Alla ricerca dello Stato di Diritto

Anche la seconda repubblica affonda. Nel disonore degli scandali, delle ruberie, dell’immoralità, dell’inettitudine di una classe dirigente inadeguata al suo compito, incapace di trovare quello scatto di dignità per reagire,…

Anche la seconda repubblica affonda. Nel disonore degli scandali, delle ruberie, dell’immoralità, dell’inettitudine di una classe dirigente inadeguata al suo compito, incapace di trovare quello scatto di dignità per reagire, con fermezza, rigore, coesione, al disastro oltre che di sé stessa, anche del paese che ha avuto il compito di guidare. Anche i risultati elettorali in Sicilia non sembrano turbare le autoreferenti procedure di conservazione del residuo potere di governo. Eppure l’occasione del governo tecnico avrebbe potuto (ma soprattutto dovuto) rappresentare l’occasione unica ,irripetibile, per dimostrare di sapere interpretare le esigenze del paese e contribuire ad uscire dal tunnel della crisi economica che incide sulla carne viva del paese. Anche se la politica economica è stata delegata al governo “tecnico”, per fortuna senza grossi inciampi, vi era un vasto campo di intervento nel campo delle riforme istituzionali. La riduzione drastica del numero dei parlamentari, tanto spesso annunciata, non è andata in porto; così il taglio, significativo, delle indennità ai parlamentari, dei vitalizi, dei “rimborsi elettorali” ai partiti, la riforma dei partiti in conformità al dettato costituzionale, la soppressione delle consulenze, degli enti inutili quanto costosi, dei consigli di amministrazione delle società partecipate, dei mille rivoli clientelari e improduttivi della spesa pubblica, e tutto  in misura corrispondente, se non maggiore, al taglio del tenore di vita della stragrande maggioranza degli italiani. La legislatura è al termine, ma se non ci fosse l’azione del governo ed il suo frequente ricorso alla fiducia, l’inerzia e la carenza di capacità propositiva del parlamento assumerebbero dimensioni ancora più drammatiche. Eppure, quale migliore, significativo, e determinante contributo sarebbe potuto provenire dal parlamento alla difficile azione di risanamento del bilancio statale, di contenimento della spesa pubblica, se fossero state parallelamente passate le riforme sopra elencate. Il risultato è l’involontario, poderoso, apporto alla campagna elettorale dei movimenti, comunque denominati, che fanno dell’antipolitica la loro bandiera e che si preparano ad impadronirsi dello stato per farne scempio. Le anticipazioni ci sono già. La strategia distruttiva di quel che resta dello stato di diritto colpisce per primo il fisco (e non potrebbe essere diversamente). La rivolta contro Equitalia è stata innescata da dichiarazioni sobillatrici di ministri e parlamentari per poi passare ad azioni di chiaro stampo terroristico. Si sente dire sempre più spesso che la riscossione forzata delle imposte sarebbe inumana e oppressiva, senza tener conto che l’attività di riscossione avviene secondo procedure dettate in maniera dettagliata dalle leggi votate dal parlamento e dichiarate costituzionalmente legittime. La conseguenza è la riscossione delle imposte comunali affidate ai Comuni con l’aumento dell’evasione e nuovi scompensi per il bilancio pubblico, locale e nazionale.
Non è il solo segnale del tramonto di un regime consumato dalla corruzione e dalle infiltrazioni mafiose. E’ in gioco l’esistenza stessa dello stato di diritto, inteso come separazione dei poteri, rispetto della supremazia della legge e quindi dell’applicazione della stessa a tutti i cittadini, in maniera imparziale, da parte di una magistratura autonoma e indipendente. La sistematica illegalità del potere (inteso in senso ampio e dunque comprensivo anche di quello imprenditoriale, giornalistico, ecc.) comporta inevitabilmente l’intervento repressivo della magistratura, nelle sue articolazioni inquirente e giudicante, in sede civile, penale e amministrativa. Ed è questo doveroso, indefettibile, intervento, che provoca sempre di più, reazioni di rigetto, di insofferenza, reazioni scomposte, polemiche feroci, da parte di settori dell’opinione pubblica, potentati economici, forze politiche, alte cariche istituzionali. Scontate le reazioni da parte di indagati e condannati, ma è inaccettabile che ciascuno degli imputati o dei condannati (si parla di quelli di alto livello di potere e di alta notorietà) si arroghi il diritto  di essere giudice di sé stesso e di stabilire  la sua innocenza, a prescindere dalle regole del codice penale e di procedura penale, dalle prove raccolte dalla polizia giudiziaria, dalle relazioni dei periti. Le condanne sono sempre ingiuste, opera di giudici politicizzati