Estorsioni a 4 ristoranti del Reggiano, arrestati i figli del sequestratore delle Poste

In manette i fratelli Mario, Cosimo e Michele Amato. Avrebbero chiesto mille euro ai titolari dei locali. Lo scorso novembre il padre aveva fatto irruzione nell’ufficio di Pieve Modolena dopo la condanna nel processo antindrangheta “Aemilia”

REGGIO EMILIA Minacce esplicite e richieste scritte in modo sgrammaticato, a macchina, su carta a righe. Sono i “pizzini” che carabinieri e polizia di Reggio Emilia hanno ritrovato nei quattro ristoranti di città e provincia finiti nel mirino di estorsori che, con modalità inquietanti, nelle scorse settimane hanno chiesto ai titolari dei locali mille euro per continuare la loro attività.
In due casi erano stati esplosi colpi di pistola contro le vetrine durante la notte. Per questi episodi, i carabinieri e la polizia, hanno fermato sabato mattina tre persone: Mario, Cosimo e Michele Amato, figli di Francesco Amato, condannato nel processo Aemilia a 19 anni e un mese di carcere e protagonista il 5 novembre del sequestro alla poste di Pieve Modolena.
Le forze dell’ordine hanno identificato i tre grazie ad appostamenti fuori dai locali, con i militari dell’arma di Cadelbosco Sopra che li hanno riconosciuti a bordo dei mezzi che utilizzavano per effettuare sopralluoghi intorno alle pizzerie. All’interno dell’abitazione degli Amato a Cavazzoli, frazione di Reggio Emilia, durante una perquisizione i carabinieri hanno trovato una macchina da scrivere, che potrebbe essere quella utilizzata per scrivere i bigliettini. Ritrovate anche l’auto e le moto usate in occasione degli atti intimidatori effettuati con le esplosioni di armi da fuoco, alcuni vestiti e un giubbotto antiproiettile, che ha destato preoccupazione negli inquirenti. Ma le indagini proseguono per ritrovare l’arma.
I tre, portati in carcere con l’accusa di tentate estorsioni aggravate e continuate, secondo gli inquirenti avevano scelto una “strategia familiare” per mettere in piedi un sistema di estorsioni alle pizzerie reggiane. Ecco alcuni dei “pizzini” ritrovati dagli investigatori. «Al sottoscritto La Perla: vi chiediamo di essere gentile e di capire il problema. Vi chiediamo mille euro per lei non sono niente in confronto a quanto guadagnate», si legge in uno dei fogli lasciati nella pizzeria La Perla di Cadelbosco Sopra, contro cui sono stati sparati sei colpi di pistola nella notte tra il 31 gennaio e l’1 febbraio. A scatenare la furia degli indagati sarebbe stato il rifiuto da parte del titolare di assecondare le richieste. L’avvertimento era stato anticipato da un altro messaggio di minacce: «Essendo che le nostre richieste sono cadute nel vuoto io stasera ti farò dei danni perché hai sottovalutato il problema. Questa sera, anzi domani, cambierai i vetri».







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