Capoluogo lasciato alla mercé di tutti

Catanzaro città “aperta”? Non certo nel senso bellico di città ceduta alle forze nemiche allo scopo di evitarne la distruzione, ma sinonimo dell’abulia dei cittadini indolenti a voler determinare il…

Catanzaro città “aperta”? Non certo nel senso bellico di città ceduta alle forze nemiche allo scopo di evitarne la distruzione, ma sinonimo dell’abulia dei cittadini indolenti a voler determinare il loro futuro senza la mediazione dei politici e facendo sentire agli amministratori di mestiere il peso della loro presenza con la quale dovrebbero confrontarsi e rendere conto delle azioni che compiono.
Purtroppo così non è e la cittadinanza si va sempre più abituando alle nascenti forme di partecipazione politica che appaiono suddivise in tre gruppi: quello degli “esclusi” sempre alla ricerca di canali clientelari per ottenere anche un diritto; quello “medio” di chi si sente appagato di aver raggiunto un posto in consiglio comunale dal quale far sentire il proprio “ruolo”; e quello “elitario” rappresentato da chi il potere lo raggiunge ai massimi livelli con una elezione in Parlamento o anche in consiglio regionale. Il resto rimane mero esercizio di discussioni tra amici passeggiando sul Corso o sorbendo un caffè al tavolo di un bar.

La politica, ormai, si fa in famiglia, ma solo nelle “famiglie” che contano, in quelle che hanno la possibilità di determinare il futuro della città e ovviamente in un’ottica meramente di parte. Al di fuori di questo tutto è arcaico, come antica rimane l’idea di città laboratorio, sociale o culturale che sia, per sperimentare nuove forme di partecipazione.
Sono tanti gli esempi da citare per sostenere queste considerazioni, molti anche entrati nel deposito del dimenticatoio e altri che si avviano, a grandi passi, per raggiungerli.
Basta considerare le vicende che riguardano la Sanità in questa regione in cui un manipolo di sodali ritiene di poter scegliere quanto ai contenuti circa il diritto dei calabresi alla salute. Oppure, per restare più strettamente ancorati a Catanzaro, all’appalto di un soprapasso pedonale che dovrebbe essere realizzato nella zona alta di viale De Filippis; oppure alle vicende strettamente connesse alla raccolta differenziata dei rifiuti che hanno trasformato la città in una grande maleodorante pattumiera nonostante alcuni tentativi “esteticamente” diversi come quello fatto in via De Gasperi, nello slargo all’imbocco della scalinata che fiancheggia l’Auditorio Casalinuovo dove sono stati realizzati (cito una plastica definizione dell’avvocato Felice Foresta) «I loculi e i carrellati», che oltretutto pone dubbi seri, primo fra tutti se è il frutto di una concessione di suolo pubblico da parte del Comune o se si tratta della solita iniziativa privata forte della credenza generalizzata che tanto in questa città paga solo una certa categoria di persone.
Comunque sia la considerazione che si fa è che, a differenza di altre località nelle quali la differenziata viene fatta con sistemi più moderni e più efficienti, a Catanzaro sembra che si possa agire liberamente e senza regole da osservare. Se questo è il risultato dell’azione di chi ci governa, si deduce che siamo in presenza di un esecutivo non solo abborracciato, ma anche senza idee e di riguardi verso i cittadini. Inutile nascondere infatti che in alcuni casi la “differenziata” rappresenta un costo, una “tassa” in più che si aggiunge alla debole economia cittadina costituita dal dover pagare chi porta fuori dall’edificio i “carrellati” visto che i dipendenti della Sieco (la società che ha appaltato il servizio di smaltimento dei rifiuti) si rifiutano di ritirare i cassonetti dentro i condomini. Altro che diminuzione della “Tari” per come era stato sbandierato da Palazzo De Nobili, l’operazione differenziata si traduce, allo stato, in un costo aggiuntivo per le famiglie.
E non sono questi i soli episodi che ledono il senso estetico della città. Ciò che accade a Catanzaro in tema di parcheggi concessi a uffici, enti, negozi e persino a privati è veramente emblematico.
Significativa è un’ordinanza del comandante della polizia municipale del 23 dicembre 2004 la quale disponeva (e tutt’ora dispone!) il “divieto di sosta con rimozione forzata in via Buccarelli per consentire il parcheggio a sei autovetture di servizio della Corte dei Conti. A parte il fatto che si tratta di suolo pubblico sottratto, non si sa quanto legalmente, ai cittadini e ai residenti costretti ad estenuanti ricerche di uno spazio nel quale parcheggiare, è poco credibile che la Corte dei Conti disponga di sei “auto blu”, tanto è vero che è noto che in quegli spazi parcheggiano, esibendo l’autorizzazione che sarebbe bene accertare in base a quale requisiti è stata loro concessa, gli impiegati dell’ufficio, gli uscieri e persino alcuni addetti alle pulizie.
E molti dimostrano anche di avere uno spiccato senso alla delazione e quel che costituisce sorpresa, considerato l’organico dei vigili è che spessissimo ottengono l’intervento di una pattuglia che a sua volta non si chiede se le auto in sosta sono quelle di servizio dell’Ufficio o di proprietà di privati che godono di un privilegio non dovuto. E dire che il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario di qualche anno fa, ponendo in evidenza il tema della corruzione nel nostro Paese, come fenomeno fortemente percepito dalla comunità, ebbe a dire: «La corruzione insieme allo spreco, all’inefficienza e al disinteresse generale per la corretta gestione delle risorse pubbliche può essere un cancro capace di avvilire il Paese e impoverire l’intera società. È, pertanto, più che mai forte l’esigenza di educare le giovani generazioni alla legalità, al fine di superare quella cultura del pressapochismo e dell’accettazione di condotte illecite che potrebbero trovare accoglienza a tutti i livelli dei nostri apparati amministrativi e nel settore del privato».

*giornalista







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