Il fratello di Chindamo: «Maria urla ancora per la verità» – VIDEO

Il commento dopo l’arresto: «Una prima svolta importante, ora speriamo si faccia piena luce». Gli inquirenti raccontano gli step dell’aggressione che ha portato alla scomparsa dell’imprenditrice di Laureana di Borrello

di Alessia Truzzolillo
VIBO VALENTIA
È «una piccola goccia nel mare», un «primo step», ma l’arresto di Salvatore Ascone, 53 anni di Limbadi, e l’iscrizione nel registro degli indagati di un suo operaio, Gheorge Laurentiu Nicolae, 30 anni, romeno, domiciliato a Limbadi, regalano un un momento di respiro ai Carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Vibo Valentia, della Compagnia di Tropea e del Ros che hanno lavorato fin dai primi istanti della scomparsa di Maria Chindamo, l’imprenditrice di Laureana di Borrello sparita nel nulla il 6 maggio del 2016. I due uomini, accusati di concorso in omicidio, sono considerati i corresponsabili del delitto della giovane donna, aggredita davanti alla propria azienda, trascinata fuori dalla propria auto e caricata su un altro mezzo. Secondo l’accusa avrebbero dolosamente manomesso l’impianto di videosorveglianza dell’abitazione di Ascone davanti alla quale è avvenuto l’agguato alla donna per permettere agli aggressori di non essere ripresi e individuati. L’analisi del capitano Alessandro Bui, comandante della prima sezione del Nucleo investigativo, è chiara e tecnica: «Il giorno prima dell’omicidio di Maria Chindamo viene alterato l’orientamento di alcune telecamere che altrimenti avrebbe ripreso la scena dell’agguato in maniera chiara e limpida. La sera prima dell’omicidio di Maria Chindamo il sistema di videosorveglianza della casa davanti al terreno dove è stato commesso l’omicidio viene staccato l’hard disk con un intervento manuale. L’analisi dei file di log (ovvero il registro delle operazioni di videosorveglianza) ci dice che alle 7:41, quindi circa mezz’ora prima dell’arrivo dei carabinieri, viene visualizzato il dvr per assicurarsi che non ci siano state registrazioni. Il sistema di allarme installato nella casa davanti al luogo dove è scomparsa Maria Chindamo non segnala nessun accesso abusivo. È chiaro che coloro che hanno compiuto queste operazioni non possono essere che coloro che hanno accesso legittimo all’abitazione, ossia Salvatore Ascone e i soggetti a lui collegati».

L’IMPIANTO MANOMESSO IL GIORNO PRIMA Secondo l’accusa Ascone, già noto alle forze dell’ordine, avrebbe manomesso il proprio impianto di video sorveglianza che puntava esattamente sul luogo dell’agguato all’imprenditrice. «Ha agevolato la commissione del reato», ha detto in conferenza stampa il pm di Vibo valentia Concettina Iannazzo. «Abbiamo notato subito che qualcosa nell’impianto di video sorveglianza non andava», ha raccontato il maggiore Valerio Palmieri, comandante del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia. «L’impianto era stato manomesso il giorno prima e due giorni prima una telecamera che prima puntava in una direzione era stata spostata per puntare su una zona diversa». Qualcuno, inoltre, poco dopo l’agguato, era andato a controllare che nulla fosse stato registrato e non vi fossero immagini sul dvr. Solo Ascone e il suo operaio potevano entrare senza fare scattare l’allarme. Agli investigatori che nel maggio del 2017 lo sentirono a sommarie informazioni Ascone dichiarò testualmente: «Le chiavi della casa dove sta custodito l’hard disk ce lo ho solo io oppure mia moglie. Sicuramente nessuno può aver avuto accesso all’abitazione perché c’è anche un impianto di allarme ed arriva la segnalazione sul telefonino mio, di mia moglie e dell’operaio che si chiama Nicolai».

