Pronto, Toni`

«Tonì, hai visto cosa è successo!». È la frase che vado ripetendo da anni. Più precisamente, alle sette di mattina nella oramai solita telefonata col mio amico di sempre, radicato…

«Tonì, hai visto cosa è successo!». È la frase che vado ripetendo da anni. Più precisamente, alle sette di mattina nella oramai solita telefonata col mio amico di sempre, radicato nella sua Rose.
Pensando ad una tale abitudine, ma soprattutto alla ripetitività degli argomenti trattati nel corso delle telefonate faccio la conta, con innaturale sorpresa, di quanti disastri siamo stati costretti a sopportare.
La cifra delle cose che non vanno è enorme. Come calabresi, siamo storicamente vilipesi nell’esercizio dei diritti più elementari. Derubati dei nostri giovani, e non solo dei migliori, che vanno comunque aiutati nell’esercitare i loro diritti di cittadinanza. Un risultato, questo, che l’Istituzione, qualunque essa sia, ha il dovere di garantire. In favore dei cervelli, prima che i medesimi fuggano. Ma pure ai giovani normali, che li imitano per disperazione, perché qui non trovano nulla da fare.
Quanto ai diritti civili violati, siamo tutti impauriti dalla ‘ndrangheta, che si oppone alla libertà sociale e fagocita ricchezze e territorio. Siamo schiacciati dalla violenza della politica che ci ruba dignità e pensiero, obbligando i giovani a mandare in pensione anche i loro sogni.
Siamo diventati, così mi dice il mio amico Tonino, quello che non saremmo mai voluti essere: estranei a noi stessi, tanto da non essere più riconoscibili persino dalla nostra terra. Abbiamo riposto tutto in soffitta, persino l’aspettativa generalizzata di dovere/potere lavorare dignitosamente. Nessuno protesta, rivendica, manifesta. Persino i partiti e le organizzazioni sindacali e di categoria sembrano appena respirare, schiacciati come sono dal raìs di turno.
Accade qui in Calabria quanto era dato vedere, soprattutto a Favignana, ai tempi delle tonnare. Il raìs (il più noto, il compagno Gioacchino Cataldo) organizzava in terra e sul mare, disponeva, urlava, ordinava e decideva. Perché sulle sue spalle gravava l’esito della stagione di pesca e, con essa, l’esistenza delle famiglie della ciurma. Altrimenti affamate nel rigido inverno.
La differenza? La tonnara era finalizzata alla cattura dei thunnus thynnus, quale merce di scambio, retributiva del lavoro sudato e organizzato dei pescatori. Era l’esercizio di un`attività cruenta, piena zeppa di quel sangue animale che consentiva, tuttavia, la sopravvivenza dei contadini del mare.
La politica dei raìs è, invece, destinata alla sottomissione sociale, fine a se stessa. È divenuta quell’arte funzionale esclusivamente alla sopravvivenza al vertice di chi l’esercita, retribuito, quasi sempre, senza causa e senza limiti. Il tutto senza spargimento visibile di alcuna componente biologica, perché finalizzata ad asservire e condizionare i cervelli, scevri oramai del loro ruolo fisiologico. Tanto ci sono i raìs che decidono, che pensano  per noi (dicunt)!
Per un verso, la crisi è servita! Soprattutto a prendere coscienza di ciò che è accaduto per decenni senza che nessuno (ad essere ingenerosi) se ne fosse mai accorto. A comprendere finalmente il significato di bene comune. Di quanto sia dannoso lo sperpero di denaro pubblico. Di quanto sia stato pericoloso assumere nella Pa per mero scopo clientelare, senza che ve ne fosse bisogno alcuno. E di come sia assurdo garantire ai dipendenti pubblici retribuzioni premiali a pioggia, nonostante gli indebitamenti accumulati dagli enti “generosi”, oggi in fallimento. Non solo nel Molise, ove il simpatico Elvio Carugno ha goduto, da galeotto, della retribuzione premio (Gian Antonio Stella, dixit), ma anche nella nostra regione e non solo, ove la retribuzione di risultato si autorendiconta e si autodetermina da sempre, a prescindere.
Insomma, la crisi è stata utile a capire che i fessi non sono quelli che non rubano. Quelli sono i normali. I delinquenti sono gli altri, anche quelli che consentono agli amici di utilizzare le casse sociali per godere di servizi e privilegi.
La crisi va risolta, principalmente a tutela dei risparmi sudati dei lavoratori e delle aspirazioni di tanti giovani in cerca di lavoro. A tutela degli esodati e di chi perderà il lavoro. A tutela di chi vede calpestati i propri diritti e di chi non li ha mai goduti. A tutela dei deboli e di chi non lo è mai stato, perché è giusto che così sia. Il tutto a rimborso delle ruberie di ieri che non possono essere più tollerate. Degli espropri di sovranità dei cittadini nell’assumere le decisioni, dei quali in pochi si sono lamentati.
Occorre sapere riconoscere e distinguere il savoir faire, inteso come l’arte più subdola della politica, dalla buona politica. Necessita dire basta alle parate dell’ultima ora utili a riesumare gli zombi di oggi, che sono stati gli eroi di ieri, falliti nelle loro e altrui aspettative. A questi bisogna ricordare che il Sud reclama da tanto gli esiti dell’unità sostanziale della Repubblica, sia sul piano giuridico che economico. A nulla servono gli spot molto pre-elettorali utili a strombettare necessità dimenticate. Stessa cosa va detta a chi ha governato senza farlo, soprattutto nell’interesse del Mezzogiorno.
Forse che l’aria delle primarie induce a recuperare verginità e successi a chi non ha alcun diritto o, meglio, merito di poterli rivendicare. Forse che la vicinanza di Grillo a percentuali che vanno ben oltre il 20% si comincia a sentire. Forse che gli antagonisti nel Pd incutono paura, a cominciare da Renzi. Forse che nel Pdl (meglio, in quello che ne rimane) la geriatria ha perduto il fascino iniziale.
Sono tutti dilemmi ai quali risponderà, di certo, l’elettorato divenuto più forte perché costretto a capire ove andare per risolvere.

* Docente Unical







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