Viceprefetto condannato per abusi sessuali, ma per i giudici il fatto «è di minore gravità»

Un anno e 6 mesi per l’ex commissario del Comune di Bagnara, l’accusa aveva chiesto 7 anni e 7 mesi di carcere. Avrebbe palpeggiato due donne che si erano rivolte a lui per chiedere un sussidio

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA A Bagnara Calabria rappresentava lo Stato quando l’amministrazione è stata sciolta per mafia, ma il viceprefetto Antonio Contarino avrebbe approfittato del suo incarico per tentare di abusare di due donne che in due distinte occasioni si sono rivolte a lui per avere un sussidio. Per questo motivo, Contarino è stato condannato dal Tribunale di Reggio Calabria. Tuttavia la pena stabilita per lui è di solo 1 anno e 6 mesi.

FATTO «DI MINORE GRAVITÀ» All’esito del dibattimento, seguito all’inchiesta coordinata dal pm Sara Amerio, l’accusa per lui aveva chiesto il carcere per 7 anni e 7 mesi, ma per il Collegio si può ritenere «che la condotta posta in essere da Contarino configuri un caso di “minore gravità”». A detta dei giudici, «il gesto si è concretizzato in uno strofinamento, attuato senza alcuna forza (…) la condotta è durata per brevissimo tempo e allo scostamento delle donne l’imputato non ha reagito con un comportamento violento, limitandosi a porre fine alla sua condotta molesta».

LE MOLESTIE Le donne erano state ricevute nell’ufficio del viceprefetto per chiedere un sussidio per la famiglia. Dopo averle fatte accomodare nel proprio ufficio e aver ascoltato le loro richieste, nell’accompagnarle all’uscita le avrebbe palpeggiate, assicurando loro che le avrebbe assecondate. Una di loro si era rivolta alla commissione per chiedere un sussidio per permettere alla figlia di prendere l’autobus ogni giorno per andare a scuola; l’altra, disoccupata e madre di quattro figli, sperava che l’amministrazione potesse aiutarla ad ottenere un sostegno economico, quanto meno per coprire l’affitto. Probabilmente intimidite anche dal ruolo istituzionale del viceprefetto, non sono state le vittime a denunciarlo, ma una serie di esposti anonimi ha messo in allarme il maresciallo della locale Stazione dei carabinieri. E le indagini non hanno fatto che confermare il quadro denunciato, tanto da indurre la Procura a chiedere e ottenere l’arresto del viceprefetto.

DIFESA «DI NON PARTICOLARE AFFIDABILITÀ» Lui, dal canto suo, ha sempre negato tutto. Minimizzando la vicenda, ha provato a suggerire addirittura l’ipotesi di un complotto nei suoi confronti. Ma a contribuire «a non attribuire particolare affidabilità alle motivazioni alternative addotte dall’imputato sulle vicende che lo hanno riguardato» si legge nella motivazione, è anche un’altra vicenda. Riguarda una professionista che in passato aveva avuto rapporti non solo professionali, ma anche personali con il viceprefetto. Ex inquilina di uno studio professionale di proprietà di Contarino, la donna aveva reagito con uno schiaffo ai tentativi dell’uomo di palpeggiarla. Quando anni dopo lo ha incontrato nuovamente in qualità di commissario di un Comune per il quale la donna svolgeva un servizio di consulenza, improvvisamente è stata rimossa dall’incarico. Una vicenda che non è finita al centro del processo, ma per i giudici contribuisce a delineare il quadro. Tuttavia la valutazione generale dell’accaduto è assai più morbida di quanto prospettato dalla Procura. Per il Tribunale, è vero, «Contarino ha approfittato della sua posizione per strofinare le proprie mani sulle parti intime delle due vittime, ledendo così la libertà di autodeterminazione sessuale delle stesse», per di più «mediante abuso di autorità».

COLPEVOLE MA… Tuttavia per i giudici una serie di elementi contribuiscono a «ridimensionare la gravità del fatto» fra cui la brevità del contatto, la mancanza di reazione violenta quando le due donne si sono scostate e «le modalità di tempo e luogo (in pieno giorno, durante le ore lavorative di tutti i dipendenti comunali e all’interno dell’ufficio del presidente di Commissione)». In più, sostiene il Tribunale, sebbene non possa «escludersi che le frasi pronunciate dal Contarino, per tranquillizzare le donne sulla loro situazione economica, costituiscano una modalità di facilitazione dell’approccio sessuale», «non traspare alcuna minaccia implicita» nei confronti delle vittime «che implichi un necessario do ut des (…) fra i favori sessuali e l’ottenimento del contributo straordinario chiesto dalle stesse». Ragioni che non hanno convinto per nulla la Procura, che contro la sentenza di primo grado prepara già l’appello. (a.candito@corrierecal.it)







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