«MARIA URLA PER LA VERITA’» Gli arresti di giovedì hanno dato un momento di speranza anche alla famiglia Chindamo. «È un segno che ci dà speranza che prima o poi venga fatta luce su questa tristissima vicenda – racconta Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, al termine della conferenza –. Maria era una donna di questo territorio, felice e libera. Ed è una donna che ancora urla di far conoscere quello che le è successo».
AGGRESSIONE BRUTALE L’aggressione, avvenuta tra le 7:10 e le 7:15 del mattino, è stata brutale. Immediato l’intervento sul posto dei carabinieri dopo l’allarme dato da un dipendente della Chindamo che ha trovato l’auto ferma col motore acceso, tracce di sangue e tutti gli effetti personali della donna ancora nella sua Dacia. Alle 8 i militari erano già sul posto, ha raccontato il comandante del Nucleo investigativo. Con le telecamere fuori uso, hanno parlato le tracce di sangue che erano abbondanti: la vittima si è difesa «in maniera energica» e, forse, in questo tentativo, è stata colpita anche al capo visto che sulle portiera sono state trovate tracce di capelli misti a sangue. Poi è stata caricata di peso su altro mezzo come dimostrano altre tracce di sangue da sgocciolamento, ha spiegato Palmieri. È stato setacciato tutto il territorio nella speranza di trovare Maria Chindamo viva. Quell’ora di vantaggio che avevano gli aggressori ha, però, permesso loro di agire in qualunque modo. Col passare del tempo, e viste anche le condizioni del luogo dell’agguato, le ricerche sono proseguite, e proseguono tutt’ora, nella speranza di restituire alla famiglia almeno il corpo della donna. È stato usato anche il georadar per ispezionare ettari ed ettari di terreno, per trovare movimenti di terra o cavità che facessero individuare una sepoltura.
«DOLORE COSTANTE MA FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA» Ora che per Maria Chindamo si parla apertamente di omicidio e non si lasciano speranze, il fratello Vincenzo parla di «un dolore costante, un ferita aperta. È un grande dolore per tutta la famiglia: ci sono tre figli che aspettano ancora la loro mamma, io che nutro grandi speranze nell’avere almeno la conoscenza della verità di quello che è successo». Si commuove Vincenzo Chindamo nel ricordare che sua madre (e madre di Maria) oggi compie 81 anni «e si rincuora, per modo di dire, che almeno un po’ di luce inizia, forse, a farsi sulla vicenda». Nelle indagini ora ha fiducia, quello che prima gli appariva solo «silenzio» era in realtà «un’attività investigativa molto tecnica e importante che veniva svolta nel silenzio». «Io mi aspetto che presto verranno fuori altri risultati investigativi che faranno piena luce su quello che è successo». Visto che le indagini sono ancora aperte, gli investigatori non si sbilanciano sulle cause dell’agguato ma si limitano a parlare di «movente riconducibile alla sfera personale della vittima».
LE INDAGINI Le indagini sono state tecniche, si sono avvalse di una squadra investigativa integrata, compreso il Ros di Roma, sezione crimini violenti e il Ris di Messina. Tutte le telecamere della zona sono state visionate, circa 900 ore di registrazioni visionate più volte, ha raccontato comandante del Ros, sezione crimini violenti, Paolo Vincenzoni. I carabinieri notano subito le stranezze dell’impianto di videosorveglianza di Ascone visto che il “libro di bordo” ovvero i file di log del sistema di videosorveglianza mostrano degli errori. Per capire quali fossero gli errori segnalati dal dvr si sono avvalsi della perizia tecnica di professori universitari e anche della casa madre dell’impianto, che è cinese. Inoltre, ha spiegato Vincenzoni, sono stati analizzati 2.725.000 record telefonici. «Il nostro scopo ultimo è quello di arrivare alla verità e ritrovare il corpo di Maria Chindamo», ha detto il colonnello Luca Romano. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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