In politica il transfughismo è male comune

C’è sempre un lato comico in tutte le cose che ci circondano. Il sindaco uscente Sergio Abramo, commentando la formazione delle liste presentate nell’ufficio elettorale di Palazzo De Nobili, ha…

C’è sempre un lato comico in tutte le cose che ci circondano. Il sindaco uscente Sergio Abramo, commentando la formazione delle liste presentate nell’ufficio elettorale di Palazzo De Nobili, ha manifestato insofferenza verso il transfughismo che avrebbe interessato tutte le altre liste tranne la sua, tale da impensierirlo seriamente e di affermare che la fedeltà è il primo valore che gli è stato insegnato. Ma fedeltà a cosa? Al partito nel quale si era stati eletti o fedeltà intesa come qualità di chi e di ciò che è fedele? O forse nella mente di Abramo vagheggia ancora l’idea simile a quella secondo la quale gli “inferiori” avevano verso il loro “signore” il dovere di assisterlo, anche con forze militari, ogni volta che ne avesse avuto bisogno. Quello era il regime feudale al quale il sindaco probabilmente è rimasto legato.
Pensare che una persona la quale decide di dare la sua disponibilità per supportare per sua scelta una certa lista politica lo debba fare per tutta la vita, senza subire mai tentennamenti o ripensamenti , va al di là di ogni idea oltre che della logica di un sistema di democrazia liberale che racchiude un concetto di civiltà.
Ritenere che si debba comunque rimanere ancorati per tutta la vita ad un valore, quale può essere considerato un movimento politico e persino una semplice lista elettorale, significa non solo non riconoscere autonomia alla decisione degli altri, ma soprattutto avere una concezione molto riduttiva della politica.
Le lamentele di Abramo sono assimilabili a tale idea di democrazia perché definisce transfuga colui che, a conclusione di un periodo politico, decide in piena responsabilità di abbandonare gli ex compagni di viaggio per affrontare assieme ad altri un nuovo percorso, per verificare esperienze diverse con le quali mettersi al servizio della comunità. Sono decisioni spesso anche sofferte che, a seconda della parte dalla quale si giudicano, possono essere definite di merito o di biasimo; mai comunque qualcuno può arroccarsi il diritto di chiamarli transfughi.
Altra cosa sarebbe stata se consiglieri comunali in costanza di mandato avessero deciso di abbandonare lo schieramento dentro il quale erano stati eletti per determinare una nuova maggioranza con la leadership del maggior partito di opposizione.
Abramo probabilmente avrebbe dovuto aggiungere che cosa sia per lui un traditore, un fuggiasco. In mancanza, ci sarebbe da dire che qualsiasi attività può essere tacciata di apostasia, persino quella di un sindaco che non ha ottemperato fino in fondo al  mandato ricevuto dagli elettori.
Lo stesso errore l’ha commesso Fiorita parafrasando la parola cambiamento con travestimento quando si è spinto, mano in tasca per apparire disinvolto, ad esaminare le liste avversarie. Parole ad effetto che hanno avuto il solo merito di strappare un applauso in più da parte dei suoi sostenitori.
Se poi volessimo usare lo stesso stile di entrambi gli interlocutori, potremmo ricordare ad Abramo che Rosario Mancuso candidato nella lista “Catanzaro con Sergio Abramo” proviene dalla lista “Bene Comune” che, fino a prova del contrario, è di centro-sinistra. Mentre a Fiorita basta sussurrargli all’orecchio che Talarico che in più di una occasione aveva insistito di volersi schierare al centro, adesso si trova in una lista di sinistra con pezzi qualificati della sinistra. Ma sinceramente non ci interessa questa polemica sterile che citiamo solo per comodità espressiva, certo è che non può essere considerato “travestimento” quello degli avversari, mentre il proprio può essere definito cambiamento.   
Non ci meraviglia che in campagna elettorale ciascuno possa accreditare la sua merce come la migliore tra quella che offre il mercato. La città purtroppo rappresenta solo un paravento all’ombra del quale ciascuno spera di crearsi una verginità che non sfuggirà comunque di essere soppesata dagli elettori. Ci si augura, dunque, che la sera dell’11 giugno questi ultimi diano la risposta nel segno di un cambiamento epocale che possa servire per trascinare fuori dalla palude una città che chiede a voce alta di poter assolvere pienamente al suo ruolo di capoluogo della Calabria con un centro storico rigenerato e le periferie capaci di uscire dallo stato di emarginazione in cui sono state relegate dalla insipienza, e forse anche dall’incapacità, di quanti avrebbero dovuto provvedere e non lo hanno fatto.

 

*giornalista





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