«La Calabria non è solo ndrangheta. Esiste sempre un’alternativa»

Intervista ad Enza Rando, l’avvocato di Libera (parte civile in 54 processi per mafia) e tra i coordinatori del protocollo “Liberi di scegliere”. Il racconto delle esperienze vissute e l’impegno dei movimenti antimafia: «Tante donne stanno scegliendo di seguire la strada di coraggio tracciata da Lea Garofalo. Siamo vicini alle persone non solo partecipando ai processi»

di Francesco Donnici
LAMEZIA TERME La rinascita della Calabria va pensata attraverso la costruzione di un’alternativa al malcostume diffuso che nel tempo ha assunto sembianza di “normalità”. Da qui la necessità di invertire la narrativa e passare dal racconto della criminalità a quello della bellezza possibile. Enza Rando, avvocato dell’associazione Libera, è una delle tante persone che da anni si sono prefissate questo obiettivo. Un impegno, quello nella lotta alle mafie, che l’ha vista partecipare, ad esempio, alla redazione della legge in materia di “Infiltrazioni mafiose nell’economia”, ma soprattutto diventare voce e simbolo del riscatto di tante donne e ragazzi che hanno deciso di ribellarsi alla ‘ndrangheta. A cominciare da Lea Garofalo e la figlia, Denise Cosco.

LA FUGA DALLE FAMIGLIE DI ‘NDRANGHETA «Nel seguire questo percorso ci siamo presi una responsabilità molto grande. Già prima dei provvedimenti del giudice Di Bella e del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, Libera stava seguendo alcuni casi, seppure in maniera meno sistematica rispetto ad ora. Sono decisioni – ci racconta Enza Rando – che vengono prese con oculatezza, rigore e come estrema ratio. Spesso si tratta di ragazzi e donne rimasti soli perché genitori o mariti sono in carcere. Nascono in contesti di ‘ndrangheta e lì vengono educati».
Questo impegno è oggi contenuto nel protocollo d’intesa “Liberi di scegliere” stipulato da una serie di realtà che «si propongono di aiutare e accogliere donne e minori che vogliono uscire dal circuito mafioso». Alla base di tutto sta una scelta: «Quella di educare i figli non alla morte ma alla vita. Per noi è una grande presa di coscienza. È una rivoluzione».
Scelta non facile se si è passata tutta una vita in determinati contesti: «Molte volte mi sento dire – aggiunge la coordinatrice di questo percorso – che per loro è normale vivere lì, essere mogli dei detenuti, continuare le attività dei mariti. È normale che fino ad una certa età i figli vengano addestrati a commerciare droga e delinquere. Andar via è una scelta di non normalità. E tu scegli quando conosci: i valori costituzionali; il rispetto degli altri; che si debba lavorare per guadagnare o studiare per sapere».
La Calabria soffre, in tal senso, di un «deficit di racconto» troppo ancorato sul contesto delinquenziale. Come se un’alternativa, in questa regione, non fosse possibile.
Oggi sono 30 le donne che si sono allontanate dalle loro famiglie e «vivono in altre realtà facendo cose belle». Si rompono legami e certezze, ma si ricostruiscono storie ed identità. Si dà un futuro ai propri bambini.

«NOI VOGLIAMO ESSERE COME LEA» Nel pensare a queste storie ed all’impegno di Enza Rando in Calabria, torna alla mente Lea Garofalo. Enza è stata tra le ultime persone a vederla prima della scomparsa, descrivendola come «una donna affamata di vita». In seguito ha accompagnato, durante le difficili fasi del processo, la figlia, Denise Cosco, determinata ad avere verità e giustizia per la madre. Siamo a circa dieci anni fa, periodo non troppo lontano. E tuttavia, percorsi come “Liberi di scegliere” o una riforma organica della legge sui testimoni di giustizia (legge n.6 del 2018) non erano ancora pensabili. Il caso di Lea «ha fatto scuola» e viene spontaneo chiedersi se con l’ausilio di questi strumenti sarebbe ancora viva: «La storia di Lea Garofalo è stata d’esempio per queste donne. Molte di loro, quando vanno in Tribunale, dicono: “Noi vogliamo essere Lea, ma vive”. Questi strumenti le avrebbero consentito di essere meno sola, soprattutto nella fase in cui non la conoscevamo. Non potrei mai dirlo con certezza, ma penso che sarebbe ancora viva, come sono vive tante donne che hanno condiviso la sua storia. Anche lo Stato oggi ha una maggiore consapevolezza grazie a Lea che ha tracciato una strada di grande coraggio».

