Morto Stefano Delle Chiaie, una storia calabrese. Ancora da scrivere

Aveva 83 anni, porta con sé tutti i suoi segreti. Molti riguardano la Calabria e quell’abbraccio fra élite della ‘ndrangheta ed eversione nera ancora attuale

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA Da circa un anno, il suo nome era tornato a riecheggiare nelle aule di giustizia. Ancora una volta in relazione a morti, sangue, stragi. Ma sui tanti punti oscuri della sua biografia, Stefano Delle Chiaie non potrà più fare chiarezza. A 82 anni, è morto nella notte nel letto di un ospedale della capitale, portando con sé tutti i suoi segreti. Molti, troppi, riguardano la Calabria e quell’abbraccio fra élite della ‘ndrangheta ed eversione nera ancora attuale. Un fiume carsico di rapporti che attraversa le curve, gruppi, associazioni e movimenti dichiaratamente fasciste più o meno arrabbiati, ma affiora anche nella storia della Lega Nord, “proprietaria” fino a meno di una settimana fa del Viminale. Una matassa di cui Stefano Delle Chiaie è stato per lungo tempo il grande, più o meno oscuro, tessitore. O meglio, il responsabile operativo di una strategia che nei decenni ha cambiato metodi ma non obiettivo: piegare la Repubblica agli interessi di pochi, selezionati, ancora oscuri grandi mestatori.

LA STORIA CALABRESE DEL “CACCOLA” Nome noto a Reggio Calabria negli anni Settanta, in realtà Er Caccola inizia a frequentare la Calabria già qualche anno prima. E predilige la provincia. Su cortese invito del clan De Stefano, anche Delle Chiaie – ha detto anche di recente in aula l’ex pentito Stefano Carmelo Serpa – era presenta al summit di Montalto del ’69, la riunione interrotta da un blitz delle forze dell’ordine che ha sancito un prima e un dopo nella storia della ‘ndrangheta. Serpa lo sa perché c’era, ha visto tutto ed è testimone diretto di quegli eventi. All’epoca – ha raccontato in aula – don Paolino sosteneva che ci fosse «la necessità di avere dei nuovi alleati. Non altre cosche – ha sottolineato Serpa – ma un comparto diverso, in particolare rivolto alla politica, che avrebbe potuto portare all’interno delle cosche perché “sta genti ‘ndi porta un saccu i sordi”. Avrebbero portato all’interno delle cosche possibilità diverse, ma anche contatti per poter disporre di armi». E un clan dalle ampie ambizioni come quello dei De Stefano – ha detto in aula al processo “’Ndrangheta stragista”, interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – «aveva bisogno di tante cose». Inclusi quei politici con cui da tempo era in contatto e aveva invitato al summit di Montalto.

IL GOTHA NERO Non erano tutti – specifica Serpa – ma solo «una rappresentanza». Ma i loro nomi sono quelli che hanno scritto, anche con il sangue, la storia dell’eversione e del terrorismo nero in Italia. Pierluigi Concutelli, terrorista nero e capo dell’organizzazione eversiva Ordine Nuovo, autore materiale dell’omicidio del giudice Occorsio e di altri fatti di sangue, latitante per anni in Spagna dove si è unito ai gruppi di repressione franchisti; Stefano Delle Chiaie, militante della prima ora del Msi e di Ordine nuovo, fondatore dei Gar ( Gruppi di Azione Rivoluzionaria) e di Avanguardia Nazionale, latitante per diciassette anni in vari Paesi dell’America Latina, dove si è messo al servizio di dittatori di ogni risma, il cui nome è stato accostato più alle grandi stragi degli anni Settanta, senza però mai rimediare una condanna; Junio Valerio Borghese, fondatore dell’organizzazione di destra eversiva Fronte nazionale e comandante mai pentito della Rsi, ideatore, organizzatore e capo del fallito golpe dell’Immacolata; il marchese Fefè Zerbi, indicato come uno dei principali finanziatori del fallito colpo di Stato, quindi dei Moti di Reggio; Sandro Saccucci, ex paracadutista e membro dell’ ufficio informazioni del corpo dei paracadutisti, luogotenente del Principe nero nel fallito golpe. «I De Stefano avevano rapporti strutturati con questi soggetti, è stato lui a portarli al summit di Montalto. I De Stefano avevano entrature dappertutto. Allora, ieri e ritengo anche adesso. Le ho vissute personalmente».

