Si indaga ancora sulla rete di “Faccia di mostro”

I beni sequestrati a Giovanni Aiello tornano ai suoi familiari. Il fascicolo legato all’inchiesta ‘Ndrangheta stragista lambisce ex poliziotti e vertici dei Servizi

REGGIO CALABRIA I beni sequestrati a Giovanni Aiello, l’ex poliziotto della Mobile indicato da più parti come il misterioso killer di Stato “Faccia di Mostro”, possono tornare ai suoi familiari, ma sulla sua rete si indaga ancora. È quanto emerge dal provvedimento con cui il gip Natina Pratticò ha accolto l’istanza presentata da Ivana Orlando, l’ex moglie dell’uomo, morto nell’agosto scorso sulla spiaggia di Montepaone lido. Per ordine del giudice tornano dunque nelle disponibilità della donna le case, la barca, la Range Rover e il telefono cellulare di Giovanni Aiello, finiti sotto sigilli nell’agosto scorso per ordine della Dda di Reggio Calabria.

ALL’OMBRA DELLE STRAGI Quando si è accasciato senza vita sulla spiaggia di Montepaone lido, Aiello era uno dei principali indagati di un fascicolo d’indagine strettamente legato a “‘Ndrangheta stragista”, il procedimento coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che ha svelato come la ‘ndrangheta abbia partecipato alla strategia degli “attentati continentali” tramite cui mafie, settori piduisti della massoneria e dei servizi, insieme a elementi della galassia nera hanno tentato di imporre un governo amico. Per questo a processo sono finiti il mammasantissima calabrese Rocco Filippone e il boss palermitano Giuseppe Graviano, accusati di essere i mandanti dei tre attentati calabresi contro i carabinieri con cui la ‘ndrangheta avrebbe contribuito alla generale strategia di stabilizzazione. Ma anche Aiello era finito sul registro degli indagati nel corso del medesimo procedimento.

UNA RETE SOTTO INCHIESTA Insieme a lui sono stati lambiti (ma non indagati) dall’inchiesta anche l’ex numero due del Sisde, Bruno Contrada, l’ex agente di polizia Guido Paolilli, i fratelli Gagliardi di Soverato (Catanzaro), Arturo Lametta, co-detenuto di Spadaro Tracuzzi, e Vito Teti. Tutti quanti – emergeva dal decreto di perquisizione eseguito nei loro confronti – erano parte di una rete legata ad Aiello. Per l’ex poliziotto della Mobile di Palermo, indicato da pentiti e dichiaranti come il misterioso killer di Stato legato a stragi e omicidi, l’accusa  – o meglio, l’accusa resa nota – era di aver indotto «con violenza o minaccia, o promessa di altra utilità» l’ex capitano del Noe, Saverio Spadaro Tracuzzi – già in passato condannato in appello per i suoi rapporti fin troppo amichevoli con i clan – «a rendere dichiarazioni false al pubblico ministero di Reggio Calabria in ordine ai suoi rapporti con lo stesso Aiello, nonché in ordine alla posizione ed al ruolo criminale del predetto nel contesto della ‘ndrangheta reggina».

CORRISPONDENZA DIROTTATA All’epoca l’ex capitano era in carcere a Santa Maria Capua Vetere, la sua corrispondenza veniva controllata, ma lui e Aiello – emerge dal decreto di perquisizione – avevano individuato un canale di comunicazione. Le lettere dell’ex militare detenuto venivano spedite a casa di un vicino di casa di Aiello, Vito Teti, anche lui perquisito nel luglio scorso. Dal medesimo indirizzo, arrivavano con sollecitudine le risposte a quelle missive. Per la Dda, si sarebbe trattato solo di un escamotage per occultare la fitta corrispondenza fra Aiello e Spadaro Tracuzzi, avviata da “Faccia di mostro” per una ragione molto precisa.

TUTTO PER I CLAN Convincere Spadaro Tracuzzi a mentire sulla sua presenza e il suo ruolo a Reggio sarebbe servito ad Aiello ad «agevolare l’attività della ramificata organizzazione di tipo mafioso ed armata – per avere la immediata disponibilità, per il conseguimento delle finalità dell’associazione, di armi e materie esplodenti anche occultate o tenute in luogo di deposito – denominata ‘ndrangheta, presente ed operante in prevalenza sul territorio nazionale, ed in particolare delle preminenti articolazioni territoriali della medesima denominate cosche Lo Giudice di Reggio Calabria e Libri di Cannavò». Tutti fatti accaduti a Reggio Calabria in tempi estremamente recenti, nel gennaio 2016.

