DIARIO DI GUERRA | «La carne non ha colore»

Le cronache dal fronte di Vincenzo Carrozza, medico di Reggio Calabria che lavora come volontario in Mali. Una delle aree più martoriate del pianeta. La violenza crescente prima delle elezioni. Gli interventi sul campo e la necessità di valutare tutto in pochi minuti. E la consapevolezza che la vita è un caso

Cinquantacinque anni, medico e scrittore, Vincenzo Carrozza oggi è uno dei chirurghi della missione Onu in Mali, dopo una lunga permanenza in forza alla Kfor, la missione Nato in Kosovo. Originario di Locri, figlio di Pepè Carrozza, “uomo di rispetto” considerato vicino ai clan, 30 anni fa ha deciso di tagliare definitivamente i ponti con quell’ambiente e ha scelto la “missione” di medico. Ha dato alle stampe diversi libri fra cui ‘A famigghia e “Polvere di stelle”, uscito per i tipi di Bookabook. Questa è la seconda puntata del suo “diario di guerra” dal Mali (leggi qui la prima parte).

Di notte la radio gracida. Lo fa a tratti, quando smonta una guardia, quando si prevede un attacco, una tempesta di sabbia o a causa di una semplice interferenza per le mille onde che collidono sul cielo del campo. La mia l’ho appesa vicino all’orecchio per non rischiare che la stanchezza mi impedisca di sentire il suo richiamo. E’ appesa vicino al coltello in dotazione a ogni tenda, da utilizzare per sgusciare da un suo squarcio in caso di incendio o attacco diretto del nemico. Sono le sei del mattino e gli elicotteri hanno già fatto il primo giro di perlustrazione, mentre i predator, i droni americani utilizzati dai militari nella quotidiana operazione di prevenzione, stanno per atterrare dopo la loro attività di intelligence notturna. Mi alzo, tra poco messa e colazione. Pane, marmellata, uova, latte e preghiera. Il prete è in divisa, recita il Padre nostro con la glock nove per ventuno nella fondina. La Chiesa è una tenda che ha due icone all’entrata, Gesù a destra e Maria a sinistra. Al centro c’è una candela accesa, affondata in un tripode pieno di sabbia. Intorno le sedie per seguire la funzione sono semipiene. Stamattina Alex, così si chiama il pastore, si è alzato presto, alle cinque, mi dice, per benedire la colonna di blindati che è uscita dal campo per andare incontro a un gruppo armato segnalato dai droni. Non si scontreranno con loro, non è questo il proposito, li osserveranno da lontano, facendo sentire la loro presenza per spingerli ad allontanarsi. Solo una discreta pressione, solo questo. Solo questo però è tanto, perché non c’è nessuna garanzia che non ci sarà uno scontro a fuoco.


Alla fine di luglio ci saranno le elezioni per il nuovo governo del Mali e gli attacchi jihadisti si susseguono a ritmi sempre più serrati, sempre più cruenti. Ieri mattina c’è stato un attacco con due auto bomba a Sevarè, il bollettino militare dice di morti e feriti appartenenti a forze militari africane e francesi. Attacchi anche a Koro, sabato scorso, con morti e molti feriti. Alla fine di ogni attacco chiamo il mio amico Essihaw, che da vicecomandante della forza nigeriana è sempre in prima linea, e il mio amico Mosè, un maggiore dei marines americani, anche lui, con i suoi ragazzi, non si risparmia nell’opera di prevenzione. Sentirli rispondere è un sollievo. Per uno strano caso, entrambi hanno avuto le auto perforate dalle schegge dei mortai negli ultimi attacchi. Entrambi illesi per un niente. Quando ci vediamo, a volte parliamo di questo strano caso e va sempre a finire che, oltre a sorridere, ringrazino Dio per la sua benevolenza. Il livello di attenzione nel campo MINUSMA si è alzato di molto in questi ultimi giorni, nei nostri spostamenti circoliamo con casco e giubbotto antiproiettile fermamente consigliati come la crema solare, la profilassi antimalarica e gli occhiali da sole.
Qui, nel cielo di metallo, non volano rondini, qualche volta si ascolta un tubare di colombe. Di sera, quando l’aria diviene respirabile, piccoli uccelli, simili a passeri colorati, si inseguono stridendo per poi posarsi sui ficus spinosi, dalle strette foglie, che segnano il campo a macchia di leopardo. Qui dove l’occidente e le sue comodità sono una chimera che si ascolta alla radio, che si mostra nel maxischermo della sala ricreazione, nelle TV del piccolo store dove indugiano con occhi incantati giovani maliani dalla pelle d’ebano, si vive un mondo parallelo, un mondo dove la morte è parte del campo, come le tende, come i gabbioni di sabbia, come il piccolo spaccio militare. La luna stanotte è alta e lontana, neanche a guardarla in volo, dall’elicottero, si mostra più vicina. Una leggera foschia nasconde piccole stelle che illuminano a tratti la fusoliera grigia di questo Mil Mi-24, un vecchio elicottero da trasporto russo adibito ad eliambulanza, che ci sta portando sul luogo di uno scontro a fuoco.