LE COSTITUZIONI DI PARTE CIVILE «Questi strumenti servono per far sentire la nostra vicinanza a chi si ribella. A quella maggioranza un po’ silenziosa. A chi è indifferente e vogliamo che non lo sia. Abbiamo voluto costituirci parte civile in alcuni processi emblematici – sottolinea l’avvocato di Libera – anche per supportare quanti indagano per svelare un sistema che deturpa la bellezza della Calabria e del resto del mondo sotto il profilo fisico ed etico. Cerchiamo di far seguire le udienze ai ragazzi ed ai cittadini perché per noi seguire un processo significa riconoscere dal di dentro quali sono le condotte che le persone imputate e poi condannate hanno determinato per impoverire la loro stessa terra d’origine».
Dal 2 febbraio 2011 (costituzione nel processo contro Virga e Mazzara per l’omicidio di Mauro Rostagno) ad oggi, Libera si è costituita in 54 processi in tutta Italia. In Calabria la troviamo in “Meta”, “Gotha”, “Kyterion” e “Jonny”. Molti altri – come “Stige” o “Frontiera” – sono rimasti fuori. Non senza qualche polemica, com’è recentemente avvenuto, ad esempio, per il processo relativo all’autobomba di Limbadi, dove ha perso la vita Matteo Vinci: «Per noi la costituzione in giudizio è un atto di responsabilità e non di forma e per questo non possiamo partecipare a tutti i processi. Altre associazioni hanno scelto di costituirsi in tutti i processi, ma poi non partecipano. Noi vogliamo esserci, udienza per udienza. Per questo abbiamo dovuto fare delle scelte anche in base a quelli che avevamo già in corso. In Calabria partecipiamo a processi emblematici insieme a tante altre realtà. Per esempio in Stige è stata importante la costituzione dei sindacati perché lì ci sono molti risvolti lavorativi. E i sindacati fanno comunque parte di Libera. La scelta di costituirci viene presa dopo un’analisi attraverso cui vogliamo capire qual è la visione sociale di quel processo ed i risvolti che ha sul territorio». E sul processo per l’autobomba di Limbadi: «Non ho ricevuto gli atti, come la costituzione in giudizio o l’ordinanza di custodia cautelare. Anche per questo non abbiamo pensato alla costituzione. Ma il nostro impegno non si ferma al processo. Siamo stati e siamo vicini alla famiglia Vinci che ho potuto conoscere personalmente».

I MOVIMENTI ANTIMAFIA OGGI «Tre anni fa siamo voluti andare a Locri per la giornata nazionale del 21 marzo per fare in modo che non si racconti che la Calabria è solo criminalità. Esiste – e lo ha dimostrato – una regione che scende in piazza per ricordare le vittime e stare al fianco dei familiari, ma allo stesso tempo si impegna. È molto più comodo raccontare le indagini e gli arresti, ma anche questo impegno quotidiano è importante».

Marcia del 21 Marzo 2017 a Locri, giornata nazionale “della memoria e dell’impegno per le vittime innocenti delle mafie”

Ed è importante fare anche un’opera di sensibilizzazione per non abbassare la guardia nella lotta alle “nuove” mafie: «Anni fa, l’organizzazione di una associazione antimafia era orientata a dare consapevolezza dell’esistenza delle mafie. Oggi questa consapevolezza c’è, da Sud a Nord, dove le mafie sono presenti seppure non si manifestino attraverso eventi violenti. L’impegno si rinnova ogni giorno nel responsabilizzare la cittadinanza: uno sguardo sulla scelta e sull’alternativa è ciò che dovrebbe dare oggi l’antimafia».

 







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