ARGOMENTAZIONI NON SUFFICIENTI Elementi che il procuratore aggiunto Lombardo ha ricordato nel parere con cui si è opposto al dissequestro dei beni di Aiello «al fine di completare i dovuti approfondimenti volti ad accertare la presenza di elementi di prova in grado di allargare il quadro indiziario a disposizione, non potendosi escludere l’estensione dello stesso a soggetti suindicati (Bruno Contrada, Giudo Paolilli, i fratelli Gagliardi e i loro prossimi congiunti) quali potenziali concorrenti dell’Aiello nel delitto oggetto di contestazione». Argomentazioni che tuttavia non sono bastate al giudice per prolungare il sequestro. Per il gip Pratticò, l’autopsia «ha escluso l’esistenza di qualsivoglia reato in relazione alla morte» di Aiello e il reato che gli veniva contestato si è estinto con la sua morte dunque viene a mancare la base giuridica per giustificare il sequestro. In più, spiega il giudice l’assenza di formali contestazioni nei confronti di Contrada e degli altri soggetti potenzialmente indagati, priva il giudice degli elementi necessari per valutare se il sequestro possa essere confermato o meno.

PALLA ALLA DDA Traduzione, alla luce della riservatezza (eccessiva, sembra lasciar intendere il gip) su eventuali indagini in corso, non si può far altro che restituire alla famiglia i beni sequestrati un anno fa. Tuttavia – si sottolinea nel provvedimento – «rimane impregiudicato il potere del pm di emettere un nuovo provvedimento cautelare in ordine agli stessi beni in relazione a diverse ipotesi di reato ascrivibili a diversi soggetti per i quali sono in corso indagini». Adesso dunque l’iniziativa torna alla Dda, che per chiedere un eventuale nuovo sequestro di quei beni dovrà portare elementi a carico di altri indagati.

INDAGINI IN CORSO Secondo quanto si legge nel breve stralcio del parere del procuratore Lombardo riportato nel provvedimento, fatta eccezione per Spadaro Tracuzzi, nessuno dei soggetti perquisiti nel luglio 2016 è formalmente indagato. Ma i rapporti da loro mantenuti con Aiello fino alla sua morte da tempo sono «di interesse investigativo» per la Dda. A far finire al centro delle attenzioni della Dda di Reggio Calabria  l’ex numero due del Sisde Bruno Contrada – per il quale la Cassazione ha di recente dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna” a 10 anni rimediata per concorso in associazione mafiosa – sono state una misteriosa “fonte dichiarativa” e una strana telefonata.

OCCHI PUNTATI SU CONTRADA  Contrariamente a quanto affermato dall’ex numero due del Sisde, per «una persona pienamente attendibile ed a conoscenza diretta dei fatti» la cui identità viene al momento tenuta sotto stretto riserbo da parte dei magistrati «per evidenti motivi di cautela processuale» Contrada – si legge nel decreto di perquisizione – «è risultato essere la persona più strettamente legata ad Aiello nella polizia di Stato». Un rapporto che Contrada ha sempre negato, ma che gli inquirenti sembrano voler approfondire anche perché a confermarlo – ipotizzano in Dda – potrebbe essere una telefonata che lui stesso ha fatto. «È risultato in contatto telefonico – si legge nelle carte – con Guido Paolilli subito dopo che questi era stato escusso dai pm sul conto del predetto Giovanni Aiello, commentando proprio il contenuto di tali dichiarazioni».

LE “CONFESSIONI” DI PAOLILLI Fra i primi incaricati delle indagini sull’omicidio dell’agente Nino Agostino e della moglie, Paolilli è stato indagato e poi prosciolto dall’accusa di favoreggiamento nei confronti di Aiello, indicato da alcuni pentiti come autore del delitto. Un’indagine di cui il collaboratore di Contrada è stato probabilmente chiamato a parlare con i magistrati di Reggio Calabria, per poi affrettarsi a riferire il contenuto di quella “chiacchierata” al suo ex capo, particolarmente preoccupato – dicono fonti investigative –  del perdurante interesse nei confronti di Aiello. Tutti elementi da approfondire per gli inquirenti reggini, tanto da spedire per due volte – l’ultima, l’estate scorsa – gli agenti della Mobile a casa di Contrada. E forse tuttora in via di esplorazione.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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