Gratteri: «Davano la sciovia per finita ma le cabine erano ancora in Svizzera» – VIDEO

Il procuratore capo della Dda di Catanzaro sull’operazione “Lande desolate”: «Una sola ditta per l’aerosuperficie di Scalea e l’impianto sciistico di Lorica». L’aggiunto Capomolla: «”Accollate” alla Regione il costo dei lavori»

CATANZARO «La prima anomalia che è saltata agli occhi è stata il fatto che una sola ditta si fosse presentata per la realizzazione dei lavori dell’aerosuperficie di Scalea e dell’impianto sciistico di Lorica. Tutti i dirigenti preposti all’istruttoria per reperire i fondi europei erano consapevoli che l’impresa Barbieri non aveva i fondi necessari per completare le opere». Lo ha detto il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa relativa all’operazione eseguita dalla Guardia di finanza di Cosenza e denominata “Lande desolate”. A coordinare le indagini un pool di magistrati, oltre al procuratore capo, gli aggiunti Vincenzo Luberto, Vincenzo Capomolla e i sostituti Camillo Falvo e Alessandro Prontera. Sullo sfondo c’è la realizzazione di tre importanti opere pubbliche: l’impianto sciistico di Lorica, l’aerosuperficie di Scalea e piazza Bilotti a Cosenza, tutti lavori portati avanti dalla ditta Barbieri. Per quanto riguarda le prime due opere, queste sono rimaste incompiute. «Le indagini – ha detto il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla – hanno rivelato che le condotte degli indagati erano strumentali all’acquisizione di finanziamenti pubblici, a distogliere i fondi europei dalla loro destinazione ultima, la realizzazione dell’impianto di Lorica e l’aerosuperficie di Scalea». Il reato di falso si sarebbe concretizzato, hanno spiegato gli inquirenti, nelle mendaci attestazioni sullo stato di avanzamento dei lavori.

«Nei casi in cui veniva dichiarato che, per esempio, l’opera era pronta al 95% noi verificavamo – ha detto Gratteri – che in realtà non era nemmeno al 20%. Perché quando gli indagati, sia i collaudatori che i funzionari della Regione, certificavano che lo stato di avanzamento dei lavori era al 95%, si alzava un elicottero della Guardia di finanza e verificava che al posto dell’aerosuperficie c’era una pista in terra battuta mentre in realtà veniva dichiarato che c’erano addirittura già le lampadine. Per quanto riguarda l’opera di Lorica si certificava che c’erano le cabinovie, e noi accertavamo che queste si trovavano ancora in Svizzera». «Abbiamo accertato – ha aggiunto Gratteri – che l’impresa Barbieri è espressione del clan Muto di Cetraro». Le conferme sono arrivate sia dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Foggetti e Intrieri che dalle risultanze di alcune intercettazioni nel corso delle quali, ha spiegato il procuratore capo, «due piccoli ‘ndranghetisti di Cosenza volevano chiedere la mazzetta per Piazza Bilotti ma gli veniva posto il veto perché la ditta Barbieri appartiene al clan Muto».

LE MANI DEL CLAN MUTO SUGLI APPALTI «Si parte dalle indagini “Cumbertazione” e “5 Lustri” condotte unitamente alla procura di Reggio Calabria. Già allora si prospettava una scenario devastante – ha spiegato il procuratore aggiunto della Dda Vincenzo Luberto –. Immaginate una città come Cosenza nel cui centro si erge il cantiere di un’opera pubblica, la più importante da decenni. Nessuno ha osato avvicinarsi a questo appalto che ha visto un unico concorrente, Giorgio Barbieri, e quando c’è stato da chiedere qualcosa in termini estorsivi, lo si è chiesto a Franco Muto direttamente e non a Barbieri. La stessa cosa si è verificata per quanto attiene l’aviosuperficie di Scalea e per gli impianti sciistici di Lorica. Il risultato è che gli appalti dovevano esser realizzati con danaro pubblico e privato hanno finito per essere realizzati esclusivamente con danaro pubblico in quanto l’imprenditore ha sistematicamente rideterminato la realizzazione di falsi per dimostrare uno stato dei lavori che non era per nulla definitivo».

«“ACCOLLATI” ALLA REGIONE IL COSTO DEI LAVORI» «Un diffuso degrado del senso di legalità. Il sostanziale fallimento di quelle opere che dovevano garantire sviluppo al territorio, creando invece grave danno alla comunità». Così il procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Capomolla riassume i presunti illeciti cristallizzati nell’operazione “Lande desolate”. Al governatore Mario Oliverio viene contestato il reato di abuso d’ufficio in concorso con l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri, Damiano Mele (Rup per l’impianto di Lorica), Francesco Tucci (direttore dei lavori dell’aviosuperficie di Scalea), Arturo Veltri (consigliere di amministrazione della Lorica Ski) e Luigi Zinno (dirigente della Regione). Secondo l’accusa contenuta nel capo di imputazione, Oliverio, «nella sua qualità di presidente di Regione, recepiva e assecondava le richieste di Zinno e Veltri, consapevole dello stallo dei lavori, altresì, della incapacità tecnica e finanziaria del gruppo Barbieri di assolvere all’obbligo contrattualmente assunto di co-finanziare i lavori di Lorica con capitali privati, provocava non meno di due incontri in cui disponeva procedersi alla liquidazione dell’intero importo alla Stazione appaltante ai fini del conseguente accredito alla “Lorica Ski” di Barbieri, così “accollando”, per intero, alla Regione Calabria il costo dei lavori». In sostanza gli indagati «intenzionalmente, in costante e reciproca collusione, assumendosene la responsabilità, anche, politico-amministrativa» inducevano il responsabile di linea Gaetano Prejanò, come il dirigente di settore Tommaso Loiero e il dirigente generale Pasquale Anastasi ad adottare il decreto numero 16003 del 23 dicembre 2015 di liquidazione di 2.900.000 euro in favore del Comune di Pedace (capofila associazione dei Comuni) da erogare alla società “Lorica Ski”, a copertura dei lavori apparentemente eseguiti a Lorica». Questo procurava secondo l’accusa un ingiusto vantaggio patrimoniale a Barbieri, «consistito nel risparmio derivante dall’omesso versamento della quota a suo carico stabilita di finanziamento (privato)».
Appare avvilente il quadro descritto dagli investigari, tra i quali il colonnello Marco Grazioli, comandante provinciale della Guardia di finanza di Cosenza e il tenente colonnello Michele Merulli, comandante del Nucleo pef della Guardia di finanza di Cosenza. «Cosenza considerata fino a qualche tempo fa l’area più tranquilla della Regione in realtà si dimostra comunque oggetto di fenomenologie criminali che vanno dalla criminalità organizzata a interessi pubblici con finanziamenti pubblici che sono sviati a favore di privati», ha detto il generale Fabio Contini comandante regionale della Guardia di finanza.

ale. tru.





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