MALAPIANTA | L’egemonia sui villaggi e la ribellione degli imprenditori ai clan – VIDEO

L’inchiesta della Dda di Catanzaro ha permesso di far emergere l’esistenza del locale dei Mannolo, membri della “provincia” crotonese assieme ai Grande Aracri. Gratteri: «Hanno incassato tangenti per 800mila euro». Luberto: «Usura commessa anche lontano dalla Calabria»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Per anni gli imprenditori del Crotonese hanno subito estorsioni e l’imposizione ad acquisire le forniture dettate dalla consorteria Mannolo-Trapasso-Zoffreo. «Hanno pagato tangenti per un totale di quasi 800mila euro», racconta il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri.
Poi si sono ribellati e hanno denunciato. L’indagine “Malapianta” – che ha portato al fermo di 35 persone ritenute appartenenti alla cosca di San Leonardo di Cutro e accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione, usura, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, reati tutti aggravati dalle modalità mafiose, qui i dettagli – porta con sé anche un dato nuovo e positivo. «Imprenditori turistici che gestiscono grandi strutture ricettive hanno denunciato – spiega Gratteri –, si sono rivolti alla Guardia di finanza di Crotone e alla Procura di Catanzaro, questo è un grande evento per noi, un dato che ci inorgoglisce, è la nostra benzina, la cartina al tornasole della credibilità del nostro lavoro».
Tra gli imprenditori che hanno denunciato spicca il caso di Giovanni Notarianni, titolare del villaggio Porto Kaleo. La struttura è stata vessata per anni: imponevano assunzioni a tempo indeterminato di componenti e familiari degli accoscati, imponevano le forniture edili, il servizio di pulizia spiaggia, veniva imposta persino la fornitura del caffè. L’imprenditore ha sborsato, stando ai calcoli delle fiamme gialle, oltre 175mila euro. Settecentroquarantatremila euro sono, invece, le somme di denaro contante estorte negli anni per le guardine (2000 euro al mese) e 5000 euro all’anno per “le cure termali” della cosca.

LA RAFFINERIA PER COSA NOSTRA La cosca di San Leonardo di Cutro non è una ‘ndrina da poco conto. Già negli anni ’70 colloquiava con Cosa nostra, e aveva installato per conto della mafia di Palermo una raffineria per la lavorazione e produzione di eroina. «Questo vuol dire – ha spiegato Gratteri – che già a quel tempo esisteva una locale di ‘ndrangheta, vuol dire che già c’era una struttura ben articolata, radicata al punto da confrontarsi con Cosa nostra, negli anni 70, quando questa dominava gran parte del territorio nazionale e persino negli Stati Uniti. Nel corso dei decenni quel territorio è stato quasi dimenticato sul piano del contrasto. Dico quasi dimenticato – spiega Gratteri – perché noi oggi grazie a questa indagine abbiamo dimostrato che in realtà lì c’era una locale di ‘ndrangheta che controllava il respiro di quel territorio intervenendo nella sua parte vitale ovvero quella economica. Riusciva a controllare tutte le attività turistico-alberghiere, a imporre non solo le estorsioni ma anche l’acquisto dei prodotti».
«Un territorio come quello di Cutro – sottolinea il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto – ha determinato per la terza volta un ordine di custodia cautelare destinato a decine di persone perché sono state impattate fortemente le organizzazioni riconducibili a Nicolino Grande Aracri e ai Trapasso. Fino ad oggi non c’erano precedenti giurisdizionali sui Mannolo, i quali sedevano a pieno titolo nella “provincia” di Cutro e al tavolo del boss Nicolino Grande Aracri».
L’indagine porta una serie di dati inediti. Innanzitutto, come ha spiegato il procuratore aggiunto, vi è una cosca rispetto alla quale non c’erano precedenti giurisdizionali. «Questa indagine ci consente di dimostrare – aggiunge Luberto – che l’usura veniva gestita direttamente dai capi della consorteria e ha due connotazioni: veniva perpetrata anche in territori molto lontani dalla Calabria, a dimostrazione che gli ‘ndranghetisti stanno andando a incidere sui mercati grazie ai grandi capitali sui quali possono contare e che vengono reimpiegati anche nell’usura. Sono stati inoltre creati una serie di contratti con i quali tentavano di mistificare la ragione dei flussi di denaro tra usurato e usuraio».
Anche il traffico di stupefacenti è fiorente e viene imbastito con diverse cosche, cosa che dimostra «il peso specifico della cosca sanleonardese che è stata trascurata per moltissimo tempo ma che si manifesta in realtà pericolosa. Oggi si chiude un cerchio rispetto a quella locale di Cutro che è stata additata anche come provincia nell’indagine Kyterion, ossia organizzazione con potere di coordinamento rispetto alle altre cosche. Ebbene, i Mannolo sedevano a pieno titolo nella provincia e avevano un rapporto paritetico con Nicolino Grande Aracri», conclude Luberto.
«Sino ad ora quello di San Leonardo di Cutro non era indicato come locale di ‘ndrangheta, da oggi sì», dice il colonnello Emilio Fiora, comandante provinciale della Guardia di finanza di Crotone. «La ‘ndrangheta toglie lavoro – ha sottolineato Fiora – perché impedisce lo sviluppo della libera impresa. Di fatto hanno annullato ogni forma di concorrenza nel settore del turismo della costa ionica calabrese che invece ha tutte carte in regola per godere di uno sviluppo che può portare a centinaia di posti di lavoro».
L’indagine è stata fatta anche con pedinamenti, appostamenti lunghi ed estenuanti, non solo in Calabria ma anche all’estero. Sono stati sviscerati gli aspetti finanziari e patrimoniali di una consorteria molto ricca. I sequestri effettuati ammontano, infatti, a 30 milioni di euro tra immobili extralusso, autovetture, sei ditte individuali, conti bancari e società riconducibili agli indagati.

UOMINI E QUALITÀ DELLE INDAGINI Il generale Fabio Contini ha elogiato il lavoro della Guardia di finanza – che ha lavorato coordinandosi con lo Scico – «presente sul territorio, non nella misura che ci piacerebbe ma stiamo lavorando con il comando generale per cercare di aumentare ancora di più la nostra presenza che è richiesta da più parti, anche dalle istituzioni del Crotonese».
L’indagine – firmata da Gratteri, Luberto e dai sostituti Domenico Guarascio, Paolo Sirleo e Antonio De Bernardo – «è un crescendo – afferma il procuratore capo – ed è il risultato del nostro progetto di costruzione di una Procura ben strutturata, con il supporto di polizia giudiziaria di qualità. Se non avessi avuto questi uomini oggi questa indagine non ci sarebbe stata. Sono fortemente convinto di questo perché quando sono arrivato a Catanzaro, tre anni fa, c’era la desolazione in alcune zone del territorio del distretto, in termini di uomini, di qualità, di tenuta, di riservatezza e di credibilità. Per i risultati che abbiamo conseguito oggi devo ringraziare il generale Tosti, che ha da poco terminato il suo incarico, e il nuovo comandante Zaffarana che ho già avuto il piacere di incontrare per discutere di un ulteriore rilancio della guardia di finanza nel distretto di Catanzaro». Da parte sua il colonnello Andrea Pecorari, vicecomandante operativo dello Scico, ha garantito che i militari calabresi non verranno mai lasciati soli dallo Scico. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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