IL GOLPE BORGHESE E I MOTI Il blitz che ha interrotto il summit di Montalto non ha turbato la corrispondenza di amorosi sensi fra ‘ndrangheta e eversione nera. Al contrario, sembra averne cementato i rapporti. Nel Reggio del ’70, Delle Chiaie diventa una faccia conosciuta. «Er caccola – racconta il pentito Giacomo Ubaldo Lauro – era stato a Reggio nel 70 ospite, ospite suo (Carmine Dominici) e di Fefè Zerbi, ma ebbe anche contatti con Paolo De Stefano». Avanguardista, vicinissimo a Zerbi, Dominici era secondo fonti investigative l’uomo del marchese nero all’interno di Avanguardia Nazionale, sufficientemente sconosciuto da viaggiare a Roma e a Madrid per mantenere contatti e tessere rapporti con i vertici del gruppo paramilitare eversivo. E sufficientemente introdotto da avere accesso a riservatissime riunioni. «Da Dominici – racconta Lauro – seppi che l’incontro tra Delle Chiaie e Paolo De Stefano ci fu in presenza di Fefè Zerbi. Praticamente Fefè Zerbi fece conoscere Delle Chiaie e Paolo De Stefano ad altri». Erano gli anni del golpe Borghese. Nelle case del notabilato reggino, i cui eredi ancora animano la cosiddetta “Reggio bene”, ingrossano le liste in periodo elettorale e sono tuttora i protagonisti di affari e speculazioni, si riuniva il “comitato d’azione per Reggio capoluogo”, terroristi neri e uomini dei clan dividevano i salotti e si saldava nei comuni progetti eversivi il rapporto fra eversione nera, patriziato massonico reggino e ‘ndrangheta. In quei salotti, quella di Delle Chiaie era una faccia tutt’altro che sconosciuta.

LA POLITICIZZAZIONE DELLA BASE E L’OMBRA DI PAOLO ROMEO Nel frattempo si preparava la carne da cannone e anche fra i picciotti si lavorava per lo spostamento a destra. A ricostruire quella fase è Giovanni Gullà, che ai magistrati di Genova spiega che all’epoca «c’era un avvicinamento dei De Stefano alla destra attraverso l’allora studente universitario Paolo Romeo, presidente della Giovane Italia (organizzazione giovanile movimento sociale) diventato in seguito avvocato e socialdemocratico nonchè deputato». Attualmente imputato come esponente di vertice della direzione strategica della ‘ndrangheta reggina, al pari dell’avvocato Giorgio De Stefano, per quest’accusa già condannato a 20 anni in abbreviato, l’avvocato Paolo Romeo è legato agli arcoti da quasi mezzo secolo. Negli anni Settanta – spiega Gullà – «Romeo favorì l’abboccamento tra alcuni settori mafiosi tipo i De Stefano con ambienti di estrema destra. L’occasione venne presa al balzo dall’estrema destra per un ulteriore avvicinamento alla ‘ndrangheta, in quel momento venne fuori il Marche Zerbi rappresentante di Junio Valerio Borghese a Reggio Calabria esponente del ” Fronte Nazionale” espressione politica di Avanguardia Nazionale; proprio in quale momento vennero fuori esponenti romani dell’estrema destra tipo Delle Chiaie Stefano e Di Luia Bruno».

