Iannò: Paolo De Stefano aveva un potere immenso

REGGIO CALABRIA «All`interno della `ndrangheta, con l`accordo di tutti, si può fare qualsiasi cosa»: torna a entrare nelle viscere dell`organizzazione delle `ndrine a Reggio Calabria, il collaboratore di giustizia Paolo…

REGGIO CALABRIA «All`interno della `ndrangheta, con l`accordo di tutti, si può fare qualsiasi cosa»: torna a entrare nelle viscere dell`organizzazione delle `ndrine a Reggio Calabria, il collaboratore di giustizia Paolo Iannò. Sottoposto al fuoco di fila delle domande delle difese, il pentito – nel corso di un`udienza del processo “Meta” – è tornato a delineare il regime venuto fuori dalla seconda guerra di `ndrangheta e di cui lui stesso è stato ingranaggio di primo piano. Un regime dalle regole definite, ma sulle quali «di comune accordo» – spiega il collaboratore – si poteva e presumibilmente si può anche soprassedere. Ed è questo il caso del locale di Archi, storica roccaforte delle `ndrine più potenti della città – i Condello, i De Stefano, i Tegano – e la cui formazione – proprio per questo, lascia intendere Iannò – non è stata formalizzata all`indomani della guerra. Non erano stati indicati, racconta il pentito sollecitato sul punto dall’avvocato Calabrese, il capolocale e le altre cariche di riferimento, tanto meno era stata data formale comunicazione al “Crimine” di Polsi, il locale provvisorio che nelle scorse udienze Iannò ha spiegato essere la camera d`ascolto delle `ndrine calabresi. «Si sapeva che c`era un buon ordine mantenuto dagli uomini di rispetto e questo bastava».
Iannò non sa se questa sia stata una scelta consapevole, «non so dire – ribadisce a più riprese – se ci fossero motivi specifici per operare al di fuori del “Crimine” di Polsi», ma ammette, sollecitato a chiarire le sue affermazioni dal pm Giuseppe Lombardo, «può essere che si siano messi d`accordo fra loro, che abbiano fatto qualcosa». Non tutto e non a tutti era dato sapere nel sistema `ndrangheta, ma di una cosa Iannò si dice certo: «La mancata formazione del “locale” di Archi non ne diminuiva in nulla né il prestigio, né la forza».
Ed è probabilmente in virtù di questa forza che le famiglie di Archi, assieme ai Libri e ai Rosmini, prima che i contrasti con Condello non li eclissassero dalle prime linee dello scenario criminale reggino, avevano esteso il proprio potere anche su Reggio città e sul suo centro. Un regno in cui «tutte le imprese dovevano pagare». E senza aver bisogno di spiegazioni. Un regno in cui, nuove figure con nuovi ruoli, avrebbero iniziato ad affermarsi. «Mario Audino si era proposto come referente unico delle estorsioni su Reggio Calabria, come elemento sia dei De Stefano-Tegano, sia dei Condello».
Un elemento di straordinaria novità, figlio del nuovo ordine e che rappresenta – a detta del pentito – un’evoluzione del medesimo ruolo che Pinello Postorino, uomo del clan De Stefano, aveva svolto per gli arcoti, prima e durante la guerra. Un nuovo ordine in cui «si diceva che bisognava dare qualcosa, una carica a Peppe De Stefano, ma non so dire di più», afferma il collaboratore. Un riconoscimento che nell’ipotesi dell’accusa ha suggellato quel riavvicinamento fra i Condello e i De Stefano che prima della guerra – ricorda Iannò – erano «tutti una cosa, un’unica famiglia. Paolo De Stefano era il vertice del “locale”, aveva influenza non solo su Reggio, ma anche al Nord. Aveva amicizia con i Cataldo sulla jonica e con i Piromalli sulla tirrenica. Ma anche al Nord o con la famiglia Cutolo, e infatti don Mico Tripodo fu ucciso nel carcere di Napoli da un cutoliano», afferma Iannò, facendo riferimento a quel favore che don Paolino aveva chiesto agli “amici” di Napoli per suggellare la propria vittoria al termine della prima guerra di `ndrangheta del Reggino.
Era un potere immenso – nei ricordi del collaboratore – quello che il capostipite del clan De Stefano aveva e che – emerge dall’inchiesta “Meta” – avrebbe volontariamente ceduto a Pasquale Condello, il quale a sua volta l’avrebbe in seguito “restituito” al figlio di don Paolo. Una circostanza che però Iannò – sollecitato sul punto dai legali di De Stefano, Carmelo Ielo e Marco Panella – non ricorda, nonostante gli anni di vicinanza al superboss che definisce il «mio unico punto di riferimento», così come non sa dire con precisione che tipo di carica avrebbe ricevuto Giuseppe De Stefano, «uno che nell’ambiente si diceva avesse ereditato il carattere dello zio Giorgio». Ma sottolinea ancora il pentito «uno `ndranghetista può chiedere una nuova carica, ma deve esserci il consenso di tutti». E questo a Iannò non è dato sapere anche perché «dopo che una carica viene svelata, come ho fatto io con il quartino durante la mia collaborazione, se ne creano di nuove». Come quella di capo-crimine che secondo quanto emerso fino ad oggi dall’inchiesta e dal procedimento sarebbe stata concessa al figlio ed erede criminale di don Paolo, suggellando – a dieci anni dalla pace – il nuovo regime di concordia da essa scaturito. Un regime di cui Iannò è stato testimone di primo piano, ma recalcitrante, restio a deporre le armi dopo anni di guerra, e forse per questo anche collettore delle lamentele dei grandi esclusi. Clan come quello dei Fontana, progressivamente messi a margine da Condello, che non aveva perdonato al cugino Giovanni la decisione di cessare unilateralmente le ostilità a guerra ancora in corso, o come i Rosmini, cui tra il `98 e il 2000 il superboss avrebbe iniziato a preferire i Lo Giudice. Lamentele che a Iannò sarebbero stati gli stessi Giovanni Fontana e Diego Rosmini a riferire nel corso di alcuni incontri verificatisi proprio a cavallo del 2000. Proprio quando quel nuovo ordine, nella ricostruzione della pubblica accusa, stava definitivamente prendendo definitiva forma.





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