Autobomba a Limbadi, Rosaria Scarpulla «abbandonata da tutti»

Nuovo appello della madre di Matteo Vinci e dell’avvocato De Pace. Che lanciano una campagna di crowdfunding per assumere degli investigatori privati. Il legale strappa la tessera di Libera. La replica di don Stamile: «Calpestata la dignità di tanti familiari di vittime innocenti» – VIDEO

VIBO VALENTIA «Ho paura e mi sento abbandonata». Queste le parole con le quali Rosaria Scarpulla – madre di Matteo Vinci, 42 anni, morto lo scorso 9 aprile a Limbadi, nel Vibonese, nell’esplosione di un’autobomba che ha ferito gravemente anche il padre Francesco – riassume il suo stato d’animo. Una solitudine, ribadisce l’avvocato Giuseppe Antonio De Pace, amplificata dall’indifferenza delle istituzioni. Un esempio? «Nessuno dei commissari prefettizi che da pochi mesi si sono insediati a Limbadi è mai andato a trovare la signora Scarpulla». Stessa indifferenza che ha manifestato il presidente della Camera Roberto Fico che si è recato a Rosarno dopo la barbara uccisione del migrante maliano Soumayla Sacko e non ha percorso i pochi chilometri che separano Rosarno da Limbadi per portare un gesto di solidarietà anche alla famiglia Vinci. Solidarietà che non arriva, ha sottolineato ancora l’avvocato, nemmeno dalle associazioni antimafia che «si sono girate dall’altra parte» quando è stato chiesto loro di creare una mobilitazione civile a sostegno della madre rimasta sola, col marito ricoverato a Palermo nel centro grandi ustionati. Una delusione che ha portato De Pace, in segno di protesta, a strappare pubblicamente la sua tessera di Libera. Per lungo tempo dopo la morte di Matteo Vinci, la famiglia aveva chiesto i funerali di Stato. Fin dall’inizio la signora Scarpulla e il suo avvocato avevano indicato nei mandanti dell’omicidio del 42enne, i Di Grillo-Mancuso, famiglia di vicini di casa – imparentati con i boss del clan di Limbadi – con i quali vi erano stati, e vi sono, contenziosi relativi alla proprietà di un terreno. Contenziosi che nel tempo hanno portato ad aggressioni e minacce spesso denunciate dai Vinci. Che non si sono mai piegati, spiega l’avvocato, ai soprusi.
Matteo era laureato in biologia, disoccupato, pronto a fare i lavori più umili per mantenere la propria famiglia e mettere da parte il denaro per un matrimonio che non si celebrerà mai. Ma i funerali di Stato adesso i Vinci non li vogliono più. Non vogliono politici, rappresentanti dello Stato o dei sindacati ai funerali di Matteo. «Ipocriti», li ha definiti senza troppi giri di parole l’avvocato De Pace. Come «codardi» ha definito gli intellettuali calabresi. Da parte loro nemmeno un cenno, una presa di posizione, solo silenzio. Il forte timore è che il caso, presto o tardi, venga archiviato. Intanto la signora Scarpulla, racconta l’avvocato, per la seconda volta ha ricevuto la visita di donne della famiglia Mancuso. Per evitare l’archiviazione e l’oblio il legale ha annunciato che a breve darà vita a una campagna di crowdfunding, una raccolta fondi sul web, per poter assumere degli investigatori e portare avanti, privatamente, le indagini.

LA REPLICA DI LIBERA «La deontologia professionale impone ai professionisti il rispetto del cosiddetto “codice etico”, che ogni determinata professione custodisce come elemento essenziale e consegna a tutti coloro i quali si predispongono ad esercitarla. In special modo chi esercita l’antica e nobile professione dell’avvocatura, dovrebbe con ogni mezzo porsi al servizio della verità e della giustizia, non a caso gli avvocati vengono indicati anche come operatori del diritto. Nel plateale gesto posto in essere dall’avvocato della signora Rosaria Scarpulla, Giuseppe De Pace, quello cioè di strappare la tessera di Libera senza peraltro dire che era vecchia di almeno tre anni, si è letteralmente e strumentalmente calpestata la verità circa il presunto abbandono da parte della nostra Associazione nei confronti della Signora Scarpulla». È quanto dichiara, in una nota, il referente regionale di Libera, don Ennio Stamile.
«Intanto, ricordiamo all’avvocato che è la Prefettura a stabilire se una persona necessita o meno della scorta. Questa delicata decisione viene presa dal prefetto dopo aver ascoltato il comitato sicurezza ed ordine pubblico composto dai vertici delle forze dell’ordine di ogni provincia. Non sono i singoli cittadini né le varie associazioni – aggiunge don Stamile – a doverne determinare e dettare le condizioni. In secondo luogo, vorremmo ricordare che siamo stati e continueremo a stare vicino alla signora ed alla sua famiglia, in diverse occasioni, durante la fiaccolata organizzata all’indomani dell’efferato omicidio, con note stampa ed articoli, con visite periodiche alla signora che a volte abbiamo accompagnato anche in campagna con la nostra macchina visto che ancora non si sente di guidare. Strappare platealmente una tessera di Libera, anche se datata, dinanzi alle telecamere, significa calpestare la dignità e l’impegno di tanti familiari delle vittime innocenti, associazioni, sindacati, scuole di ogni ordine e grado, testimoni di giustizia, imprenditori, giovani e meno giovani che si impegnano quotidianamente in Libera perché credono nei valori di cui essa è portatrice. Le vittime ed i loro familiari – conclude don Stamile – hanno bisogno di verità, di giustizia e di autentica solidarietà fatta di parole vere e di gesti concreti, non di strumentalizzazioni pubblicitarie o di altro vario genere».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it







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