LA CULLA CAPITALE Tutti personaggi che Carmine Dominici, «uomo di fiducia di Zerbi» sottolinea il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, ha frequentato. «Un giorno del 1977 – spiega il collaboratore – mi mostrò una fotografia che mi disse scattata a Roma in un ristorante, in cui si vedevano Fefè Zerbi, Stefano Delle Chiaie, lo stesso Dominici e altri loro camerati». Rapporti a metà fra ‘ndrangheta, massoneria ed eversione, in un’epoca in cui i calabresi nella capitale potevano già vantare rapporti di rango nella Roma criminale e non.

‘NDRANGHETA CAPITALE La retata del 18 ottobre ’75 al ristorante “Il Fungo” dell’Eur, costata l’arresto Paolo De Stefano, don Peppe Piromalli, Pasquale Condello, massimi vertici della ‘ndrangheta calabrese dell’epoca, e Gianfranco Urbani e Manlio Vitale, esponenti di spicco della banda della Magliana, aveva svelato i rapporti fra i calabresi e la mala romana, all’epoca in ottimi rapporti di collaborazione con neri e servizi. Meno di un anno dopo, l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, firmato dai vertici dell’estremismo neofascista alla vigilia dell’interrogatorio di Licio Gelli ma probabilmente maturato in ambienti molto più trasversali, e poco dopo quello del suo confidente, il boss di Canolo Totò D’Agostino, raccontavano come già all’epoca fossero saldi i legami fra ‘ndrangheta, eversione nera e massoneria, con la benedizione di settori dell’intelligence dell’epoca. Ma sono pezzi del puzzle che solo di recente si sta provando a mettere insieme in un unico mosaico che ha attraversato i decenni senza perdere la propria carica eversiva.

ER CACCOLA DEI SERVIZI Tutti contesti in cui – a vario titolo – è saltato fuori il nome di Delle Chiaie, che ritorna insistente in tutti i fascicoli delle stragi nere, da piazza Bologna a piazza Fontana. Un’eco che diventa ancora più inquietante alla luce dei – certificati – rapporti del “Caccola” con i servizi. Che fosse quanto meno in contatto con gli apparati lo dice una nota del Sid del 23 giugno 1975, in cui si legge che il terrorista nero è «ritenuto in contatto con la Direzione degli Affari riservati del ministero dell’Interno» e che «è conosciuto dal 1968 come informator della Questura di Roma». Lo conferma il capitano del Sid, Antonio Labruna, che dichiara «so che la struttura Avanguardia Nazionale era pilotata dall’Ufficio Affari Riservati retto da Federico D’Amato. Capo di Avanguardia Nazionale era Stefano Delle Chiaie, che era una fonte continuativa dell’Ufficio Affari Riservati».

LE ACCUSE DEI CAMERATI Al riguardo, accuse in tal senso sono arrivate anche dalla galassia nera. Dalle pagine del Candido, Giorgio Pisanò, fra i fondatori del Movimento sociale italiano, si dirige direttamente a Delle Chiaie, all’epoca latitante, intimandogli «Resta dove sei e sta’ zitto. Perché se torni dovrai raccontarci tante cose: certi traffici d’armi, per esempio, con relativa scomparsa dei fondi che ti erano stati affidati, o i tuoi intrallazzi con Mario Melino. Oppure i tuoi rapporti con l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno».

