Anno nuovo problemi (sempre) vecchi

Il 2017 è terminato in Calabria con il più alto numero in assoluto di consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose in un anno e contemporaneamente con il più basso numero…

Il 2017 è terminato in Calabria con il più alto numero in assoluto di consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose in un anno e contemporaneamente con il più basso numero di atti intimidatori contro amministratori locali. Se tra l’andamento di questi due dati c’è una qualche correlazione, come una veloce e superficiale lettura potrebbe suggerire, è cosa da approfondire.
Il 2018, con l’operazione Stige, si è aperto in continuità con l’anno trascorso, con gli enti locali ancora una volta protagonisti in negativo sul fronte del rapporto criminalità-politica.
Al di là degli aspetti penali che sarà cura della magistratura validare, il coinvolgimento di amministratori provinciali e di comunità piccole e medie ci consegnano l’occasione di una qualche riflessione sullo stato di queste istituzioni locali a partire dalla forma di elezione dei rappresentanti.
Il politologo K. W. Deutsch affermava che «il potere è il privilegio di non imparare dalla storia» e mai come in questa vicenda a riguardare la storia passata ci si accorge che essa non ha insegnato nulla.
Come è noto la prima regione italiana a nascere fu quella siciliana che solo nel 1964 istituì le province regionali con i consigli provinciali eletti con elezioni di secondo livello, in tutto simili a quelli oggi in vigore.
Già tre anni dopo, nella relazione «Mafia ed enti locali» svolta dal senatore Alessi nel corso della IV legislatura lo stesso produceva una intransigente critica alla organizzazione e al funzionamento delle Province siciliane a partire dalla loro forma elettiva.
«Diciamo subito – scriveva Alessi – che l’ibrido giuridico che oggi governa l’istituto della “Provincia Regionale” non corrisponde né al disegno originario del proponente né al voto della popolazione; non attua il decentramento amministrativo – che costituì la profonda unanime aspirazione degli autonomisti e rimane tuttora insistente inappagata invocazione del popolo – e nemmeno realizza un esemplare rispetto delle regole democratiche. Per comprendere lo strazio di tale sistemazione avventurata, occorre prima precisare ciò che si voleva e poi confrontarlo con ciò che si è fatto […].
II voto risulta controllabile e non segreto. I consiglieri provinciali sono eletti secondo le deliberazioni delle gerarchie politiche di partito; essi, quindi, non hanno diretta derivazione popolare; non hanno né autonomia né responsabilità. La provincia perciò si è completamente estraniata da qualsiasi fermento democratico, è tamquam non esset, appunto perché i suoi compiti sono assai ridotti sia nel piano istituzionale che in quello, della efficienza funzionale; i suoi amministratori la riconducono in un giuoco politico al quale il popolo resta definitivamente estraneo […]. Nella comune coscienza è solo una torretta di comando, modesta in rapporto a quelle nazionali, ma cospicua nella vita locale, […]. Concludendo: è da augurare che sia immediatamente ripristinata la elezione dei Consigli provinciali a voto diretto. […]. Non ha più senso – o ne ha uno involutivo – l’attribuzione dell’elettorato attivo ai consiglieri comunali, in quanto, rebus sic stantibus, esso finisce col realizzare la elezione di secondo grado dei consiglieri provinciali».
L’altro elemento, ma non è una novità, è la capacità della ‘ndrangheta di produrre per se stessa, anche da microcosmi abbandonati dalla politica, valore economico dai territori smentendo per l’ennesima volta quella bizzarra teoria che vuole la criminalità non interessata alle piccole comunità locali quando è oramai evidente che i comuni amministrano territori e non solo persone.
In realtà è esattamente quello che la politica regionale non ha mai compreso, a partire da una diversa e moderna articolazione dei rapporti con le Autonomie territoriali. Se la politica è solamente interessata al consenso elettorale che implica l’attenzione dove si concentrano le persone, i territori, indipendentemente dalla loro demografia, sono i luoghi in cui si manifesta la forza degli ecosistemi produttivi e finanziari. Ciò che emerge perfino dalle sole letture giornalistiche dell’operazione Stige è la incredibile pluralità delle vocazioni economiche territoriali, realtà a volte disconosciute nella nostra regione ma ben identificata dalla criminalità.
Purtroppo nella nostra regione il dibattito sulle autonomie è perennemente assorbito dai soli temi finanziari che dalla necessità di conciliare, in un unico disegno organizzativo, i rapporti con le autonomie. L’unico prezzo che i cittadini pagano da questa oramai storica inettitudine è la moltiplicazione dei livelli tributari e organizzativi che sommano i costi del decentramento e del centralismo regionale senza ricavarne alcun beneficio né dall’uno né dall’altro e avendo ampie fasce di territorio abbandonate dalla politica ma ben occupate da chi ne sa riconoscere il valore.

 

*Sociologo





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