e faziosi, le assoluzioni sempre espressione di equilibrio e di saggezza. E’ poi singolare che sino ad un momento prima della lettura della sentenza non si sa ancora se i giudici di quel tribunale o di quella corte debbano essere definiti “toghe rosse”, politicizzate e faziose, tutto dipende dal dispositivo di cui daranno lettura. Se è di assoluzione, lodi sperticate, ma se è di condanna, scandalo gridato ai quattro venti, enfatizzato da giornali e televisioni, oggetto di discussione a senso unico nei talk show televisivi per settimane e mesi. E’ un modo aberrante di intendere il senso dello Stato, una tentazione eversiva sempre presente ma assai pericolosa quando si manifesta da chi gestisce quote di potere pubblico e privato in grado di incidere sui destini della politica e dell’economia. Aberrante perché la contestazione, in un primo tempo limitata ai magistrati inquirenti e quindi alle procure, si è poi estesa ai giudici monocratici, poi a quelli collegiali di primo grado, per poi arrivare alle corti d’appello, alla corte di cassazione, anche a sezioni unite, e, da ultimo, alla Corte costituzionale. Il progetto eversivo procede intaccando la fiducia dei cittadini, incitandoli alla rivolta contro qualunque decisione provenga dagli organi giudiziari, perché ontologicamente sospetta, inquinata, e dunque ingiusta. Molto spesso la polemica contro l’applicazione della legge è arricchita dalle esternazioni di ministri, prima ancora che siano note le motivazioni delle sentenze, pronti tutti, anche quelli tecnici, a cavalcare l’onda dell’indignazione e dell’insofferenza al controllo di legalità, che ha costituito il tratto distintivo degli ultimi venti annidi governo del paese, causa non ultima di quel degrado morale oggi arrivato al capolinea.
Gli esempi non mancano. Alti lamenti si sono levati contro la magistratura di Taranto (requirente e giudicante) solo perché aveva osato intervenire per tutelare non già un generico diritto alla salute, ma il diritto alla vita (che, si riconoscerà, è il primo e più importante dei diritti dell’uomo), già compromesso dalla diffusione di migliaia di tumori dall’esito letale. La medesima logica di tutela del profitto a qualsiasi costo sembra essere alla base della inusitata durissima ed eversiva contestazione delle sentenze dei giudici del lavoro di Roma, di primo e secondo grado, di condanna della FIAT alla riassunzione di diciannove lavoratori, illecitamente licenziati. Si è minacciata la immediata rappresaglia di un numero pari di lavoratori in servizio, per avviare un braccio di ferro con la giustizia del lavoro. Sedizione allo stato puro. E ancora, la sentenza del Tribunale dell’Aquila di condanna degli scienziati componenti il comitato scientifico ha fatto gridare all’intolleranza dell’inquisizione contro la scienza. I nuovi Galileo avevano in realtà accettato di redigere un verbale che non aveva nulla di scientifico, al solo fine di opporre alle previsioni di un terremoto imminente, rassicurazioni utilizzabili a livello mediatico. Anche in questo caso il diritto alla vita di varie centinaia di persone è stato sacrificato all’esigenza di non turbare la tranquillità del paese. Tra i processi penali, si citano le dure contestazioni di una sentenza definitiva, emessa dalla Cassazione, al termine di tre gradi di giudizio nei confronti di un giornalista condannato per un’ipotesi di diffamazione particolarmente grave, in applicazione della legge penale, già applicata migliaia di volte senza mai suscitare obiezioni e scandalo. Ne abbiamo già parlato e abbiamo riferito della corsa a preparare una nuova legge ad personam. Infine la sentenza del Tribunale di Milano nei confronti  dell’ex presidente del consiglio per frode fiscale, che ha anch’essa offeso e sdegnato decine di parlamentari, ovviamente ignari di ciò di cui parlavano. Si è sentito persino dire da uno dei difensori che la prova dell’accanimento sarebbe la lettura contestuale delle motivazioni, mai avvenuta in Italia, mentre invece è pratica diffusa in tutti i tribunali del paese.
Il piccone colpisce lo stato di diritto, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo. Ormai è chiaro: L’obiettivo immediato è quello di fare tabula rasa delle istituzioni del paese. Cosa si possa costruire sulle macerie non è chiaro. Non si capisce neppure quale sia l’obiettivo finale, per conto e nell’interesse di chi tutto questo avvenga. Nel frattempo vivremo sulle rovine, in un paese frazionato, ribelle e impoverito, lontano dall’Europa. Nessuno dei programmi movimentisti si occupa per il momento delle mafie. Saranno le sole istituzioni a rimanere in piedi?

* Magistrato







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