Dda, ecco i numeri

Hai voglia a parlare di ’ndrangheta. Puoi dire “oro colato” dal punto di vista dell’interesse che susciti quando poni all’attenzione di chi ti ascolta la pericolosità e la pervasività del…

Hai voglia a parlare di ’ndrangheta. Puoi dire “oro colato” dal punto di vista dell’interesse che susciti quando poni all’attenzione di chi ti ascolta la pericolosità e la pervasività del fenomeno criminale che riguarda la Calabria, se, invece, fornisci numeri, la vexata quaestio è molto più chiara. Si capisce meglio. Il numero “parla e spiega” più di un intero discorso. Ed è quel che è accaduto allorquando, il procuratore reggente la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Ottavio Sferlazza, gli “aggiunti” Nicola Gratteri e Michele Prestipino, sono stati ascoltati dalla commissione parlamentare Antimafia. Dal primo gennaio 2011 al 30 giugno 2012 – cioè in diciotto mesi esatti – la Procura di Reggio Calabria ha aperto 464 procedimenti penali contro persone note. Vale a dire un iscritto al giorno, 37 al mese. Cifre davvero impressionanti, che fanno paura, indipendentemente dal reato di cui la persona viene accusata. Ma c’è dell’altro. Nello stesso periodo, sono state arrestate quasi mille persone e sono stati chiesti, in via preventiva, 71 sequestri di patrimoni. A parte la dimostrazione, pur importante, della bontà del lavoro e dell’impegno della Procura di Reggio, nel dopo Pignatone, si tratta di numeri che sconvolgono quanti (ma sono molti?) si adoperano a riflettere che la Procura distrettuale di Reggio non ha competenza su tutta la regione, ma solo su poco meno di mezzo milione di abitanti. Ed è scontato che siano numeri significativi. Come dire che alle parole sono, giustamente, seguiti fatti, almeno nel periodo indicato. Numeri necessari secondo Sferlazza, a favorire la «crescita culturale e politica complessiva della società civile e delle istituzioni che, ad avviso dell’alto magistrato, costituisce la precondizione perché si possa ragionevolmente pensare di vincere questa difficilissima guerra, rispetto alla quale, pur essendo sulla buona strada, abbiamo molto cammino da percorrere». Sferlazza ha voluto ricordare ai commissari dell’Antimafia le manifestazioni di solidarietà, a volte spontanee, ricevute in occasioni delle intimidazioni che hanno colpito la magistratura reggina. Una forma di consenso sociale da contrapporre – est modus in rebus – al consenso di cui gode, direttamente o indirettamente la mafia, anche quella calabrese. E Gratteri? L’aggiunto calabrese ha posto l’accento sul suo “pallino” di sempre: nella lotta alla ’ndrangheta è necessario l’apporto di tutti gli Stati del mondo perché quella calabrese è l’unica mafia al mondo che è presente in tutti e cinque i continenti, in particolare nel mondo occidentale. «Giro il mondo da 18 anni e noto che in Europa e nell’America del Nord, la mafia e la ’ndrangheta sono sempre più forti. Per quanto riguarda la legislazione antimafia, se l’Italia è il Paese più evoluto al mondo, in Europa si registra un encefalogramma piatto: una grande prateria, dove non c’è nulla». E che la ’ndrangheta abbia un ruolo di grande rilievo in tutta Europa lo hanno confermato in una inchiesta per Repubblica, Giovanni Tizian e Fabio Tonacci, sostenendo come l’80% del mercato della droga sia in mano alle ’ndrine, con incassi pari a 27 miliardi di euro all’anno, una ventina di capicosca vivano ad Amsterdam, abbia accordi con i clan di Mosca, le nuove capitali delle cosche vadano dal Portogallo a Berlino, la Germania sia in provincia di Reggio Calabria, Barcellona sia la nuova Marsiglia. Eppure, ha fatto notare Gratteri alla commissione Antimafia, in Europa «siamo ancora ad Adamo ed Eva dal punto di vista della legislazione antimafia». Ecco perché l’Europa non può stare con le mani in mano o occuparsi solo dello spread e della Bundesbank o della Bce, pur impegni affatto secondari. Per Gratteri «siamo in Europa perché abbiamo la moneta unica, abbiamo eliminato le barriere: purtroppo, però, abbiamo anche facilitato il movimento delle mafie». Gratteri, però, in un certo senso, ha colpito i parlamentari dell’Antimafia quando si è detto del parere che la zona grigia non esiste. Per il magistrato, che quando può trascorre una giornata a Gerace a coltivare i pomodori, non ci sono mezze misure: o sei “con” o sei “contro”. «Non c’è nessuno che possa stare in mezzo tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra il legale e l’illegale». Come voler dire «o sei dalla parte delle cosche o le combatti». Finiamola di parlare di zona grigia, ha esclamato Nicola Gratteri. Se medici, ingegneri o avvocati vanno a chiedere i voti ai capi mafia «possiamo parlare di zona grigia?» E se i figli dei capimafia son tutti laureati, oggi dove sono, se non nelle pubbliche amministrazioni o nelle libere professioni? Ma hanno mai potuto dimenticare l’appartenenza? Di cimici piazzate in casa di mafiosi acclamati, ha parlato l’altro “aggiunto”, Michele Prestipino. «Un Eldorado, da cui potrebbero partire decine di filoni di indagine: ci aspetta una mole di lavoro ma anche un notevole impegno di risorse per concretizzare il lavoro». E non è finita qui. «Ascoltando e leggendo il contenuto delle conversazioni intercettate in luoghi e contesti mafioso-familiari diversi, emerge un comune sentire da parte di chi parla e soprattutto il senso dell’appartenenza di ciascuno ad una organizzazione unica». Infine i consigli di non provocare nessuno. «Stando in pace si fanno molti affari, mentre se si sceglie la guerra poi c’è l’intervento dello Stato». Che è comunque ciò che, oggi, a dispetto di un tempo, i mafiosi non vogliono.

* Giornalista







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