La ludopatia nuoce gravemente ai calabresi. E può uccidere

L’omicidio di Mariella Rota per mano di un cliente “malato d’azzardo” riporta l’attenzione su un fenomeno in allarmante crescita e utile alla ‘ndrangheta. Ecco i dati sulla nostra regione. Ma ad oggi non ci sono enti accreditati per le cure

di Francesco Donnici
REGGIO CALABRIA Secondo gli inquirenti ci sarebbe stata volontà e premeditazione dietro l’omicidio di Mariella Rota, 66enne tabaccaia di Reggio Calabria che martedì scorso è stata quasi decapitata nel suo negozio nel pieno centro della città, in via Melacrino. A sferrare i colpi fatali sarebbe stato, secondo gli inquirenti, un suo cliente abituale “malato di gioco d’azzardo” che accusava la vittima di truffarlo per giustificare le continue perdite. All’inizio sembrava una tentata rapina finita in tragedia, poi, invece, con la ricostruzione della squadra mobile reggina si è rivelato un piano pensato che ha portato Billy Jay Sicat, 43enne di origine filippina in Italia da 5 anni, ad introdursi nella tabaccheria, di cui era assiduo frequentatore, armato di una mannaia da cucina per freddare la donna che, nella sua visione perversa, impersonava la causa delle sue sfortune.
VITTIME E CARNEFICI DELL’AZZARDO Un dramma, quello avvenuto a Reggio, che riaccende i riflettori sul problema del gioco d’azzardo patologico, cresciuto negli ultimi anni e particolarmente grave in Calabria. E non è un caso che la matrice psicologica di questo fenomeno lo voglia in continuo aumento proprio nelle regioni più povere, dove “tentare la fortuna” è spesso la ricaduta di una frustrazione di fondo che evolve poi in patologia.
Nel 2017 solo in Calabria sarebbero stati giocati circa 2 miliardi di euro nei circuiti dell’azzardo legale. E nonostante il chiaro campanello d’allarme – come denunciato dalle associazioni, molte delle quali aderenti alla campagna “Mettiamoci in gioco” – «in Regione, ancora non ci sono enti accreditati a fornire le cure e i trattamenti necessari». Il caso dell’omicidio di Reggio Calabria è oggi unico nel suo genere, ma accompagnato da un crescente numero di crimini collaterali alla patologia dell’azzardo, come sottolineato dal Codacons. E questa vicenda – sostiene sempre il Codacons – dovrebbe far riflettere l’Agcom «sulla sua posizione in favore della lobby dei giochi e contro il divieto di pubblicità al gioco, che appare sempre più deplorevole». Divieto che era stato dapprima rafforzato con l’entrata in vigore del Decreto “Dignità”, salvo poi seguire una serie di deroghe e vincoli applicativi.
LA LEGGE E LO STALLO CALABRESE La Regione Calabria ha introdotto una serie di misure preventive con la legge 9/2018 (del 26 aprile, innovata poi a dicembre) a firma del consigliere regionale Arturo Bova che prevede una serie di restrizioni sugli orari di chiusura e sulle distanze minime degli esercizi commerciali rispetto ai “luoghi sensibili”, oltre che un inasprimento delle sanzioni. Ulteriore aggiunta è stata quella dell’introduzione del marchio “No Slot” esibito dagli esercizi che scelgono di rinunciare alle concessioni privandosi di queste apparecchiature e dei relativi introiti.
A ciò va aggiunta la deliberazione della Giunta regionale dello scorso 19 novembre 2018 di approvazione del “Piano regionale sul Gap 2017” dove era previsto lo stanziamento di un fondo ripartito tra le Regioni e le Province Autonome del quale – come si legge – «la quota spettante alla Regione Calabria è di 1.605.399 euro. Tale somma verrà utilizzata per interventi di prevenzione, cura e riabilitazione, con il coinvolgimento degli Enti locali e del setting scolastico e lavorativo, come previsto dal Ministero della Salute». In attesa della relazione biennale di monitoraggio del piano, la realtà dei fatti racconta della pressoché totale mancanza di passi avanti nell’accreditamento degli enti preposti a fornire le cure per quella che ormai è riconosciuta a tutti gli effetti come la patologia dell’epoca nuova.
UN BUSINESS UTILE ALLA ‘NDRANGHETA La Dia, nella relazione semestrale luglio-dicembre 2018, ha spiegato come «la natura identitaria della ‘ndrangheta non sia un fenomeno di colore distaccato dalla vocazione al business internazionale ma, anzi, ne rappresenti un punto di forza». La stragrande maggioranza delle inchieste citate dall’Antimafia, riguarda il gioco d’azzardo – sia esso legale o meno – come circuito prediletto dai clan ai fini del riciclaggio e del reimpiego dei capitali illeciti. Capitali che possono anche scomparire con un clic, come ha testimoniato l’inchiesta “Gambling” che aveva portato all’arresto di Mario Gennario nel 2015 e dalla quale ha preso le mosse l’operazione coordinata tra le Procure di Reggio Calabria, Catania e Bari dello scorso novembre che ha portato a 68 arresti ed all’emersione di un giro d’affari di circa 4,5 miliardi di euro legato all’azzardo online. Numeri sconcertanti che fanno capire con quanta velocità il denaro possa “correre” attraverso questi circuiti e quale sia la conseguente forza espansiva della ‘ndrangheta. Questo sia dentro che fuori dai confini regionali. Si può citare infatti il filone emiliano dell’inchiesta “Black Monkey” giunta in questi giorni al processo d’Appello, dove il gioco d’azzardo è risultata essere la principale attività della ‘ndrina “oltreconfine”, non a caso definito dal pm Francesco Caleca «il polmone finanziario dell’associazione». (redazione@corrierecal.it)







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