La radio ha gracchiato alle quattro, ha chiesto di noi. «Pronti in 15 minuti» ha ordinato il capo missione. Mi sono svegliato di soprassalto e sono caduto dalla branda come un bambino, mi è venuto da ridere, ma non c’è niente da ridere, a meno di trecento chilometri nei dintorni di Gao, quasi ai confini sud del Sahara, un plotone di militari maliani e francesi in perlustrazione notturna è saltato su una mina, per poi essere attaccato da fuoco jihadista. Sul posto ci sono già dei sanitari militari per le prime cure, ma a noi tocca trasportare i più gravi per poi operarli. Decidere chi lasciare e chi provare a salvare non è mai facile. Non è una questione di coscienza, ma solo di scienza. Fredda scienza, fatta di parametri medici e scale matematiche che danno lo score della vita e della morte. Lasciare sul posto chi pensi non ce la farà e trasportare solo chi ha più probabilità di sopravvivere è un dolore che ti squassa da cima a fondo. Un dolore che ti segna l’anima, come uomo, come medico, per sempre. «Ci siamo», urla il pilota. Il pesante elicottero comincia ad abbassarsi piano fino ad atterrare in mezzo al cuore di questa savana che comincia a essere rischiarata dai primi raggi del sole. Abbiamo massimo dieci minuti per decidere chi verrà con noi. Ogni minuto in più oltre i dieci ci espone al rischio di un attacco terroristico, così riporta il manuale che ci hanno dato da leggere, così ci dicono gli uomini dell’equipaggio.
Saltiamo dal portellone posteriore, con il rotore dell’elicottero sempre in moto, e corriamo a leggere i parametri vitali rilevati dai sanitari militari. Visitiamo i soldati a terra, sono sdraiati sulle barelle e decidiamo di caricarne quattro gravi, altri cinque meno gravi staranno seduti accanto a noi. Non ho avuto il tempo di guardarli negli occhi, ho guardato solo le ferite al torace, all’addome, alle cosce, alla testa. In un piccolo spiazzo, sotto un basso ficus spinoso, sei o sette sagome sono coperte da teli verdi che a tratti mostrano macchie che sanno di vite perdute, andate via per sempre. Sono Cristi velati che non risorgeranno più nonostante le magie che possiamo inventarci col nostro mestiere. Mi colpisce il silenzio, la mancanza di lamenti. Tutto è così insolito, piatto, muto. E’ come un paesaggio dopo il passaggio di una grande distruzione, ogni cosa è discordante rispetto al normale: uomini non in piedi, ma immobili a terra in sgraziate, innaturali, posizioni; pietre crepate, sgretolate dalle esplosioni, dalle pallottole; alberi non lussureggianti, ma sofferenti, carichi di polvere rossa, scampati come per un miracolo alla furia delle detonazioni; lamiere, parte di quello che fino a poche ore prima era una jeep, contorte e fumanti. Su tutto domina la violenza umana, immanente in questo innaturale silenzio che ci circonda. E’ ora di andare, le pale dell’elicottero iniziano a girare rapide, fino a che non ci stacchiamo da terra. Un vortice di polvere e foglie ci viene dietro mentre decolliamo in verticale. Il mulinello sembra nascere dagli squarci delle esplosioni, gira veloce, sempre più veloce, per poi cedere all’improvviso e lasciare ripiombare a terra ogni cosa a peso morto. Un peso morto silenzioso che si riappropria degli squarci nel terreno, riempiendoli. Voliamo verso la base, il cielo si è rifatto di fuoco. I parametri vitali dei soldati sono stabili, qualcuno di loro si agita per il dolore, rifacciamo i dosaggi di ketamina previsti dal protocollo e il dolore svanisce, tutto torna tranquillo.


