La “via romana” della ‘ndrangheta

I clan calabresi hanno mutato il loro Dna per adattarsi al sistema criminale della Capitale. Una tattica che genera profitti altissimi. Il riciclaggio globale del clan Tassone e gli altissimi dividendi dal gioco d’azzardo online

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LAMEZIA TERME ‘Ndrangheta, Cosa nostra, camorra, gruppi autonomi. Tutti convivono all’ombra del Cupolone. Ognuno con la propria specificità. Roma è stata (ed è) un laboratorio per le mafie. E in questo laboratorio «i boss hanno contezza dell’esistenza gli uni degli altri ma sembrano aver scelto di diversificare il modus operandi sul territorio romano rispetto al resto del Paese, per poter generare un profitto criminale, proprio in virtù della flessibilità che questo contesto richiede». Il Terzo rapporto sulle mafie nel Lazio conferma il peso criminale – specie nel narcotraffico – delle cosche calabresi. E attribuisce loro lo sviluppo di una vera e propria “via romana” nell’esercizio del metodo mafioso. Una via che li ha portati ad «allearsi, mettere in comune le proprie abilità criminali, in uno scambio vantaggioso per i diversi clan coinvolti, senza irrigidire le strutture di riferimento». Così le strutture criminali «sanno mettersi d’accordo, formare joint-venture utili al conseguimento del risultato; sanno entrare in affari scambiando il proprio know-how, mettendo ciascuno il proprio elemento di forza a disposizione dell’alleanza momentanea». Lo fanno le mafie storiche, hanno imparato a farlo i clan autoctoni. È un «“contagio criminale” dovuto al fatto di operare da anni, gomito a gomito, con clan mafosi come quelli di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra». A Roma le mafie sono tutte libere e tutte legate. E questo contagio è maggiore nelle piazze di spaccio, i luoghi che maggiormente preoccupano gli investigatori perché potrebbero essere la culla dell’evoluzione (meglio, involuzione) del metodo mafioso.

CLAN LEADER DEL NARCOTRAFFICO Nella Capitale funzionano contemporaneamente un centinaio di piazze di spaccio, operative h24 e caratterizzate dall’uso di sentinelle, ostacoli mobili e fissi (come inferriate), l’utilizzo di telecamere e l’esistenza di edifici che – da un punto di vista urbanistico – garantiscono un controllo delle aree. I gruppi organizzati, in gran parte romani, gestiscono le piazze di spaccio con una rigidissima suddivisione del territorio, spesso nella stessa strada, e hanno rapporti e relazioni con soggetti componenti appartenenti ai casalesi, gruppi di camorra e soprattutto calabresi, che sono i grandi fornitori delle piazze di stupefacenti. È, infatti, la ‘ndrangheta l’organizzazione leader nel settore del narcotraffico romano e non solo. I quartieri romani piu’ interessati allo spaccio sono Romanina, Borghesiana, Pigneto, Montespaccato, Ostia, Primavalle, San Basilio. Ma è senza dubbio Tor Bella Monaca a registrare la zona di maggiore concentrazione di piazze di spaccio dove a spartirsi il territorio sono 11 clan. È soprattutto qui che i gruppi romani hanno «sfruttato la continuità ad importanti cosche della ‘ndrangheta per sviluppare forme sinergiche in materia di narcotraffico internazionale».

IL SISTEMA TASSONE Lo scenario è presente in una delle più importanti operazioni antidroga messe a segno dalla Dda della Capitale, quella contro il gruppo di Damiano Tassone, calabrese originario di Nardodipace ma attivo da anni a Ostia. I magistrati che hanno coordinato l’inchiesta sono riusciti a risalire al complesso sistema della filiera del riciclaggio di denaro proveniente dalla vendita di stupefacenti. Come si legge dalla sentenza: «Damiano Cosimo Tassone è promotore e organizzatore di detto sodalizio, ne è leader indiscusso che cura e organizza ogni tipo di attività, sia direttamente che attraverso frequenti contatti diretti e personali con altri membri del sodalizio». Anche il gruppo Tassone, con base operativa nella Capitale, aveva i suoi contatti in Calabria, grazie ai quali gestiva queste importazioni di droga. In una intercettazione, richiamata nelle motivazioni della sentenza di primo grado, spiega: «Vabbè noi facciamo la garanzia, noi dobbiamo mandare una persona nostra… cioè… a stare con loro, mica ci fanno così un cazzo se mandano 300-400-500 come facciamo? La prima volta ti mandano un campione, ma poi bisogna che noi andiamo a comprare, come facciamo? Che garanzie mi danno? Là credo stanno pronti a pochi giorni… dopodiché te la mandano chiusa in Olanda, 700 kg non è che me li danno (incomprensibile…) il 50% in Inghilterra[…]» . Il meccanismo coinvolgeva numerosi soggetti, in diversi Paesi: i quantitativi di denaro, frutto dei proventi del narcotraffico, transitavano attraverso uomini-chiave per l’organizzazione, grazie alle complicità di funzionari di una sede distaccata dell’Ambasciata del Congo a Pomezia, in conti esteri. Il denaro passava così dalla Capitale d’Italia a quella europea delle Banche: la Svizzera, in particolare, a Lugano. Qui, tramite una casa del cambio svizzera il denaro veniva convertito in dollari Usa e versato, grazie a numerosi e differenti bonifici bancari, da una banca online direttamente sul “Banco do Brasil” di San Paolo. I soldi, tramite altri intermediari, giungevano nella disponibilità di Tassone che poteva così investirli per l’acquisto di stupefacenti, direttamente dai narcotrafficanti sudamericani di Brasile, Colombia e Argentina.

UN MILIONE AL GIORNO DAL GIOCO ONLINE La “via romana” paga dividendi altissimi. L’indagine “Imitation Game”, oggi a dibattimento, mostra il livello di commistione tra vecchi approcci e metodi applicati al sistema criminale della Capitale. L’operazione aveva contribuito a svelare un sistema che operava nell’ambito delle slot machines e del gioco d’azzardo online. Un “doppio livello” gestito dal principale indagato, odierno imputato, Luigi Tancredi, che grazie a una serie di relazioni e di rapporti anche con ambienti criminali che vanno dai gruppi insediatisi su Ostia, ad altri che fanno parte del clan dei Casalesi, sino ad alcuni soggetti particolarmente qualificati appartenenti alla ‘ndrangheta, «secondo gli inquirenti – si legge nel rapporto – aveva costituito delle piattaforme informatiche sulle quali dar vita a siti online per il gioco del poker, al quale accedevano diversi utenti da postazioni remote, ovvero periferiche, localizzate nella città di Roma, nel quartiere di Ostia e al contempo capillarmente diffuse su tutta l’area nazionale». Il punto di riferimento di Tancredi nel settore è Rocco Femia, boss con un ruolo preminente nel business del gioco online. Il suo ruolo è quello di «cerniera con altri imprenditori dediti a questo tipo di attività di gioco online, nella gestione di piattaforme informatiche e siti web, un ambito di mercato in espansione e remunerativo». Qualche numero: si trattava di 2mila tavoli da gioco virtuali al giorno che consentivano un giro d’affari quotidiano di oltre 11 milioni e 500 mila euro, con un profitto per il titolare di questa organizzazione corrispondente più o meno al 10% del ricavato. A proposito di dividendi: fa oltre un milione al giorno.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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