Laqueo, il pentito Pellicori: «Cosenza divisa in aree per il pizzo»

Il collaboratore di giustizia ha ricostruito l’ambiente criminale bruzio e parlato dei business dei clan. «L’usura? Porta galera à gogo»

COSENZA «Cosenza era divisa in aree e ognuno pagava il pizzo a gruppi criminali diversi». La voce di Luca Pellicori, collaboratore di giustizia ed ex braccio destro di Marco Perna, ritorna a riecheggiare nelle aule del Tribunale di Cosenza a distanza di molti mesi dopo la chiusura del procedimento Apocalisse.
È nella lista dei testimoni della Dda di Catanzaro per il processo “Laqueo”, che vede tra gli imputati Luisiano Castiglia, Giovanni Guarasci, Danilo Magurno, Francesco Magurno, Ariosto Francersco Mantuano e William Sacco accusati di usura ed estorsione aggravate dal metodo mafioso.
«Fin quando Alfonsino Falbo non si è staccato da Marco Perna doveva dargli conto di qualsiasi virgola anche in merito alle estorsioni». Poi qualcosa tra i due è andato storto, neanche l’essere cognati ha salvato le apparenze e Falbo si è avvicinato al gruppo Castiglia.
«Il gruppo – dice Pellicori – era composto da Mimmo Castiglia, Francesco Raimondo, Sandro Pozza Falbo Alfonsino, Mario Musacchio, Mario Raimondo». Con loro negli anni tra il 2009 e il 2012 il gruppo Perna sulle estorsioni, per come riferito da Pellicori, il problema sarebbe stato circoscritto solo agli episodi di usura in cui a Cosenza Alfonsino Falbo avrebbe riscosso i soldi per nome di Franchino Perna, padre di Marco, storico boss della malavita cosentina.
«Per tramite di un gommista che si lamentava del rincaro del pizzo sono venuto a sapere che Alfonsino Falbo chiedeva i soldi per conto di Perna». La cosa non poteva essere così ed infatti, riferito l’episodio a Marco Perna, il testimone insieme a Pasquale Francavilla ed Ernesto Mele è stato spedito a chiedere spiegazioni ad Alfonsino Falbo e Mimmo Castiglia. «A memoria – dice il collaboratore di giustizia – mi hanno detto tutti gli esercizi commerciali in cui hanno fatto delle estorsioni. Io ho riferito che non avrebbero più dovuto farlo in nome di Franco Perna. Ho avvisato i commercianti e ho dato loro il mio numero di telefono dicendo loro che per qualsiasi problema mi potevano chiamare». Il problema dell’usura, così come quello del passaggio di Alfonsino Falbo si sarebbe risolto da lì a qualche tempo, quando Perna ordina di ridare la lista (nel frattempo messa nero su bianco) a Castiglia e Falbo a patto che le estorsioni non fossero più fatte per conto del padre. «Non volevamo le estorsioni – dice Pellicori –, Perna ci diceva sempre che dietro questi episodi c’è galera à gogo».

GLI INTERESSI DIFFERENTI «Noi avevamo inostri introiti della droga e in questo settore li investivamo –dice Pellicori – ma anche nell’acquisto di auto con l’usura dei Castiglia non volevamo avere niente a che fare, tanto è vero che non volevamo neanche incontrarli visto che non erano affari nostri». Sulla possibilità che i soldi del gruppo Perna fossero utilizzati dai Castiglia e viceversa, avanzata dal pm De Bernardo, Pellicori delimita subito come le due sfere siano da sempre separate. L’indagine è partita dalle dichiarazioni del pentito Roberto Calabrese Violetta. «Io non lo conosco proprio di persona – spiega Pellicori –. Mi sono interessato a lui solo quando iniziò a correre la voce che fui io a sparare alla vetrata del suo solarium di Cosenza, ma non era vero. Ho iniziato a chiedere a quelli del mio gruppo che persona fosse e da lì ho scoperto che era in affari con il gruppo Castiglia e che era bravo nel settore immobiliare». Al termine dell’escussione del testimone, l’avvocato Rosanna Cribari, difensore di Luisiano Castiglia, ha chiesto l’inutilizzabilità della testimonianza ricorrendo al dispositivo dell’articolo 468 del codice di procedura penale in cui si fa riferimento alla indicazione obbligatoria delle circostanze sulle quali riferisce il testimone. Circostanze che nel caso di Pellicori non sarebbero state note e che avrebbero leso quindi il diritto di difesa. Il collegio giudicante ha ritenuto di rendere utilizzabile la testimonianza e dando però alla difesa la possibilità di individuare, nei termini previsti dalla legge, le prove a contrario per poter verificare quanto dichiarato da Pellicori.
LA VITTIMA Mario Francesco Carpino è stato l’ultimo di una serie di persone offese sentite nel dibattimento. La sua vicenda è strettamente collegata a quella della sua famiglia. «So che mio padre era sotto strozzo con i Magurno – spiega al pm –. Una volta sono venuti a casa mia e sia nel luogo dove lavoro per chiederci dei soldi. Lo hanno fatto in modo agitato per cui ci siamo sentiti minacciati». Il testimone non ha dato una risposta chiara circa il movimento di soldi transitati dal suo conto bancario. L’episodio contestato in controesame dall’avvocato dei due imputati, infatti, dal testimone non è stato denunciato ai carabinieri né tantomeno la richiesta avanzata dai Magurno di dargli la macchina a garanzia del debito. «Non ho detto nulla perché pensavo fosse una cosa che si potesse risolvere tra di noi – dice il giovane testimone – non pensavo saremmo arrivati a tanto».

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it







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