Adesso mi metto a parlare di guerra e profughi con David, un membro francese dell’equipaggio. David mi racconta che a volte, durante le missioni, si incontrano carovane di autocarri stipati di persone. Vanno a nord, sulle strade sterrate e aride che penetrano il Sahara, non si capisce mai bene il numero delle persone stipate dentro i cassoni, sembrano tante teste senza corpi. Mi racconta anche di file multicolori di donne, uomini e bambini che dall’alto sembrano formiche disciplinate che salgono e scendono pendii di sabbia e arbusti. Salgono e scendono senza mai fermarsi. Salgono e scendono in uno gioco crudele che si chiama sopravvivenza. «Non possiamo farci niente» dice David, «se proviamo ad abbassarci i trafficanti ci sparano addosso. Il tempo di avvertire le autorità e sono già spariti». Annuisco, capisco la difficoltà, da parte delle autorità, di fermare il flusso di decine e decine di migliaia di giovani uomini, di giovani donne con e senza i loro figli, di bambini e ragazzi che viaggiano soli, decisi a rischiare la vita pur di cambiare il loro destino. Rifletto sul coraggio e sul diritto di questa gente che rischia la vita per provare ad avere una vita migliore, una vita che non sia solo scegliere di essere un soldato che imbraccia un fucile per uccidere uno jihadista, o uno jihadista che imbraccia un fucile per uccidere un soldato; che non sia solo scegliere se diventare un pastore che munge sterili capre e sopporta il sole e il vento perfidi di questo deserto, oppure un contadino che, sudando sangue, strappa al deserto i pochi metri quadri di terra necessari alla sua sopravvivenza.
Penso, e il pensiero mi porta lontano, tanto lontano, fino a considerare che la vita di ogni essere umano è un caso fatto di meridiani e paralleli. Un caso fatto di pelle bianca e nera. La vita è un caso che non perdona se nasci dalla parte sbagliata, quella parte che ti costringe a navigare deserti e mari che proveranno a mangiare la tua carne fino a trovare il bianco delle ossa. Manca un’ora di volo al campo, tutto e tranquillo e mi assopisco. Non siamo fatti di acciaio, non siamo superuomini grazie a Dio. In un attimo sogno di essere avvolto da un vento forte che nasce proprio dal cuore del deserto. Un vento caldo che soffia e che fa notte ogni uomo, ogni solco, ogni tenda che incontra. Un vento che porta dentro le sue viscere un lamento sordo di sete e fame, di fatica e passi lenti che si fanno sempre più lenti fino a fermarsi a cento, dieci, tre passi dal mare. Fino a fermarsi a uno sputo da una barca, da un porto. Fino a stabilirsi dentro al mio cuore che comincia a pulsare sempre più forte, sempre più rapido, fino a farmi salire l’angoscia in gola, pronta a soffocarmi. Provo ad abbracciare piccoli profughi nati dalla parte sbagliata, che concludono la loro breve esistenza navigando deserti e mari mai visti prima dai loro occhi innocenti; abbraccio soldati e jihadisti così giovani da sembrare bambini, che si uccidono a vicenda, forse non sapendo neanche il perché. Piango per questa sofferenza. Piango perché so, perché ho visto con i miei occhi e toccato con le mie mani, che sotto la pelle di colore diverso la carne mangiata dalle pallottole, le vene e le arterie distrutte dalle esplosioni e il sangue che si perde, fino a portare alla morte, hanno lo stesso colore rosso in sala operatoria, nonostante il colore della pelle di questi uomini, di queste donne, sia bianco o nero. David mi sveglia, mi domanda cosa è successo perché ha visto le lacrime del sonno. Nulla, rispondo, sarà stata la polvere, la sabbia di questo grande deserto che non va mai via dagli occhi. Rimango quasi immobile fino all’arrivo, attaccato al mio sedile, ai miei pazienti, al mio sogno. Tra poco ci sarà da lavorare fino a stanotte, forse fino a domani, è per questo che siamo qui mi ripeto, per provare a guarire la carne che non ha colore.

Vincenzo Carrozza





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto