«In Germania pensavano che le “locali” fossero magazzini»

Gli affari della ‘ndrangheta in terra tedesca subito dopo la caduta del muro di Berlino. Nelle intercettazioni dell’epoca i primi segnali degli investimenti dei calabresi: «Comprare, comprare, comprare». L’avvertimento inascoltato di Gratteri e le incertezze sui numeri degli affiliati. «Forse sono più di 5mila»

«Dieci anni prima della strage di Duisburg, in Germania pensavano che le “locali” fossero dei magazzini. Il “locale” è l’organizzazione base della ‘ndrangheta e gli ho detto chiaramente: “Voi tra 10 anni avrete lo stesso problema che abbiamo noi in Italia”». A parlare è il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Conti alla mano, questa frase venne detta poco più di vent’anni fa. Era un avvertimento che rimase inascoltato. La Germania, e non solo, si resero conto che anche lì c’era la ‘ndrangheta e lo conobbero nel modo più crudo e violento possibile solo qualche anno dopo.
Ma la presenza nei land tedeschi è ben più lunga. A ripercorrerla è un’inchiesta del Corriere della Sera che dà voce non solo a Nicola Gratteri ma anche a Bernd Finger, per più di trent’anni a capo della sezione dedicata al contrasto della criminalità organizzata della polizia tedesca. La testimonianza di Finger parte da lontano, dalla caduta del muro di Berlino. Tra tutte, spicca il racconto di un’intercettazione con una semplice quanto mai significativa frase detta da alcuni ‘ndranghetisti: «Kaufen Kaufen Kaufen». Tradotto è «Comprare, comprare, comprare». I primi anni Novanta, successivi alla caduta del Muro, furono un territorio florido per gli investimenti della criminalità organizzata. «La parola chiave è amministrazione fiduciaria – racconta Finger – e quindi l’acquisto di proprietà della vecchia Repubblica democratica tedesca e di altri beni che venivano venduti a prezzi molto bassi». E in tutti questi anni, nonostante i sospetti e i documenti in mano alla polizia tedesca («Raccogliemmo tutte le informazioni possibili e non avendo all’epoca grandi mezzi e strumenti di collaborazione le consegnammo alle autorità italiane»), cos’ha fatto la politica? Se lo chiede il procuratore Gratteri quando spiega che il controllo della ‘ndrangheta in Germania è legato agli acquisti. «Dove c’era la possibilità di comperare – spiega Gratteri – la ‘ndrangheta compra perché il problema dell’élite della ‘ndrangheta non è quello di arricchirsi ma di giustificare la ricchezza».
Addirittura c’è chi ipotizza che la presenza calabrese in Germania sia da riferire agli anni 70 quando, secondo Margherita Bettoni, coautrice del saggio Die mafia in Deutschland «la mafia italiana arrivava con i gasterbeiter e cioè i lavoratori emigranti».
A parlare di numeri è invece l’associazione Mafia nein danke, nata all’indomani della strage di Duisburg per contrastare i pregiudizi contro gli italiani. «In un’interrogazione parlamentare le autorità tedesche parlarono di 590 tra mafiosi, camorristi, ‘ndranghetisti ed esponenti della Sacra corona unita – dice Sandro Mattioli, presidente dell’associazione -. Ma per avvicinarsi a dati quanto meno reali, stando anche al lavoro dei magistrati italiani e in particolare di Gratteri, bisognerebbe aggiungere a questi 590 uno zero e parlare di 5900».





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