L’astensionismo nemico della democrazia

Tiene banco in queste ore, e giustamente, il problema – di non facile soluzione – delle candidature in Parlamento. In Calabria come altrove. Non ci sono le certezze di un…

Tiene banco in queste ore, e giustamente, il problema – di non facile soluzione – delle candidature in Parlamento. In Calabria come altrove. Non ci sono le certezze di un tempo, sia perché allora le leggi elettorali erano diverse, sia perché c’era un partito faro, la cui luce, oggi, non c’è più. Per colpa di nessuno,uno o centomila. 
Eppure, a settant’anni dalle elezioni del 1948, quando si svolse una campagna elettorale accanitissima, peraltro contrassegnata da una altissima percentuale di votanti, forse il primo ed unico vero record, l’attenzione politico-partitica è scemata. Non tutta di un colpo, ma gradualmente. 
Istituti di ricerca e sondaggi, parlano di percentuali altissime di astensioni al punto che si rischia, non l’annullamento del voto – perché non è previsto – ma una elezione di deputati e senatori con percentuali molto al di sotto del 50 per cento. È il caso di ricordare che, allora, l’invito al voto fu ripetuto con insistenza martellante da parte di tutte le forze politiche, nel convincimento dell’importanza, per il Paese e per l’Europa, del voto del ’48! Si usciva,allora, dal dramma della guerra e la chiamata al voto fu coralmente accolta, pur con forti contrapposizioni, ma sempre nel rispetto delle regole democratiche. E naturalmente, all’indomani del conflitto, i cittadini volevano riscoprire il loro ruolo fondamentale per la rinascita e la crescita del Paese e si recarono in massa alle urne. 
Oggi, dopo tante alterne partecipazioni, tutte tendenti all’astensione o al voto di protesta, si sta giungendo al voto del 4 marzo (bellissima la vignetta di Giannelli con l’Italia caduta per terra e la didascalia “io il 4 m’arzo!”) con una preannunciata, si spera solo a parole – una minaccia ma non una promessa – astensione di massa per protesta soprattutto da parte dei giovani. Intendiamoci, ne hanno ben donde. Hanno ragione da vendere. Non trovano da lavorare, neanche con la… raccomandazione  ove mai ci dovesse essere, i curriculum non bastano più. I destinatari neanche rispondo per educazione. 
Un legale, nel suo studio calabrese, ad una giovane collega – se tutto va bene e lavori 8-10 ore al giorno, dà 400-500 euro al mese! (Sic! Una vergogna privata e pubblica). Ad altri piegati di fronte ad un computer, per un tempo analogo, ma a Milano, 900. Né qua né là, retribuzioni sufficienti per… respirare. E che fai. Ti attacchi al tram? Ti rivolgi alla Regione, ma scherzi? E chi ti risponde? Eppoi là ci sono i figli dei fiori e i figli dei figli (ci sono pargoli di parlamentari senza lavoro? Già son tutti bravi) e quelli che sono sempre gli stessi da 30 anni. Perché? Per perpetuare l’esistente. Per sopravvivere a se stessi, senza davvero capire, che più vedi, dietro una scrivania, un volto vecchio, più ne perdi dieci giovani. Da uno a dieci, il gioco è fatto. Ecco perché, l’astensione del 4 marzo è già nelle cose. 
Non solo si perpetua rispetto agli anni scorsi, ma si allarga o si allunga. Mattarella nel suo messaggio di fine anno si è rivolto ai  giovani e meno giovani per convincerli a votare. Resterà, se tanto mi dà tanto, una voce nel deserto che grida vendetta. I capoccioni (?) non sembrano preoccupati. Tanto, fanno sapere, le elezioni sono valide comunque, qualunque sia il numero dei votanti. Già. Un conto è essere eletti col 30% dell’80%, un conto diverso è vincere col 30 di appena il 40. Che vincitore è colui che conquista il Parlamento – si è chiesto Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera – con il 15% dell’intero corpo elettorale? Hanno raggiunto Montecitorio? E chissenefrga con quanti suffragi! Dunque, non c’è solo disaffezione al voto, ma anche scarsa credibilità di partiti e istituzioni, litigiosità elevata al massimo. Ed il cittadino,  a mio sommesso parere, deve, invece, recarsi a votare, ad esercitare il suo diritto-dovere, a dimostrare di voler contare. 
Certo non siamo, per fortuna,  nel 1948, ma quasi, io dico. È una stagione, questa attuale, che necessita di presenze alle urne per restituire all’Italia (e alla Calabria) il ruolo che le spetta. Le cose vanno meglio. Renzi prima e Gentiloni, da Fazio, hanno detto che le cose vanno meglio. Non bene, però, come meritiamo noi cittadini,che pur avendo figlie alla frutta (ma senza primo o secondo) devono e vogliono dare l’ennesima prova di fiducia. 
In particolare nel Sud, che sarebbe più colpito del Centro Nord. Sia per mancanza di idonee rappresentanze che di meritate prospettive. Il detto che dice “di albero che cade fanne legna”, in questo caso,non può valere. Semmai innaffialo, si riprenderà. Statene certi. Che si tratti di persona – ogni riferimento dalle parti di Rignano è voluto – sia che si tratti di sistema. Si può sbagliare una volta, ma l’appello è previsto in Tribunale, a scuola, all’esame di guida, ai concorsi in Magistratura, insomma dappertutto. Perché in politica no? La fiducia è fatta di raffronti personali. Non si può giocare a Rischiatutto con forze che non saprebbero minimamente governare. Anche in questo caso, potrebbe dire , per esempio, il  leader del Pd, “niente se mi considero, molto se mi confronto”.
Occorre dare fiducia ai giovani. Parola di un ex-giovane, di età ma non di spirito o di impegno. E non di uno scribacchino, che aveva fatto esperienze sindacali a sinistra e ora non fa altro che blaterare contro Renzi, tessendo le lodi ,anzi sbracandosi su Berlusconi. La coerenza! Ci sono tanti delusi di Renzi – ed è anche giusto – ma con le recenti aperture che completano il suo Partito e lo modernizzano, ha scritto Scalfari – non un quilibet – non è «affatto escluso che Renzi possa risalire la china». Glielo e me lo auguro. Ce ne sono di migliori? Ma chi? Troviamoli insieme. Mi candido.

 

*giornalista





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