La Dda chiede due ergastoli per la strage di Cassano

Il procuratore aggiunto Luberto, sollecita il “fine pena mai” per Cosimo e Campilongo, considerati responsabili del delitto del piccolo Cocò, di Giuseppe Iannicelli e della compagna Ibtissam. L’agguato sarebbe stato una prova per entrare nella criminalità “che conta”

COSENZA Ergastolo con isolamento diurno per due mesi. È questa la richiesta che il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale Antimafia, Vincenzo Luberto, chiede come pena da scontare per Cosimo Donato e Faustino Campilongo, accusati di aver ucciso Giuseppe Iannicelli, la sua compagna Ibtissam Touss e il piccolo Cocò Campolongo di soli due anni. Un delitto efferato quello che si consumò il 16 gennaio del 2014. Le vite delle vittime spezzate dai colpi di pistola di una 7.65 parabellum, i corpi inerti ammassati, poi, come in un macabro copione dell’orrore, in una Fiat Punto data alle fiamme per cancellare tutte le tracce e le prove del delitto. Sono servite più di quattro ore al pubblico ministero per ricostruire dinnanzi ai giudici della Corte di Assise del tribunale di Cosenza la lunga e articolata istruttoria del processo che deve stabilire la verità su uno dei casi «più eclatanti, mai verificati in Calabria – dice Luberto –. Un caso sul quale non poteva calare il silenzio e così è stato. Basti ricordare l’arrivo del Papa in elicottero con la scomunica agli appartenenti alle famiglie ’ndranghetistiche». Una richiesta che secondo il pm trova fondamento nelle diverse confessioni stragiudiziali del delitto rese dai due imputati. Il delitto sarebbe stato un ingresso nella vera società del crimine per chi fino a quel momento aveva «solamente rubato mezzi agricoli». Il “battesimo” doveva coincidere con la fine di Giuseppe Iannicelli, i cui contrasti con la famiglia Abbruzzese erano ormai inconciliabili.

LA GENESI CRIMINALE Parte dagli anni Ottanta l’aggiunto della Dda di Catanzaro Luberto per spiegare le dinamiche criminali nella Sibaritide. Dall’arrivo del camorrista Giuseppe Cirillo, che creò ’ndrine e locale di ’ndrangheta, fino alla lotta contro Santo Carelli che nel tempo, complice il favore degli Zingari, divenne boss incontrastato nella città di Corigliano. Conquiste bagnate con il sangue che sfociano nei processi “Sybaris”, “Omnia” e “Timpone Rosso”. Scattano le manette ai polsi per pezzi grossi della mala sullo Jonio di Cosenza ed è per questo che, dopo gli anni dei boss, si ritrovano di fronte gli uomini al servizio del clan: gli Zingari e i Forastefano. Entrambi vogliono la conquista del territorio, auto rubate ed estorsioni non bastano più. Entrambi i gruppi vogliono il controllo dello spaccio delle sostanze stupefacenti ed in questo clima cresce e si forma la vittima: Giuseppe Iannicelli. «Sappiamo che trafficava sostanze stupefacenti – dice Luberto –. Sappiamo che ha scontato una pena a sette anni di carcere per narcotraffico e sappiamo anche che ha educato la sua famiglia nucleare e non solo a questo tipo di attività. Buona parte dei suoi parenti è condannata con il processo “Tsunami”. Ma quello che ci interessa capire per dare un senso a questo dibattimento è come Giuseppe Iannicelli sia stato cooptato. A spiegarcelo è stato proprio Pasquale Percacciante». Ai magistrati Pasquale Percacciante, oggi collaboratore di giustizia, ha raccontato il battesimo di Iannicelli. «L’ingresso nel clan degli Zingari è presto fatto grazie al matrimonio con una donna del nucleo criminale. Ma Percacciante ci dice subito che è stato un battesimo “truccato”, fatto giusto per accontentarlo, anche se nonostante tutto entra come “sgarrista” uno che conta e a benedire il suo ingresso è “Dentuzzu” ossia Francesco Abbruzzese». Al capoclan degli Zingari, Iannicelli non piaceva: sospettava che collaborasse con le forze dell’ordine. Nulla di importante, qualche “cantata” per vendersi gli spacciatori e far finire in manette qualcuno per tenere a bada le forze dell’ordine. «I rapporti – aggiunge Luberto – si incrinano quando nella guerra tra gli Zingari e i Forastefano, Iannicelli va a rifornirsi degli stupefacenti non dalla sua famiglia ma dai rivali e in più, finito sotto processo, ha dichiarato di aver ricevuto delle armi da Fioravante Abbruzzese, il che confermava i sospetti delle forze dell’ordine sull’arsenale a disposizione della famiglia degli Zingari».

