I giovani? La nuova resistenza

Com’è giusto che sia, il problema dei giovani – della loro formazione, del loro lavoro e della loro messa in sicurezza rispetto alle innumerevoli tentazioni devianti, dirette e indotte dall’altrimenti…

Com’è giusto che sia, il problema dei giovani – della loro formazione, del loro lavoro e della loro messa in sicurezza rispetto alle innumerevoli tentazioni devianti, dirette e indotte dall’altrimenti diseconomia – assilla il popolo dei genitori.  Molti di questi, così giovani da non aver direttamente vissuto all’insegna di un mondo che si pretendeva di cambiare (1968), sono disorientati a tal punto da non sapere cosa fare, se non deprimersi per lo scoraggiamento.
Questa è la “soluzione” più diffusa, dal momento che – a seguito delle crisi in atto – è venuta pure a cadere la becera “opportunità” (si fa per dire!) di vendersi ai potenti, spesso frequentata per racimolare anche ciò che non si meritava.
Per i giovani, non un riferimento alle loro spalle. Non una speranza di fronte. Sono divenuti spettatori quasi passivi, insieme anche ai sessantottini oramai con i capelli brizzolati (quando va bene), del massacro che la politica ha fatto del Paese. Oramai senza più il diritto a presidio delle ineludibili esigenze sociali.
In Calabria peggio che altrove, tra indagati in soprannumero nelle Istituzioni, Comuni sanzionati con lo scioglimento e pieni zeppi di debiti, molti dei quali in default, prepotenze quotidiane usate senza ritegno e rappresentanti che nessuno ci invidia, tutt’altro.
Eppure bisogna fare qualcosa, pena la desertificazione del territorio e l’astenersi dai problemi della Calabria da parte delle migliori intelligenze e delle coscienze più nobili.
Occorre mutare innanzitutto il fumetto che ciascuno di noi ha appena sopra l’orecchio. Si, quel fumetto che fotografa il nostro modo di pensare. Quasi il modo di essere. Quel fumetto che ci fa identificare, erroneamente, la sanità con l’ospedale di riferimento e non con il territorio da sempre (ahinoi) silente nel rivendicare i servizi. Che ci ha portato sino a ieri (spero!) a concepire il sistema pubblico, divisi tra tifosi dei ladri piuttosto che delle poche guardie. Che fa sì, finalmente, che gli onesti comincino ad identificare i politici per mestiere come la naturale continuità della banda Bassotti (giusto per non essere offensivo per come il destinatario meriterebbe). Che porta però i giovani a non credere, neppure a chi spende la propria per la loro vita.
Insomma, siamo in presenza di un mondo affollato da disillusi, da ottimisti arresi e da impenitenti rinunciatari. I migliori – coloro i quali hanno voglia di urlare i loro diritti – abdicano. Poi ci sono quelli costretti ad arrangiarsi per sopravvivere, avvezzi a sentirsi novelli Jean Valjean. Costretti come (spesso) sono anche “a rubare il pane” e, per, questo, ad essere senza futuro, vittime sacrificali delle retribuzioni di pochissimi euro e di lavori senza garanzie. Quasi degli immigrati in patria, quotidianamente “braccati” da una Autorità senza autorevolezza, perché esercitata da chi non ne avrebbe titolo etico e culturale.   
Eppure bisogna fare qualcosa. La difficoltà è capire quando e come. Vediamo allora cosa c’è nel cilindro della residuale “resistenza sociale”. Il meglio da tirare fuori, a cura dei partigiani che la rappresentano, per affrontare il processo di liberazione della nostra regione da chi l’ha ridotta così.
In democrazia ogni momento è utile a rivendicare l’esigibilità dei diritti fondamentali. Stante il ritardo consumato, occorre bene identificare ciò che i bravi ebanisti siciliani definivano ù ncuminciu, ovverosia il punto ove iniziare per realizzare i loro migliori intarsi. Per fare coincidere le diverse essenze lignee.
I prossimi appuntamenti elettorali sarebbero quelli da utilizzare. Per farlo, necessita cominciare da subito evitando gli errori di sempre. Infatti, chiuse le sezioni e mandate in disuso le iniziative domenicali, ove si distribuiva la stampa del partito e nel mentre ci si confrontava con i cittadini, ma anche estinta quella che era una volta l’azione cattolica, ci si è abituati a rispondere acriticamente alle chiamate altrui. Spesso di quegli idioti cui abbiamo consentito di rappresentarci nelle aule elette (ma anche nelle partecipate) e nelle pregiate postazioni dei c.d. nominati, ove gli stessi hanno realizzato e continuano a realizzare la loro fortuna. Soggetti ai quali il mondo civile, degno di appellarsi tale, non avrebbe dovuto dare un quattrino ma neppure concedere di portare a passeggio il proprio animale domestico. Lo si è, invece, fatto e se ne pagano le conseguenze.
Ciò è quanto accaduto. Ora bisogna fare qualcosa, ovviamente di diverso. Occorre individuare i migliori per tradurli in aspiranti. Per farlo bisogna pretendere da loro l’elaborazione di progetti chiari e semplici. Al riguardo, occorre che gli stessi assumano precisi impegni, che sono diversi dalle solite promesse. Insomma, ci vuole un nuovo esercito ideale, pronto però a pragmatizzare quanto serve. A produrre in fatti le aspirazioni della novella resistenza politico-sociale, cui tutti devono dare il loro contributo. Anche quello impossibile.   
Il problema che si pone è quello di formalizzare gli impegni, meglio per trasformarli in realizzazione. Ci vuole, dunque, un pagherò di nuova generazione. Una cambiale politica sottoscritta dal beneficiario del consenso. Dall’eletto prima che diventi tale.
Per fare questo, occorre un nuovo soggetto politico di riferimento, “di tipo consortile” (rectius, di unitario perbenismo), che sappia avere cura delle speranze e meno dei portafogli dei soliti leader. Un partito virtuale che sappia rendersi fideiussore della riscossione sociale. Per concretizzarlo ci vogliono i cittadini, distinti nel loro insieme di elettori ed eletti, che abbiano un progetto comune per la rinascita della nostra regione. Che compongano un siffatto soggetto politico, ideologicamente misto ma monolitico, capace di esprimere corretti rappresentanti dei bisogni da soddisfare. Solo così si potrà garantire una cittadinanza attiva ai giovani e un futuro da spendere nella certezza che non hanno mai avuto.

* Docente Unical





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