Orologi e immobili di lusso, storia di due imprenditori trasversali alla ‘ndrangheta

È un patrimonio immenso quello sequestrato a Gallo e Scali. Che hanno fatto fortuna senza legarsi a una cosca in particolare. Bombardieri: «Rappresentano la nuova frontiera della criminalità»

REGGIO CALABRIA Per oltre trent’anni piccole e grandi opere in tutta Italia sono state per lui inesauribile fonte di guadagno, ma le sue sono «imprese di mafia» per questo tutto quanto accumulato gli deve essere sequestrato. Orologi di lusso da decine di migliaia di euro ciascuno, immobili di pregio, capi, conti bancari, società, mezzi è un patrimonio immenso quello sequestrato per ordine della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria all’imprenditore Domenico Gallo, con le società direttamente o indirettamente a lui riconducibili grande mattatore dei più importanti appalti in Italia, dal Terzo Valico alla Salerno di Reggio Calabria. Insieme a lui, analogo provvedimento (qui la notizia) è stato adottato nei confronti di Gianluca Scali, imprenditore originario della Locride, dal raggio d’azione meno vasto di quello di Gallo, ma come lui in possesso della «patente di presentazione emessa dai clan».

I BROKER IMPRENDITORIALI DEI CLAN Entrambi – spiega il procuratore capo della Dda di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri – sono “broker” dell’interesse imprenditoriale mafioso e fra i due hanno accumulato un patrimonio di 212milioni di euro, oggi finito sotto sequestro. «Questa è la nuova frontiera della ‘ndrangheta, capace di rapportarsi con la medesima arroganza in ogni territorio in cui si presenti, senza legarsi a questa o quella famiglia in particolare». E sono loro stessi ad affermarlo in una conversazione intercettata che vale quasi come una confessione. «A noi chi cazzo ce lo fa fare? Io butto bitume, tu butti cemento, a noi chi cazzo ce lo fa fare a metterci con questo e con quello, tanto sempre loro prendono il lavoro e sempre noi dobbiamo farlo», dice Gallo a Scali, spiegando quello che per tutta la sua storia imprenditoriale è stato un metodo.

IL NUOVO VOLTO DELLA ‘NDRANGHETA «Siamo lontani – spiega il procuratore aggiunto Gaetano Paci, che insieme al pm Gelso ha coordinato l’indagine – da quella ‘ndrangheta quasi folcloristica, fatta di rituali e di regole ferree che per lungo tempo è stata raccontata, questa è la ‘ndrangheta in grado di proiettarsi sul territorio nazionale». Traduzione, da imprenditore mafioso, Gallo ha saputo gestire «il rapporto sistemico con l’organizzazione criminale – spiega Paci – non limitandosi all’intraneità ad un unico clan, che ne avrebbe limitato l’operatività, ma proponendosi come interlocutore dell’organizzazione tutta».

IL COLLEZIONISTA Condannato nel 2005 per una serie di truffe e turbativa d’asta, per decenni Gallo sembra essere scomparso dai radar dell’autorità giudiziaria, ma negli ultimi anni ha collezionato procedimenti penali, come un tempo accumulava orologi. L’ultimo, “Martingala”, ha svelato il suo coinvolgimento nel gigantesco sistema di riciclaggio e reimpiego di denaro di ‘ndrangheta messo in piedi da Antonio Scimone, con il supporto dei massimi vertici dei Barbaro di Platì e “Nirta Scalzone” di San Luca. Ma è solo guardando all’intero “catalogo” delle vicende giudiziarie in cui è coinvolto che di Gallo si possono comprendere importanza e ruolo.

DAL VIADOTTO DI VIBO ALLA TAV Per la procura di Roma e quella di Genova era l’uomo delle “cricche”, in grado di legare a sé, grazie ad un ramificato sistema alimentato dalla corruzione, vertici della pubblica amministrazione, general contractor, funzionari di Stato, tutti pronti a ripagarlo con sontuosi appalti e subappalti, commesse e lavori. In questo modo le sue betoniere hanno lavorato sui cantieri del Terzo Valico, sulla Salerno Reggio Calabria, sulla tratta dell’alta velocità Milano Genova. A Vibo Valentia è invece emerso come le sue imprese lavoravano. Era in mano a lui il cantiere del viadotto Mileto-Rosarno con pilastri che affondano direttamente nel letto del fiume Mesima e secondo i tecnici della procura sprofondato di vari centimetri per la pessima qualità e l’infima quantità del materiale utilizzato per costruirlo. A Reggio Calabria invece sono saltati fuori i rapporti criminali con i clan che per decenni gli hanno permesso di lavorare. E il comando provinciale della Guardia di Finanza ha spulciato i suoi conti per calcolare quanto tutto questo gli abbia fruttato. Il risultato è da capogiro e potrebbe non essere definitivo perché – afferma il colonnello dello Scico, Nicola Sibilia – «abbiamo individuato dei flussi di denaro verso l’estero». Ma su questo si sta ancora indagando.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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