LA TRAPPOLA PER L’OMICIDIO Gli anni passano e tra gli Zingari e Iannicelli le cose continuano ad andare male. Lo spaccio rende parecchi soldi ed è per questo che i capi chiedono il conto. Giuseppe Iannicelli capisce bene questi meccanismi, ma soprattutto li conosce, motivo per cui il clan, carpita la possibilità che Iannicelli iniziasse seriamente a collaborare con la giustizia, si preoccupa e pensa a soluzioni drastiche. «Tutti sapevano che Iannicelli andava in giro con il nipotino Cocò e la compagna per usarli come scudo – dice il pm –. Li usava per difendersi, non pensava che sarebbero arrivati a farne carne da macello. Il fatto che nulla sia stato ritrovato sulla scena del crimine tranne i resti del cellulare di Iannicelli, una chiave e una moneta da 50 centesimi è emblematico di come il messaggio sarebbe dovuto essere forte. Qualcosa del tipo “tu vali tanto”». Donato Cosimo, detto “topo”, e Faustino Campilongo, detto “panzetta”, sono in affari con Giuseppe Iannicelli, sono i suoi pusher per le città di Firmo, Lungro e Acquaformosa. «Ma il rapporto non è idilliaco – dice Luberto –. Iannicelli si lamenta spesso di come la droga data in conto vendita non venga mai pagata ed in più Cosimo e Campilongo vogliono comandare». E su questa scia andrebbero interpretate anche le parole del collaboratore di giustizia Nirta che avrebbe riferito ai magistrati che l’omicidio sarebbe stato il battesimo di fuoco per i due, il momento di cooptazione nel clan degli Zingari. In questo contesto è utile dunque ricordare che le aree di spaccio di cui si occupavano “Topo” e “Panzetta” erano quelle controllate da Saverio Magliari. È quest’ultimo che dalle risultanze investigative i due imputati incontrano per continuare lo spaccio di droga. E per gli inquirenti è un cerchio che si chiude e un monopolio che si difende. Fatto fuori Iannicelli, gli Abbruzzese avrebbero rifornito Magliari e quest’ultimo si sarebbe avvalso della collaborazione degli odierni imputati del triplice omicidio.

LE TESTIMONIANZE E LE INDAGINI Michele Bloise, Sonia di Monte e Giuseppe Iannicelli Jr per il procuratore della Dda di Catanzaro sono tre persone chiave della vicenda. «Michele Bloise è un grosso pregiudicato – dice Luberto –. Oggi collabora con la giustizia ma, per come ha raccontato, sia lui che il fratello Vincenzo (assassinato ndr) trafficavano la droga in spregio alle regole degli Abruzzese quindi conoscono molto bene l’ambiente». È lui che dopo aver colloquiato con Sonia di Monte (sua ex moglie ma che aveva avuto anche una relazione con Donato Cosimo) riferisce spontaneamente ai magistrati di come “Topo” e “Panzetta” avessero dei problemi con Iannicelli e di come gli avessero teso una trappola perché gli Zingari volevano farlo fuori. Circostanze che, davanti ai carabinieri, sono state confermate anche da Sonia di Monte anche se poi durante l’istruttoria processuale la donna, secondo l’accusa subendo delle pressioni da parte dei familiari degli imputati, non fu chiara come quando fu ascoltata la prima volta. «Ci siamo accorti più volte come Sonia di Monte ci ha risposto dicendo “devi dire che…” – spiega il pm –, ma anche le intercettazioni in cui si faceva esplicito riferimento a Donato Cosimo in cui si diceva “I topi già prima che aprono le gabbie fanno i ricatti”. Ma anche le minacce a non parlare ricevute attraverso chat di Facebook dal compagno di Sonia Di Monte in cui, usando il profilo di Donato Cosimo, si invitava la testimone a fare le valigie ed andare via». In aula Vincenzo Luberto ha poi ricordato come Giuseppe Iannicelli Jr (figlio della vittima) abbia incontrato i due imputati che puzzavano di benzina il giorno prima del ritrovamento del cadavere e di come il figlio, non riuscendo a trovare il padre salendo sulla collinetta dove viveva con la sua compagna, abbia visto la coltre di fumo e sentito l’odore acre di carne bruciata. «Non immaginava mai e poi mai che si sarebbe trattato del padre e del nipotino». Particolarmente articolata la fase della requisitoria relativa agli agganci delle celle dei telefoni cellulari, utili grazie alle indagini dei Ros a sostenere l’accusa. In particolare grazie alla connessione internet del cellulare di Ibtissam Touss è stato possibile individuare la strada che hanno fatto le tre vittime prima di essere uccise, così come è stato possibile individuare gli spostamenti dei due imputati. Un lavoro articolato che si è concluso con l’audizione del Maresciallo dell’Anticrimine Luigi Ponti proprio qualche minuto prima che iniziasse la requisitoria. Il militare dell’arma ha sottolineato come le celle degli imputati siano state agganciate nei pressi della Masseria Turco proprio dove sono stati ritrovati i corpi dei tre uccisi, ma anche come il cellulare di Ibtissam Touss sia stato fuori uso dalla 18.00 alle 18.09, ora in cui presumibilmente è avvenuto il delitto. Il telefono, fino a oggi, non è stato ritrovato.

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it





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