L’omicidio di Sacko e i misteri della “Fornace” avvelenata

Sull’ex sito industriale di San Calogero dove è stato ucciso il 29enne maliano si addensano da anni ombre inquietanti. L’inchiesta per i rifiuti tossici interrati. La morte sospetta dell’ex titolare della struttura. Le parentele dell’unico indagato. E le potenziali conseguenze del processo destinato alla prescrizione

VIBO VALENTIA Sessantamila chili di rifiuti pericolosi al giorno, ogni giorno per sette anni. Un totale di circa 130mila tonnellate di fanghi e ceneri industriali interrate in mezzo agli agrumeti, per un giro di affari da 18 milioni di euro. Sullo sfondo di questa storia c’è quella che fu definita la discarica più pericolosa d’Europa e un’inchiesta giudiziaria finita nel nulla. Al centro, invece, c’è l’omicidio del 29enne maliano Soumaila Sacko, ucciso il 2 giugno scorso da un “cecchino” armato di fucile. Ma anche una morte molto sospetta avvenuta anni fa. Sono insomma diverse, e tutte molto inquietanti, le ombre che aleggiano sulla “Fornace Tranquilla” di San Calogero. Un ex sito industriale che, forse, nonostante sia sotto sequestro da quasi dieci anni, qualcuno considera ancora cosa sua.

SACKO Un colpo alla testa, sparato con un fucile da caccia da lunga distanza. Così la sera in cui l’Italia festeggiava la Repubblica è morto Sacko, bracciante con i documenti in regola e padre di una bambina di 5 anni. Era lì, nell’area dell’ex fornace abbandonata, assieme a due connazionali. Non rubavano nulla, stavano solo cercando delle lamiere – hanno raccontato gli altri due – per i loro alloggi di fortuna nella baraccopoli di San Ferdinando. Sacko era uno «che voleva sempre aiutare gli altri», nonostante lui un posto dove dormire lo avesse già. Per il suo omicidio – giovedì sarà eseguita l’autopsia – i carabinieri della compagnia di Tropea hanno notificato un avviso di garanzia a un 42enne del posto, Antonio Pontoriero, a cui subito dopo il delitto sono stati sequestrati alcuni vestiti e una Panda bianca vecchio modello che i due connazionali della vittima hanno riconosciuto come quella da cui sarebbe sceso l’uomo che ha sparato contro di loro. Pontoriero è difeso dall’avvocato Franco Muzzopappa, che ha dichiarato che il suo assistito è «assolutamente tranquillo, sereno, ed aspetta con fiducia gli esiti degli accertamenti disposti dalla procura». L’uomo è nipote di un ex dipendente della “Fornace Tranquilla”: suo zio lì faceva il custode e sarebbe stato tra quelli che – stando all’inchiesta “Poison” della Procura di Vibo – avrebbe in passato intrattenuto i rapporti con i rappresentanti delle aziende che producevano i rifiuti che sarebbero poi finiti alla “Tranquilla”. Il titolare della fornace era Antonino Romeo, classe 1940, di Taurianova, morto in circostanze mai chiarite diversi anni fa: il suo cadavere è stato ritrovato a bordo di un’auto che – era una delle ipotesi investigative – sarebbe stata fatta precipitare dal costone della provinciale per Nicotera in una frazione di Joppolo. In fondo alla scogliera, gli investigatori hanno trovato Romeo svestito e con una maglia sul capo. Forse un messaggio per chi aveva visto troppo. Nella zona di San Calogero è egemone il clan Mancuso, a cui una vecchia inchiesta aveva accostato l’ex dipendente della “Tranquilla”, poi subentrato nella società, e il fratello. Entrambi gli zii di Pontoriero furono però scagionati da ogni accusa.

IL PROCESSO Siamo in un paese del Vibonese che si trova al confine con la provincia di Reggio. Dalla statale 18, andando verso la vicina Piana di Gioia Tauro, si scorgono diversi casolari abbandonati che spesso hanno dato rifugio ai braccianti africani che non hanno trovato posto nella tendopoli. E proprio dalla strada che costeggia il Tirreno si arriva al bivio per la frazione Calimera, vicino al quale sorge la ex fabbrica di laterizi abbandonata da quasi dieci anni. Tanti, infatti, ne sono passati da quando una pattuglia della Guardia di finanza si accorse che quello non era un sito industriale dismesso ma che, fino agli ultimi mesi del 2009, ci passavano diversi camion di cui si notavano le tracce fresche. Secondo la Procura di Vibo quei tir, tra il 2000 e 2007, avevano effettuato 4512 conferimenti, trasportando a San Calogero le scorie tossiche provenienti per lo più dalla centrale termoelettrica dell’Enel di Brindisi. L’inchiesta portò al sequestro dell’area, grande circa 100mila metri quadrati, e l’allora prefetto di Vibo Luisa Latella, per tutelare la salute pubblica, ordinò la distruzione di tutti i prodotti agricoli coltivati nell’area circostante. Furono indagate 18 persone (tra cui c’era anche lo zio di Pontoriero, che però poi non fu rinviato a giudizio) ma ad affrontare il processo furono in 12, accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico e all’illecito smaltimento di rifiuti pericolosi, disastro ambientale con conseguente pericolo per l’incolumità pubblica, avvelenamento di acque e di sostanze alimentari, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, e gestione non autorizzata dei rifiuti. Parti civili sono il Wwf Italia (rappresentato dall’avvocato Angelo Calzone), Legambiente Calabria e il Comune di San Calogero.

“TRANQUILLA” E AVVELENATA Stando alla consulenza effettuata dall’Arpacal di Cosenza, alla “Tranquilla” sarebbero stati stoccati metalli pesanti, solfuri, cloruri, fluoruri, nichel, selenio, stagno e vanadio. I periti dell’accusa non escludevano «la concreta e reale possibilità che i componenti pericolosi presenti in abbondanza nel sito potessero essere diffusi nell’ambiente circostante». Ma il processo, come non di rado capita a Vibo, si è arenato tra le maglie della prescrizione: nonostante sia iniziato nel 2012 non c’è ancora stata una sentenza e, anzi, nell’udienza fissata per il prossimo 28 giugno potrebbe essere dichiarata l’intervenuta prescrizione. Ora c’è chi si chiede se quella zona mai bonificata possa nascondere anche altro, e se qualcuno possa accamparvi dei diritti non proprio legittimi. Intanto, anche se non è detto che il terreno sia riconducibile agli ex titolari della società (fallita nel 2008) che gestiva la “Tranquilla”, è un fatto che con la sentenza di prescrizione, non essendo accertato alcun reato, l’area tornerebbe in mano ai vecchi proprietari.

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it





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