La storia di “Narduzzo” Portoraro, tra faide e tradimenti

Il profilo del boss ucciso in un agguato a Villapiana. Le guerre di ‘ndrangheta degli anni 90 nel Cosentino. L’omicidio del fratello Giovanni. I rapporti col capo del locale di Sibari Giuseppe Cirillo

Leonardo Portoraro, 63 anni, è morto come accadde a suo fratello nel 1992: un agguato in pieno giorno, in una zona trafficata (qui la notizia). Suo fratello Giovanni cadde sotto i colpi di pistola di due sicari a Cassano mentre era nella sua Renault 5, davanti alla scuola dove aveva appena accompagnato i suoi figli. Era la mattina del 18 gennaio 1992, poco dopo le otto. Accanto a lui il corpo agonizzante di Salvatore Nigro che sarebbe morto poco dopo essere giunto in ospedale. Due individui, armati di pistola, hanno aperto il fuoco contro i due uomini, e subito dopo si sono dati alla fuga a piedi dileguandosi nei vicoli circostanti. Secondo quanto ricostruito nella maxioperazione Galassia, coordinata dall’allora pm della Dda Salvatore Curcio, oggi procuratore capo di Lamezia Terme, il duplice omicidio si inquadrava in una guerra di mafia per il controllo del territorio della Piana di Sibari e dell’alto Ionio cosentino. Tra i protagonisti di questa faida spicca anche la figura di Leonardo Portoraro, detto “Narduzzo” o “Giornale fauzu (falso)” che oggi, 26 anni dopo l’omicidio del fratello, ha perso la vita su un marciapiedi davanti al ristorante “Tentazioni”, in pieno giorno. Un’auto con a bordo i sicari ha avvicinato il bersaglio e aperto una raffica di fuoco con kalashnikov e pistole. Oltre una decina i proiettili che avrebbero attinto la vittima.

GALASSIA Il maxiprocesso Galassia vede alla sbarra nomi grossi come il boss Cataldo Marincola e Giuseppe Farao (che sta scontando una condanna definitiva all’ergastolo), considerato «uno degli artefici dell’ascesa al potere del sodalizio cirotano», il cui figlio Francesco dal gennaio scorso, dopo l’operazione Stige, sta collaborando con la giustizia. Ha una lunga storia la criminalità organizzata della Sibaritide. Una storia costellata da numerosi ed efferati omicidi. Il processo Galassia che si è svolto davanti alla corte d’Assise di Cosenza, vede Portoraro e altri imputati accusati di associazione mafiosa «per avere promosso, costituito, organizzato una associazione per delinquere di stampo mafioso, denominata locale di Sibari, diffusa sul territorio dei comuni di Sibari, Castrovillari, Cassano allo Ionio, Francavilla, Rossano, Corigliano, Saracena, Roggiano, Altomonte ed altri territori limitrofi localizzati nella Sibaritide, con fiancheggiatori anche in altre province».

IL CONFINO DI CIRILLO E L’INIZIO DELLA FAIDA Un controllo non privo di attriti che porterà alla faida con il cartello Carelli/Elia. Secondo quanto racconta il boss, poi pentito, Franco Pino davanti alla corte d’Assise di Catanzaro nel 1998, la guerra si era scatenata dopo il confino di Giuseppe Cirillo, capo del locale di Sibari, che per lungo tempo aveva dominato la zona della Sibaritide. Portoraro, risulta anche da una sentenza del Tribunale di Castrovillari del 1994, era legato a Cirillo, infatti, «già nel ’70 lavorava, con compiti di guardiano, presso una azienda del Cirillo, la “Cipas”» ma secondo l’accusa – che otterrà da questo processo una condanna per l’imputato alla pena di dieci anni di reclusione – questo lavoro era solo una copertura.
Dopo il confino del capo del locale il territorio della vecchia cosca era stato suddiviso tra varie bande (Alfredo Elia a Cassano, Leonardo Portoraro a Francavilla, Tripodoro a Rossano, Giuseppe Imperi a Castrovillari, Magliari ad Altomonte, Santo Carelli a Corigliano). È in questo contesto che avviene, ad agosto 1990, l’omicidio di Mario Mirabile che avrebbe sviluppato contrasti con Santo Carelli, capo del gruppo di Corigliano. Secondo le dichiarazioni di Pino, dopo l’uccisione di Mario Mirabile, Carelli era intenzionato ad eliminare anche Leonardo Portoraro, in ragione dei rapporti criminali particolarmente stretti che aveva con la vittima e anche perché Portoraro era legato a Giuseppe Cirillo. Nel frattempo era scomparso nel nulla Giuseppe Imperi, che “governava” su Castrovillari. Franco Pino racconta che la cosa preoccupava molto Santo Carelli il quale temeva che tale scomparsa era da attribuirsi a Cirillo, al quale Carelli aveva soffiato il comando dopo il confino. Un delitto, questo, che porterà ulteriori attriti tra Carelli e Portoraro.
La faida porterà anche al duplice omicidio di Alfredo Elia e Domenico Schifini, il 22 marzo 1992, trovati morti crivellati di colpi in una Bmw sulla Ss 106. Secondo quanto sostenuto dall’accusa, il delitto sarebbe stato ordito da Portoraro per vendicare la morte del fratello che, a suo giudizio, era stata voluta da Carelli e dai fratelli Elia.

«PAPÀ NON TI AIUTERÀ MAI» Nel corso del processo emerge anche l’allontanamento tra Portoraro e il suo ex dominus Giuseppe Cirillo, ormai lontano dalla Calabria. Questi testimonierà che aveva ricevuto richieste di aiuto da parte dei Portoraro per vendicare la morte del fratello e di Salvatore Nigro. Aiuto che Leonardo non riceverà perché ritenuto un traditore, coinvolto in un agguato intimidatorio ai danni della famiglia Cirillo. «Papà non ti aiuterà mai in quanto tu sei venuto a sparare nelle nostre finestre», gli risponderà il figlio di Giuseppe Cirillo.
Per il duplice omicidio, Portoraro verrà condannato, salvo essere poi assolto il 24 giugno del 2005.
La sentenza Galassia davanti alla corte d’Assise di Cosenza portò ad una valanga di ergastoli, tra i quali quello di Giuseppe Farao, e anche di Leonardo Portoraro. Quest’ultimo verrà, anni dopo, assolto dagli omicidi che gli venivano contestati, ma non dall’accusa di associazione mafiosa. Per l’omicidio di suo fratello erano stati condannati al carcere a vita Gianfranco Ruà, ex braccio destro del capobastone cosentino Franco Pino; Simone Andretti e Walter Gianluca Marsico. Anche loro assolti in seconda battuta. Faide, tradimenti e omicidi, con condanne poi spente in assoluzioni, il cui fantasma continua ad aleggiare e covare nei rancori delle famiglie.
Portoraro ha scontato 8 anni di carcere al 41 bis e attualmente viveva libero e gestiva il locale davanti al quale è stato ucciso. Ma, evidentemente, per qualcuno costituiva ancora un intralcio e una minaccia.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it





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