Autobomba a Limbadi, l’aggressione di ottobre e il mistero dell’innesco

I carabinieri indagano sull’episodio che si consumò a pochi metri dal luogo dell’attentato di lunedì. Gli investigatori seguono la pista dei contrasti di vicinato sul confine di alcuni terreni. Per l’ordigno probabile l’utilizzo di un comando a distanza. Inchiesta alla Dda – VIDEO

VIBO VALENTIA  La Dda di Catanzaro ha assunto la titolarità dell’inchiesta sull’attentato avvenuto ieri a Limbadi in cui è stato ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco. Già nella stessa giornata di ieri uno dei magistrati della Procura antimafia, Andrea Mancuso, si era recato sul luogo dell’attentato, affiancando il sostituto di turno della Procura della Repubblica di Vibo Valentia, Ciroluca Lotoro, che ha gestito gli atti urgenti relativi all’indagine sull’attentato. L’intervento della Dda di Catanzaro, che comunque, nell’ambito del rapporto di collaborazione tra i due uffici, si avvarrà della collaborazione della Procura di Vibo Valentia, è motivato dalla chiara matrice mafiosa dell’attentato, anche se il movente di quanto è accaduto è ancora tutto da decifrare. Si tratta anche di capire il motivo per il quale chi voleva uccidere Matteo Vinci e il padre, riuscendo però ad eliminare soltanto il primo, abbia voluto mettere in atto un’azione così eclatante per mettere in atto il suo proposito, con l’utilizzo di una bomba anziché optare per il classico agguato. Un quesito che è adesso al vaglio della Dda e dei carabinieri della Compagnia di Tropea e del Reparto operativo del Comando provinciale di Vibo Valentia, cui sono delegate le indagini.

LE INDAGINI La contesa con elementi della cosca Mancuso della ‘ndrangheta sulla delimitazione dei confini di alcuni terreni e le pressioni che sarebbero state esercitate dallo stesso gruppo criminale per la cessione di alcuni fondi: è questa la pista che viene seguita per risalire al movente dell’attentato. Ad avvalorare questa ipotesi sono i contrasti che erano in corso da tempo tra i due gruppi familiari e che erano sfociati nella rissa in cui nel 2014 erano rimasti coinvolti Matteo Vinci ed il padre, da una parte, ed alcuni esponenti della famiglia Mancuso dall’altra, tra cui Rosaria Mancuso, sorella dei boss dell’omonima cosca di Limbadi. Episodio che portò all’arresto delle persone coinvolte. A questi stessi contrasti sarebbe da collegare anche l’aggressione messa in atto nell’ottobre scorso ai danni di Francesco Vinci.

L’AGGRESSIONE DI OTTOBRE Infatti il 73enne Vinci, ferito gravemente ieri nello scoppio dell’autobomba in località “Cervolaro” di Limbadi in cui è rimasto ucciso il figlio Matteo (qui la notizia), fu vittima lo scorso ottobre di un’aggressione messa in atto da persone nei confronti delle quali sono in corso le indagini dei carabinieri. L’episodio si verificò a breve distanza dal luogo in cui è avvenuto l’attentato di ieri, in prossimità del terreno della famiglia Vinci attiguo a quello dei Di Grillo-Mancuso.
Proprio sulla delimitazione del confine tra i terreni è in atto da tempo una disputa tra la famiglia Vinci e quella dei Grillo-Mancuso che sarebbe stata la causa scatenante della rissa avvenuta nel 2014 che vive contrapposti, da una parte, Francesco e Matteo Vinci e, dall’altra, Rosaria Mancuso, sorella dei capi della cosca, e il marito Domenico Di Grillo, arrestato nella tarda serata di lunedì dai carabinieri per la detenzione abusiva di un fucile.

IL MISTERO DELL’INNESCO Mentre si lavora per cercare di ricostruire il movente, gli inquirenti provano anche a colmare alcune lacune “tecniche” nella ricostruzione dell’attentato mortale. Come è stata azionata la bomba che ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco? È uno dei quesiti cui è chiamata a dare una risposta l’indagine che i carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia stanno conducendo sull’attentato avvenuto ieri nelle campagne di Limbadi. Un dato acquisito alle indagini è che l’ordigno utilizzato per l’attentato sia stato collocato sotto la Ford Fiesta sulla quale viaggiavano Matteo Vinci ed il padre. Ma come è stato fatto scoppiare? L’ipotesi che su questo specifico punto dell’indagine viene presa maggiormente in considerazione dagli investigatori è quella di un radiocomando a distanza. Ma non si esclude neppure quella di un timer. In ogni caso, si fa rilevare negli ambienti investigativi, si è trattato di un lavoro compiuto da professionisti e che denota l’elevato livello criminale di chi aveva ha progettato l’uccisione di Matteo Vinci e del padre. Persone non considerate legate alla ‘ndrangheta, ma che, evidentemente, erano finite nel mirino di esponenti di primo piano della criminalità organizzata del vibonese.





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