L’AGINTER PRESS E LE SCORRIBANDE LATINOAMERICANE Medesima canzone canta Vincenzo Vinciguerra, che però parla del rapporto di Delle Chiaie con i servizi stranieri. Era l’epoca della latitanza in America Latina e dell’inquadramento a pieno nell’Aginter press – ufficialmente un’agenzia di stampa, in realtà una vera e propria agenzia di contractor animati dall’anticomunismo – diretta dall’ex ufficiale dellOrganisation armée secrète (OAS) Yves Guérin-Sérac (vero nome Yves Guillou). Come confermato nei primi anni duemila con la de-classificazione di parte dell’archivio Cia, gli uomini dell’agenzia sono stati prestati a dittature tanto latinoamericane come europee – Spagna, in primis – per una serie di efferate operazioni coperte. Per Vinciguerra l’attività di Guerin Serac e delle persone che operavano con lui abbracciava tutti quei Paesi in cui più forte era il pericolo di un’avanzata da parte dei Partiti e delle formazioni comuniste. Il gruppo – racconta l’ex militante nero – dopo la “Rivoluzione dei Garofani” portoghese si era insediato a Madrid, ed era formato anche da persone ufficialmente ricercate dalle Polizie dei Paesi di appartenenza o comunque emarginate per ragioni politiche, come molti ex-appartenenti all’O.A.S. algerina, ma che in realtà operavano indisturbate sotto la copertura dei servizi segreti dei Paesi occidentali. E per conto di questi portavano a termine una serie di “missioni”. Esempio, l’eliminazione di alcune formazioni guerrigliere marxiste che avevano le loro basi in Costa Rica. Esattamente lo stesso paese in cui la ‘ndrangheta trasferirà Freda, leader di Ordine Nuovo, dopo il periodo di latitanza trascorso a Reggio.

IL RITORNO IN CALABRIA Un “favore” che gli avvocati Giorgio De Stefano e Paolo Romeo, in rappresentanza dei massimi vertici della ‘ndrangheta, hanno fatto ai camerati e forse non solo. Perché a far evadere Freda, all’epoca detenuto a Catanzaro dove era in corso il processo di piazza Fontana, secondo i pentiti sarebbero stati i servizi e a Reggio – ha messo a verbale più di uno – avrebbe fondato una superloggia con ambizioni eversive, gemella di quella messa in piedi a Catania da Michele Sindona. Un battesimo a cui Delle Chiaie avrebbe assistito. «In quel periodo – racconta Serpa – Freda è stato portato lì, a casa di Filippo Barreca. Lo avevano portato i De Stefano. Lui era in qualche paesino in provincia di Catanzaro e venne affidato ai De Stefano, che dovevano preoccuparsi di lui per tutto il periodo in cui sarebbe stato lì. Non potevano tenerlo ad Archi e lo hanno portato da Barreca». E all’epoca, Serpa da Barreca ci lavorava. Per questo ha visto e sa.

LE RIUNIONI A REGGIO CON FREDA LATITANTE «Ho assistito a diverse riunioni fra Freda e persone che andavano a trovare specificamente lui. C’erano l’avvocato Giorgio De Stefano, il politico Paolo Romeo, Stefano Delle Chiaie e Luigi Concutelli. Non solo li ho visti, ma li ho accompagnati a casa di Barreca ed ero responsabile della loro sicurezza quando erano lì. Non ho mai assistito alle riunioni. Gli unici colloqui a cui ho assistito sono stati quelli fra Barreca e Freda». E Barreca, poi divenuto fra i primi pentiti della storia della ‘ndrangheta, era uomo assai diffidente. «Non capiva perché i De Stefano avessero affidato proprio a lui la gestione di un latitante così importante. Non si sentiva tranquillo per questo dopo circa una settimana ha iniziato a registrare le riunioni. Lo so perché sono stato io ad andare a comprare il registratore». Nastri che avrebbero tanto da raccontare, ma che non sono mai stati consegnati dal pentito.

LA CADUTA DEL MURO E LE TENTAZIONI SECESSIONISTE Gli ambienti a metà fra coppole, lupare e cappucci, di cui ha parlato però ritornano uguali nella storia di Delle Chiaie all’inizio degli anni Novanta. Un periodo estremamente complesso per una serie di strutture di potere – istituzionale e non – divenute grandi all’ombra del muro di Berlino crollato nell’89 e che in quella fase avevano necessità di tornare a legittimarsi. Magari – ipotizza oggi la Dda di Reggio Calabria con l’inchiesta “’Ndrangheta stragista” – con patti e trattative negoziate dopo una stagione di tensione, sangue e attentati. Come quelli che hanno terrorizzato la Sicilia prima e l’Italia poi, larvata – quanto meno per un periodo – da tensioni secessioniste tutt’altro che spontanee, ma relegate nel dimenticatoio quando sulla scena politica è apparsa Forza Italia.

