione di questo prezioso lavoro enciclopedico che tutto sulla mafia sia stato detto e tutto ormai si conosca. Il mondo delle mafie, la loro storia e direi la storia dell’Italia mafiosa, presenta ancora vistosi buchi neri, spazi vuoti che devono essere colmati dalla ricerca scientifica ed ancora più da quella giudiziaria. Gli anni dell’ultimo dopoguerra sono purtroppo costellati di misteri irrisolti, di segreti indicibili, che vanno dal caso Moro (nel quale, da ultimo, riemerge la possibile presenza di un noto esponente della ‘ndrangheta sulla scena di via Fani a dimostrazione dell’esistenza di risvolti ancora da esplorare), al caso Ustica, dalla strategia della tensione sino alla strage di Bologna per finire con le stragi del 1992-93.
Sarebbe un errore gravissimo ritenere che le mafie italiane siano sconfitte, sgominate o che comunque siano per esserlo. Pensare ed agire sulla base di un simile equivoco costituirebbe il più grande regalo che si possa fare alle organizzazioni mafiose da sempre vissute grazie all’ombra del negazionismo prima e del riduzionismo poi, di sottovalutazioni, colpose o dolose poco importa. Le mafie si rinnovano ad ogni passaggio generazionale, al seguito dei mutamenti economici e politici del paese e si propongono con sempre nuovi e diversi metodi operativi, moduli organizzativi, settori di attività, costringendo ricercatori, storici ed inquirenti ad una continua affannosa rincorsa per comprendere il cambiamento ed adattare di conseguenza l’obiettivo della ricerca e del contrasto. Rinnovo ancora una volta l’avvertenza che la possibilità di intervenire sul presente reclama la conoscenza del passato, senza la quale il contrasto sarebbe ridotto ad interventi contingenti e dunque provvisori (come purtroppo avviene in buona parte delle cosiddette “operazioni” investigative e giudiziarie), poco o nulla incisivi rispetto alle cause strutturali della permanenza del fenomeno nel nostro Paese. È proprio tale metodologia di intervento autorizza taluni osservatori, ed io con loro, a ritenere che essi rientrino nella logica della compatibilità col sistema-paese, con la costituzione materiale che lo sorregge, sistema del quale le mafie sono una componente strutturale. In fondo, i pilastri su cui poggia il sistema mafia sono sostanzialmente due: la partecipazione al potere finanziario globale grazie alla inesauribilità delle fonti di finanziamento ed il rapporto con il potere in tutte le sue declinazioni. Nodi irrisolti che consentono alle mafie di comporre il circolo ristretto dei poteri forti del mondo con ruolo economico e finanziario ben più rilevante del passato. (Si cita, a titolo meramente esemplificativo, quanto nel 2008 ebbe a dichiarare il direttore dell’Unodoc di Vienna, dottor Antonio Conte, secondo il quale le banche italiane avevano superato indenni la crisi di Wall Street di quell’anno grazie alla liquidità assicurata dai proventi del traffico di droga della criminalità organizzata).
Un ulteriore elemento di novità è costituito dalla presenza del terrorismo di matrice islamica, che di recente alcuni osservatori hanno ribattezzato “mafia islamica”. Tale denominazione trova giustificazione nella tipologia di attività posta in essere dal cosiddetto stato islamico nei territori controllati, in Medio Oriente come nell’Africa settentrionale e subsahariana, identiche a quelle normalmente compiute dalle mafie di tutto il mondo, da quella italiana, a quella russa, a quella colombiana, vale a dire traffici di droga, armi, esseri umani, reperti archeologici, avorio, diamanti, avorio e ancora contrabbando di petrolio, sequestri di persona a scopo di estorsione, estorsioni, e altro ancora. Pensare ancora che mafia e terrorismo siano mondi diversi e lontani, incomunicabili e incompatibili, sarebbe anch’esso un grave errore, concettuale e di linguaggio, se è vero che il terrorismo non è un’organizzazione ma un metodo, adottato da Cosa Nostra negli anni 92-93 e praticato dai cartelli messicani tuttora su larga scala, con crudeltà e atrocità non seconde a nessun’altra organizzazione.
Da qui la necessità di trovare un linguaggio comune ed un’azione comune (ne avevo parlato nel volume “L’Asse del Caos” Aracne ed. 2013 a firma Coen-Macrì), da parte dell’Italia, ma soprattutto dell’Ue, in una prospettiva rispettosa delle garanzie e dei diritti tipiche delle democrazie occidentali, in grado, nel contempo, di assicurare sicurezza e legalità. La concentrazione del coordinamento in materia di mafia e di terrorismo in capo ad un unico Ufficio giudiziario costituisce un precedente importante, da tempo auspicato, al quale dovranno seguire misure analoghe in campo comunitario, in materia di droga e circolazione dei capitali “sporchi”, entrambi fuori controllo, mentre gli stati si preoccupano di erigere muri e steccati inutili quanto distruttivi dei valori europei, per impedire l’accesso di uomini, donne e bambini, in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla violenza del terrorismo e dai regimi dittatoriali d’Oltremare.

*Procuratore generale Corte d’Appello Ancona







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