Il caporalato a Camigliatello: «Venti euro al giorno, ma non sempre»

La testimonianza di un 25enne gambiano nel processo contro lo sfruttamento dei migranti nel centro d’accoglienza silano. «Il periodo più brutto della mia vita»

COSENZA Dudù ha 25 anni e già molte vite da raccontare. Siede per la prima volta al banco dei testimoni, il giudice ha ritenuto di doverlo ascoltare per acquisire la sua testimonianza nel corso dell’udienza preliminare del processo a carico di Francesco Imbrogno e Corrado Scarpelli che insieme ad altre dodici persone rispondono dei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, abuso d’ufficio e tentata truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Il giovane era tra i trenta migranti circa che dai centri di accoglienza di Camigliatello Silano si ritrovò a lavorare in una fattoria di San Giovanni in Fiore. Lo racconta lui stesso, quando rispondendo alla domanda del procuratore aggiunto Marisa Manzini dice: «Perché ricordo così bene il 4 novembre? È stato il periodo più brutto della mia vita».
Per Dudù i mesi sull’altopiano silano sono stati peggio del viaggio su di un gommone che lo ha portato dal Gambia (dove è nato) all’isola di Lampedusa nel 2016. Per 24 giorni è stato in Sicilia poi l’arrivo in Calabria, non lo sa neanche lui come e per conto di chi. Qualche ora davanti allo spiazzale del Mc Donald di Rende poi un furgone, riferisce, lo ha portato in una «piccola casa di Camigliatello».

DALL’ARRIVO AL LAVORO NERO Le domande del giudice e le risposte del testimone passano dalle parole di una interprete. È lei la voce ufficiale delle due ore di udienza. «Siamo arrivati in una piccola casa di Camigliatello, di fronte alla nostra abitazione ce n’erano di altre. E da subito Luciano ci ha detto di non spostarci di molto dalla casa perché i vicini avevano dei fucili. Volevano farci paura». Luciano Morrone è uno delle persone coinvolte nell’operazione condotta dalla Procura di Cosenza, aspetta la sua sorte giudiziaria, in attesa della pronuncia del giudice delle udienze preliminari. «Siamo stati per un periodo lì senza fare niente, allora abbiamo chiesto che ci accompagnassero dalla polizia per sapere quali fossero i nostri diritti e ci hanno prima portato alla stazione di polizia a Rende, poi Luciano è ritornato a prenderci e siamo saliti nuovamente a Camigliatello». E a questo punto, stando al racconto del ragazzo, entrerebbero in scena Fulvio e Gianfranco Serra, che avrebbero approfittato della maestranza dei migranti nella loro fattoria.

«VENTI EURO AL GIORNO, MA NON SEMPRE» Nella fattoria c’erano da raccogliere fragoline di bosco e fragole, ma anche tagliare l’erba badare alla stalla e sistemare la legna. «Dormivamo lì nella fattoria, in una casa che abbiamo sistemato noi. Ci dissero che la paga era di 20 euro al giorno e che avrebbero provveduto al cibo, ma non fu così. O meglio fu così solo il primo giorno». Per il mese di agosto e di settembre, in base al racconto del testimone, lavorarono. La sveglia era alle 5 del mattino, si lavorava dalle 6 alle 18 con una pausa pranzo di 30 minuti. «Io cucinavo anche, l’orario potevo sceglierlo, ma la pausa per mangiare era di 30 minuti». Riso o pasta, biscotti alla mattina, questo il menù. Poi arrivò l’inverno. «Faceva freddo e non avevamo abiti pesanti da indossare. Chiesi alla fattoria se ne avevano, ma erano tutti sporchi e usati, alcuni li lavammo, poi provammo a riscaldarci almeno con la legna». Dudù però racconta anche di aver litigato con i suoi datori di lavoro. «Non mangiavamo da 4 giorni, avevamo fame allora prendemmo dal magazzino dei pomodori, lo scoprirono e si arrabbiarono, nonostante ci avessero detto che potevamo prendere quello che volevamo io mi presi la colpa di tutto e fui rispedito a Camigliatello».

L’ULTIMO INCONTRO Dudù riavvolge il nastro all’epoca dei fatti. Al registro delle presenze nel centro di accoglienza firmato senza regolarità, alle promesse di assunzione e alla mancata regolarizzazione. «Ero a Camigliatello e il 7 dicembre i miei amici che erano alla fattoria mi scrissero chiedendo di parlare con Luciano per farli rientrare da San Giovanni. Non ci incontrammo mai, ma riferii tutto a sua moglie. Gli dissi che eravamo umani, non animali. Che avevamo dei diritti».
L’udienza termina con le osservazioni della difesa, adesso la parola prima della decisione del giudice spetta al procuratore aggiunto Marisa Manzini e agli avvocati degli imputati.

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it





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