LA STAGIONE DELLE LEGHE In quegli anni in cui si lavorava «per dare alla mafia una nazione» il nome di Delle Chiaie torna a farsi sentire. A svelarlo è l’inchiesta “Sistemi criminali” della procura di Palermo, secondo cui quelle leghe spuntate come funghi in tutta Italia negli anni Novanta sarebbero state «progetti che sembravano poter coniugare perfettamente le molteplici aspirazioni provenienti da quel composito mondo» afferma Scarpinato nella richiesta di archiviazione «nel quale gruppi criminali con finalità politico-eversive si affiancano a lobbies affaristiche e mafiose» e che avevano in Licio Gelli il principale ispiratore, «in costante contatto con elementi di raccordo tra imprenditoria commerciale e cosche mafiose riconducibili a Cosa Nostra, unitamente ad esponenti della destra eversiva, (come) Stefano Delle Chiaie».

CALABRIA PROTAGONISTA Un progetto in cui anche la Calabria era coinvolta, ha spiegato in passato il pentito Filippo Barreca e hanno confermato diversi collaboratori. E a gestirlo era uno degli esponenti di vertice dell’èlite dei dlan. «È personalmente dall’avv. Romeo, indicato altresì dal Barreca come massone, appartenente alla struttura Gladio e collegato con i servizi segreti, che il collaborante ha riferito di avere appreso che nel 1990-91 egli «era interessato a un progetto politico che puntava alla separazione delle regioni meridionali dal resto del Paese» riguardo i magistrati palermitani.

IL TESTIMONE DI “SISTEMI CRIMINALI” Quell’inchiesta, avanguardistica, non è mai arrivata a processo. Tuttavia il materiale investigativo messo agli atti dell’inchiesta “Sistemi criminali” e che oggi si sta tentando di valorizzare in altre inchieste parla di coincidenze tutt’altro che casuali. nelle informative «nell’ottobre 1993, il movimento “Sicilia Libera” venne costituito a Palermo su input diretto di Leoluca Bagarella. mentre nel resto del meridione erano state già costituite formazioni come “Calabria Libera” (dal 19 settembre 1991), “Lega Lucana’ (già “Movimento Lucano”. costituita il 25 gennaio 1993) e tantissimi altri movimenti analoghi (“Campania Libera”, “Abruzzo Libero”. etc.)». Molti degli animatori di quei circoli – emerge dalle informative ed è stato testimoniato in aula a “’Ndrangheta stragista” vantavano un passato nel movimento eversivo Avanguardia nazionale o in ambienti politici limitrofi, in alcuni casi tracimati nel Msi o altre formazioni dell’estrema destra.

CONVEGNI SIGNIFICATIVI Un dato emerso con forza anche prima che le leghe regionali venissero istituzionalizzate, nel corso di una serie di manifestazioni pubbliche, come quella del 6 giugno del 1990 a Roma, una delle prime che abbia pubblicamente posto il tema del leghismo meridionale. All’epoca, sul palco si avvicendano nomi noti dell’estrema destra come Adriano Tilgher (fra i fondatori di Avanguardia Nazionale insieme a Delle Chiaie), l’avvocato Giuseppe Pìsauro (legale di Delle Chiaie), Tommaso Staiti Di Cuddia, i fratelli Stefano e Germano Andrini (militanti dell’organizzazione di estrema destra “Movimento Politico Occidentale” di Maurizio Boccacci, molto legato a Stefano Delle Chiaie) ed esponenti degli skinheads romani, tra cui Mario Mambro, fratello della terrorista nera Francesca, condannata per la strage di Bologna, ed esponente del “Movimento Politico Occidentale”. Ma non solo.

TRA MAFIE E P2 Alla platea si è rivolto anche l’avvocato Egidio Lanari, difensore del noto mafioso Michele Greco “Il Papa” e indicato da vari collaboratori come «il legale della P2». In quell’occasione Lanari – si legge nell’informativa – «manifestò disponibilità ed interesse verso il progetto politico di organizzazione delle leghe meridionali al quale si era dedicato Stefano Delle Chiaie in quel periodo». Qualche tempo dopo, proprio lui si è convertito in uno dei principali animatori del movimento separatista Sicilia Libera. Ma non l’unico.

IL NUCLEO SICILIANO «L’iniziativa della costituzione di quella lega – si specifica però in un’informativa, che riassume le dichiarazioni al riguardo di un altro dei principali animatori del movimento siciliano, Antonio D’Andrea – fu del Gran Maestro siciliano Giorgio Paternò, massone di Piazza del Gesù (risultato essere legato a Licio Geli), mentre gli altri soci fondatori furono l’avv. Egidio Lanari (difensore di Michele Greco “il papa”), Donato Cannarozzi (pugliese) e Alcide Ferraro (calabrese)». Anche Lanari – si specifica nelle carte – ha più volte incontrato Gelli. Lo stesso Gran Maestro delle trame italiane e padre padrone della P2 che nel novembre del ’90 ha inviato un telegramma ai responsabili del nascente leghismo del sud per confermare la propria entusiastica adesione al movimento.

LA RIUNIONE DI LAMEZIA Attorno alle leghe meridionali dunque, sin dal principio si sono mossi personaggi a cavallo fra ambienti mafiosi, piduisti e dell’eversione di destra. E tutti – confermano una serie di iniziative pubbliche organizzate anche negli anni successivi – erano in rapporti diretti con i rappresentanti della Lega Nord. Prova plastica ne è la riunione di Lamezia Terme del settembre ‘93, considerata dai giudici il «momento centrale di quella stagione politica, in cui le mafie avevano progettato di assumere, direttamente ed in prima persona, il controllo politico dell’Italia meridionale ed insulare». Con il valido appoggio e la piena collaborazione della ‘ndrangheta reggina.

IL CAMBIO DI STRATEGIA E IL FANTASMA DEL CACCOLA Dopo una breve stagione, quella strategia viene abbandonata. Le mafie tutte – sta emergendo udienza dopo udienza nel processo “’Ndrangheta stragista”, a conferma di quanto in parte già raccontato dai processi siciliani – finiscono per traghettare aspettative e consensi sul neonato partito di Forza Italia. Non è un passaggio indolore. In quegli anni, probabilmente anche per forzare la mano in una trattativa delicata, le mafie hanno dimostrato di poter colpire anche “in continente”, vicino, molto vicino ai palazzi del potere istituzionale. Ovviamente, con il valido appoggio di quei settori di servizi e di massoneria impastata con i clan, che all’ombra della “lotta ai comunisti” hanno costruito potere e fortune, messi al rischio dai mutati rapporti di forza nello scenario nazionale e internazionale. In quegli anni – che si sappia – il nome di Delle Chiaie sparisce da informative e rapporti degli investigatori.

