Video intervista al pentito: «Le bombe di Reggio piazzate da clan e Servizi»

Consolato Villani parla da una località protetta. E ripercorre un pezzo di storia personale e della ‘ndrangheta. Dalle stragi degli anni Novanta al suo battesimo criminale a 17 anni. I sindaci creati dai clan e i due personaggi «pericolosissimi» al centro delle trame eversive sulle quali indaga la Dda

REGGIO CALABRIA Gli ordigni ritrovati nel 2004 all’interno di palazzo San Giorgio che hanno permesso all’allora sindaco Giuseppe Scopelliti di riemergere dal pantano politico in cui si dibatteva dopo un verticale crollo di consensi sono stati piazzati «dalle entità» e dai clan che con i settori deviati dell’intelligence hanno sempre lavorato. Questa non è che una delle tante rivelazioni – in parte omissate perché coperte da indagini tuttora in corso – che il pentito Consolato Villani (nella foto) ha fatto nel corso della lunga intervista concessa al Corriere della Calabria (che andrà in onda questa sera alle 22 su L’altroCorriere tv, canale 211 del digitale terrestre).

TESTE CHIAVE Elemento di spicco del clan Lo Giudice, pentito dal 2010, Villani oggi è uno dei testimoni chiave nel processo “’Ndrangheta stragista”, scaturito dall’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che ha svelato come anche i clan calabresi abbiano avuto un ruolo nella strategia della tensione passata negli anni Novanta per “gli attentati continentali” con cui mafie, settori dei servizi, della massoneria e della galassia nera hanno tentato di imporre un governo amico.

LA CALABRIA NELLE STRAGI Un piano eversivo passato anche per la Calabria con i tre attentati che hanno colpito i carabinieri e il 18 gennaio del ’94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo. Un delitto che Villani conosce bene perché è stato lui, insieme a Giuseppe Calabrò, l’esecutore materiale. Per questo, a poco più di 20 anni, è stato condannato a passarne 30 dietro le sbarre. Ma solo da poco ha iniziato a spiegare perché abbia commesso quegli omicidi.

STORIA DI UNA (FEROCE) PEDINA «All’epoca – ha raccontato a Corriere della Calabria – io non capivo, non sapevo. Quando Calabrò si è presentato, io gli ho detto sì perché volevo acquisire fama di killer pericoloso». Villani aveva solo 17 anni. «Non potevo dirgli di no, perché mi sarei mostrato debole. E anche io – dice in oltre un’ora di chiacchierata avvenuta in località segreta, concordata con il servizio di protezione e previo avallo della Dda di Reggio Calabria – volevo essere spietato».

GARANZIE DI SANGUE Eppure – dice oggi – già all’epoca aveva capito che «non poteva essere farina del sacco di Calabrò» e che forse quegli attentati erano su commissione, anche perché per i clan toccare magistrati e forze dell’ordine era argomento delicato. «Ma nessuno si è lamentato, nessuno mi ha rimproverato. Di certo – sottolinea il pentito –dopo quegli omicidi ho capito di essere intoccabile. Ma non solo perché facevo parte dei Lo Giudice. C’era qualcosa che mi garantiva la vita». In ogni caso – afferma – ai tempi non gli importava, né dava troppo peso alla cosa. «Volevo solo farmi la fama di killer pericoloso».

QUESTIONE DI OSMOSI Adolescente cresciuto negli anni della seconda guerra di ‘ndrangheta, Villani – spiega– non ha mai avuto bisogno che qualcuno gli spiegasse la ‘ndrangheta. L’ha appreso per osmosi. «Ricordo – dice – che mia madre mi prendeva per mano e mi portava in carcere a colloquio con mio nonno, con i miei zii, con i miei cugini. Così ho capito che i Lo Giudice erano un clan».

A SCUOLA DI CRIMINE Cosa fosse davvero la ‘ndrangheta però lo ha capito solo dopo. Dopo essersi macchiato le mani di sangue innocente, dopo attentati, omicidi, danneggiamenti, dopo una lunga permanenza nel carcere minorile di Catanzaro, trasformatasi in una scuola di ‘ndrangheta. «Mia madre veniva a trovarmi, poverina, e io ridevo. “Di cosa ti stai a preoccupare” le dicevo “Uscirò”. E da lì sono uscito più istruito. Di criminalità – sottolinea – ovviamente. Ho preso una piccola specializzazione su come ci si debba comportare. Ho cercato di prendere esempio dalla vera ‘ndrangheta, di inabissarmi, di lavorare sotto traccia come fanno i veri ‘ndranghetisti».

LA VERA ‘NDRANGHETA Un aspetto della vita all’interno dei clan che Villani – ci ha spiegato – ha capito solo con il tempo, dopo la sua formale affiliazione, avvenuta all’uscita dal carcere, e al termine di un vero e proprio apprendistato con il più noto e potente cugino, Nino Lo Giudice. Ha scoperto che il sangue poi non è così importante, che le vendette si rimandano in nome degli affari, che «i veri ‘ndranghetisti tendono a non apparire» e che il cervello dei clan a Reggio è rappresentato da due noti personaggi, i cui nomi siamo oggi obbligati omissare.

«ARCHI HA DETTO FAI IL SINDACO» Ha capito – ci ha raccontato – che la ‘ndrangheta ha il potere di decidere anche il primo cittadino, come quello che «tutta l’Archi ha preso, ha portato al Comune e gli ha detto fai il sindaco». Ma soprattutto ha scoperto che ci sono contatti e rapporti non accessibili a tutti anche con personaggi che – quanto meno formalmente – con la ‘ndrangheta non dovrebbero avere nulla a che fare.

L’OMBRA DEI SERVIZI Soggetti che Villani sostiene di aver già indicato «già nel 2010, ma forse ora hanno iniziato a capirlo» afferma. «Loro erano tutto a Reggio Calabria, raccoglievano tutte le entità», cioè uomini della massoneria, dei servizi, delle istituzioni, non solo a livello locale che – spiega – con i clan lavorano, collaborano e vanno a braccetto. Soggetti con cui Villani spiega di non aver mai avuto direttamente a che fare. Ma di loro – racconta – è stato informato in dettaglio da Nino Lo Giudice «che – dice – mi istruiva da quando ho avuto il grado di santista, anche se sapeva che a me queste cose non piacevano». Per questo è stato in grado di riconoscerli.

UNA COPPIA PERICOLOSISSIMA «Lui mi spiegava che i servizi segreti deviati sono l’anello di congiunzione ma la mafia, nel senso di Cosa Nostra, la camorra e la ‘ndrangheta, soprattutto di queste tre criminalità. Non facevano solo il lavoro sporco», afferma, ma avrebbero potuto contare su una regia strategica. A Reggio – racconta – più volte si sono fatti vedere «un uomo e una donna pericolosissimi, due mercenari che si trovavano nei posti dove c’era bisogno di portare instabilità istituzionale». Lui – Villani l’ha riconosciuto anche nel corso di un confronto all’americana finito agli atti di vari procedimenti – era l’ex agente della Mobile Giovanni Aiello, indicato da diversi pentiti come il “killer di Stato” Faccia di mostro. Su di lei le indagini sono in corso e persino il suo nome è top secret. «Nino Lo Giudice mi ha detto che hanno partecipato – dice il pentito – alle stragi di Capaci, di via D’Amelio, agli attentati continentali».

OBIETTIVO FLESSIBILITÀ Ma sono intervenuti anche in Calabria, forse per uccidere il giudice Scopelliti, «ma di questo – dice Villani – non posso parlare», di certo per quegli ordigni piazzati nel 2004 nei bagni del Comune reggino, su cui l’allora sindaco Giuseppe Scopelliti ha costruito la propria fortuna. Tutti “interventi” che dopo – afferma – hanno sempre portato al medesimo risultato «Dopo – fa notare il pentito – hanno portato ad una certa flessibilità, non c’è stato un maggiore contrasto alla criminalità. Al contrario, la ‘ndrangheta è diventata mondiale e Cosa Nostra si è rigenerata».

«C’ERANO POLITICI CHE DECIDEVANO TUTTO» D’altra parte – quasi si infervora Villani – «come mai dopo le stragi di Capaci, di via D’Amelio non hanno mai arrestato dei politici che all’epoca erano messi dietro le scrivanie e che decidevano il da farsi?». Fra loro – dice sicuro il pentito – «i calabresi sono quasi tutti». E – afferma – «posso dire il partito che andava per la maggiore, che era Forza Italia» e le formazioni ad esso vicine. Villani si è fatto scappare anche qualche nome. Ma – quanto meno per adesso – siamo stati obbligato a omissarlo. Le indagini sono in corso.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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