«La morte di Lorena Quaranta fa male»

di Anna Pizzimenti

La morte di Lorena Quaranta fa male. Fa male perché lei è giovane, è bella, è una donna-medico. Fa male perchè arriva in un frangente temporale in cui il peso di una vita sulla bilancia dell’esistenza fa la differenza. Fa male perché Lorena è vittima di femminicidio, il primo al tempo del Coronavirus. E’ il paradosso di un male oscuro, che ha fatto del necessario distanziamento sociale la trappola mortale per chi, per obbedire alla ragion di Stato, deve forzatamente convivere con il proprio aguzzino. Lorena concretizza i timori di quanti avevano predetto un’impennata della curva della violenza domestica e un calo delle denunce. La convivenza forzata, è stato detto, alimenta l’insofferenza, perché replica, giorno dopo giorno, il copione delle relazioni lacerate, della contrapposizione forte-debole e anche della sempre più incalzante indigenza economica, che registra ancora una volta la sconfitta delle donne. Oppure, per altro verso, fa emergere quei tratti caratteriali e comportamentali, ammansiti e travisati dal contenimento sociale. Siamo di fronte alla disintegrazione di un’intera popolazione: perdere vite è inaccettabile e stiamo vivendo ore, che un giorno, forse, la storia descriverà come quelle in cui si è consumato uno fra i più grandi flagelli del genere umano. Si invoca il cambiamento, l’inversione di rotta, la comprensione dei valori su cui dovrebbe sorreggersi la nostra quotidianità: la verità è che nulla è cambiato rispetto al giorno del nostro lockdown e nulla cambierà quando riavremo le chiavi della nostra vita. Abbiamo solo adattato alla nostra condizione di “isolati domiciliari” le nostre abitudini, perché adattarsi è nel patrimonio genetico degli esseri viventi, per sopravvivere all’estinzione. Anche nei suoi “lati oscuri”. La macchina della giustizia, attivata da una telefonata dell’assassino di Lorena, da qui a breve fornirà i dettagli di questa storia: un litigio finito male o chissà cosa altro e la trama si ripeterà, come in quella di tanti altri femminicidi. Ma stavolta c’è un epilogo diverso: il timore del contagio, le interdizioni governative e delle autorità locali proibiranno quei gesti di umana pietà che distinguono gli uomini dalle fiere e che confortano e consolano nel dolore. Stiamo perdendo, anzi, stiamo dissipando, calpestando, distruggendo ogni traccia di umanità e non capiamo che siamo di nuovo al tempo in cui “il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra” e forse anche i posti sull’Arca di Noè non sono più disponibili. Oggi un’altra vita si è spenta, peggio che nella solitudine della terapia intensiva: strangolata come Desdemona, eternamente immobile sul pavimento della propria casa, Lorena muore per mano dell’uomo che avrebbe dovuto esserle compagno e sostegno nell’ora più buia; che, come lei, aveva intrapreso una professione che vuole beffare l’agguato della morte e non diventarne indegno strumento. E’ il momento del lutto anche per chi auspica che la violenza sulle donne possa essere debellata, al pari della malattia che stiamo fronteggiando, e che, dopo la caduta, con dolore, si rialza per non cedere alla tentazione di dover sventolare la bandiera bianca; per non arretrare mai nella battaglia. Oggi le campane suonano “a morto”: sfila il feretro! Che non perisca mai anche la nostra “umanità”!







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