Le due bande, le “talpe” delle Poste e il tesoro (ancora) nascosto

Il gruppo criminale avrebbe svuotato interi conti grazie alla connivenza di funzionari degli uffici postali. Prima veniva individuata la vittima e poi si passava alla monetizzazione dei buoni e dei libretti. Disposto il sequestro dei beni. Dominijanni: «Eluse tutte le procedure di controllo»

REGGIO CALABRIA Li sceglievano anziani, invalidi o affetti da gravi patologie. Li circuivano fino a convincerli ad aprire loro la porta di casa, oppure ad allontanarsi in modo che i complici potessero entrare. L’obiettivo però era sempre il medesimo: derubarli dei risparmi di una vita accumulati sotto forma di buoni fruttiferi postali o depositati su libretti, poi svuotati grazie alla connivenza di funzionari delle Poste. È questo il modus operandi della banda sgominata oggi (qui la notizia) dai carabinieri di Villa San Giovanni e del comando provinciale di Reggio Calabria, diretti dal pm Giovanni Gullo e coordinati dal procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni.

GLI ARRESTATI In manette sono finite 11 persone, fra cui due direttori di uffici postali, Anna Maria Napoli e Bruno Gerardo Siciliano, in servizio rispettivamente ad Africo e Platì e Ciminà e tre addetti allo sportello, Antonino Francesco Felicetti e Nadia Paola Calderone. Altre 18 persone, fra cui la direttrice dell’ufficio postale di San Gregorio di Ippona nel vibonese, sono finite invece ai domiciliari. Le accuse sono, a vario titolo, associazione a delinquere, furto, riciclaggio, autoriciclaggio, appropriazione indebita e altri reati contestati in quasi 150 capi di imputazione.

DUE ASSOCIAZIONI, UN OBIETTIVO (ILLECITO) Secondo quanto emerso dalle indagini, tutti quanti, con diversi ruoli e compiti, fanno parte di due associazioni diverse, fra loro collegate e assolutamente identiche nel proposito (illecito) e nel modus operandi. A capo del primo c’era Domenico Commisso, nipote del capoclan Giuseppe “U Mastru”, che insieme al fratello Andrea poteva contare sull’assoluta complicità di Anna Maria Napoli, direttrice dell’ufficio postale, grazie alla quale sono stati monetizzati 177 buoni fruttiferi rubati o contraffatti per un totale di oltre 600mila euro. A fare da regista alla seconda “banda” era invece l’ormai ex – perché licenziato dall’azienda – direttore Bruno Gerardo Siciliano, che ha fatto incassare fraudolentemente buoni fruttiferi postali per 464mila euro.

FASE UNO, INDIVIDUARE E DERUBARE LE VITTIME Il meccanismo della gigantesca operazione di riciclaggio messa in piedi dai due gruppi era semplice e si divideva in più fasi. Primo, venivano individuati “gli obiettivi”, tutti anziani, invalidi o affetti da serie patologie. Le vittime venivano avvicinate e raggirate, oppure convinte ad allontanarsi da casa in modo che i complici potessero entrare ed appropriarsi di titoli, buoni e libretti postali, oltre che di oggetti di valore. In alternativa i riferimenti di titoli e buoni posseduti da ignari risparmiatori, magari da tempo residenti lontano o all’estero, venivano comunicati dalle “talpe” interne agli uffici postali alla banda perché provvedesse anche ad una grossolana contraffazione.

FUNZIONARI DEDICATI Poi si passava alla fase due ed anche qui fondamentale era la connivenza di dipendenti e funzionari delle poste che «con impressionante spregiudicatezza e senza alcuna remora» monetizzavano buoni e libretti in denaro liquido. Un servizio ripagato con l’equivalente del 20% del titolo cambiato. Per il gip, questo dimostra che dipendenti e funzionari degli uffici postali mostravano «non un’occasionale disponibilità ma una determinata volontà di favorire con la propria condotta la realizzazione effettiva del profitto dei reati compiuti ai danni delle persone offese, derubate dei titoli e dei valori ed anche contemporaneamente dei propri dati personali».

BUCHI DI SISTEMA Entrambi i gruppi infatti per tutte le operazioni utilizzavano anche i documenti d’identità delle vittime, rubati, fotocopiati o grossolanamente modificati, il che consentiva a funzionari e dipendenti di attestare – quanto meno formalmente – la liceità delle operazioni. Per il procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni «tutta la vicenda è connotata dalla complicità di funzionari e impiegati degli uffici postali. Tutte le procedure di controllo sono state eluse, un po’ per le modalità fraudolente utilizzate, un po’ a causa dei buchi del sistema, che non permette controlli tempestivi e accurati».

MILLE RIVOLI Per far sparire il denaro sottratto infatti, ai truffatori bastava procedere con una serie di operazioni sottosoglia. Avveniva tutto nella terza fase della maxioperazione di riciclaggio, durante la quale il denaro veniva disperso in mille rivoli. I contanti ricavati da buoni e titoli monetizzati venivano divisi su postepay, conti, altri libretti o buoni, magari intestati a persone del tutto ignare dell’operazione e spesso diverse da quelle che si presentavano a sportello, tramite bonifici, assegni, vaglia o banali ricariche. Il denaro veniva così “parcheggiato” altrove, ma non per molto tempo. I compiacenti titolari di carte prepagate o libretti postali nel giro di poco e persino in zone lontane dalla Calabria, svuotavano carte e libretti, ottenendo denaro liquido di cui si sono perse le tracce. Strumenti diversi che permettevano tuttavia di raggiungere il medesimo obiettivo: alleggerire ignare vittime dei risparmi di una vita.

DENUNCIATE «A fare le spese di organizzazioni criminali che sebbene non abbiano lo stigma ‘ndranghetista vantano fra i loro persone vicine o legate ai clan sono sempre le persone più deboli» sottolinea il procuratore aggiunto Gaetano Paci, che ha invitato «chi teme o crede di essere stato vittima di tali raggiri a mettersi in contatto con gli investigatori». Nonostante l’indagine approfondita, non tutte le vittime delle due “bande” potrebbero essere state individuate.

CACCIA AL TESORO A far partire l’inchiesta sono la denuncia di uno degli anziani presi di mira dalla banda, “alleggerito” di buoni fruttiferi per 400mila euro e un libretto postale contenente 51.000 euro, e la segnalazione di un funzionario delle Poste, insospettito dall’anomalo numero di buoni riscossi nelle sedi di Platì, Africo e Gioiosa Jonica. Dati che poi hanno permesso di ripercorrere a ritroso tutte le operazioni fatte dagli uffici e confermati dalle conversazioni intercettate tra gli uomini delle due bande, progressivamente individuati e messi sotto osservazione. In questo modo si arrivati all’identificazione dei due gruppi di truffatori. Per loro, è stato disposto il sequestro di tutti i beni, ma il “tesoro” che hanno sottratto ad ignari risparmiatori è ancora da individuare.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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