LA FRITTOLATA DEL ’97 Ma il rapporto con la Calabria non si è interrotto, né ha cessato di esistere. Al contrario, suggeriscono dati investigativi, anche in quella fase la galassia nera potrebbe aver giocato un ruolo, contribuendo a costruire la lunga scia di sangue della “Falange Armata”. Se Delle Chiaie ne fosse a conoscenza o partecipe, non è dato sapere. Di certo, anche in quegli anni e in quelli immediatamente successivi il suo nome torna a riecheggiare in Calabria. O meglio negli ambienti di Reggio Calabria in cui la ‘ndrangheta si mischia con la politica. A parlarne è stato il pentito Nino Fiume, che – ha raccontato anche in aula – nel 1997 si è trovato faccia a faccia con Stefano delle Chiaie. Era il ’97. Il più piccolo dei figli di don Paolino era stato inviato a partecipare ad una cena a Gioia Tauro, immaginata per “preparare” le imminenti elezioni. «C’era il figlio di Fefè Zerbi che la aveva organizzata con un ragazzo di Reggio che si chiamava Stefano Nava, io non ci volevo andare» ha detto Fiume. Motivo? La presenza di personaggi da cui anche il capocrimine Giuseppe De Stefano preferiva tenersi alla larga.

L’ARRIVO DI DELLE CHIAIE Ma gli ordini sono ordini e a Fiume – in quel periodo fidanzato storico dell’unica figlia di don Paolino, quindi “di famiglia” a casa De Stefano – scorta il piccolo dei fratello- «Ci andai con Dimitri De Stefano, c’erano tanti giovani, avvocati, figli di magistrati, c’era il figlio del dottor Ippolito, tante persone. Avvenne quel giorno una cosa per me più che strana, perché arrivarono due individui su una jeep nera, uno con uno scanner nella mano, un altro con una pistola uguale a quella delle forze dell’ordine, una persona un po’ bassina che somigliava moltissimo al povero Pepe Schimizzi, il quale rivolgendosi a Fefè Zerbi disse: “Abbiamo Cosenza, abbiamo Catanzaro, ci dobbiamo prendere Reggio”, qualcosa del genere».

«SCOPELLITI I VOTI DI ZERBI LI HA PRESI» Era il ’97, c’erano le elezioni e i De Stefano – emerge dalle dichiarazioni del collaboratore – appoggiavano un giovanissimo Peppe Scopelliti. Al quale Fiume – aveva raccontato nel corso della scorsa udienza – avrebbe riferito con preoccupazione della presenza di Delle Chiaie. «Lui – ha raccontato Fiume – si era arrabbiato e mi ha detto: “No, no, io adesso mollo tutto, non voglio avere a che fare con certe cose, non mi prendo nemmeno i suoi voti”, invece poi i voti, nel senso di preferenze, si prese i duecento voti che aveva Zerbi». Anche in questo caso, il ruolo di Delle Chiaie rimane oscuro.

IL LEGAME OMBELICALE DELLA CALABRIA Di certo però, il terrorista nero anche negli anni Duemila è rimasto legato alla Calabria. Ufficialmente residente a Catanzaro, quanto meno fino a metà degli anni Novanta, anche nei quasi due decenni successivi si è fatto vedere regolarmente a Lamezia. È lì che ha presentato fra i saluti romani la sua ultima “fatica letteraria” ed è lì, nello stesso territorio che ha regalato alla Lega il suo primo deputato calabrese che ha coccolato generazioni di nuovi militanti. Se le due cose siano in relazione non è dato sapere. Tanto meno se Delle Chiaie abbia avuto un ruolo nel propiziare i contatti fra affaristi reggini in odor di ‘ndrangheta e l’ex tesoriere dei Nar, nel cui studio milanese sono state strutturate le società miste reggine, pietra angolare – dicono le sentenze – degli equilibri di ‘ndrangheta a Reggio città negli anni Duemila. Di certo – ha svelato una telefonata intercettata a Roberto Fiore – Delle Chiaie ha fatto da pontiere tra estrema destra ed esponenti leghisti. Quesiti su cui ci si interroga da tempo in ambienti investigativi, con la consapevolezza che storia del “Caccola” rimane in larga parte da scrivere. Nel frattempo, Stefano Delle Chiaie si è portato i suoi segreti nella tomba.
(a.candito@corrierecal.it)







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