Le menti crotonesi del traffico internazionale (milionario) di reperti archeologici

Le strane “buche” nei siti di Cirò Marina, Casabona e Paludi. Le indagini con i droni e i messaggi criptati. I contatti con intermediari stranieri per piazzare i “pezzi”. Così la Procura di Crotone ha scoperchiato il business dei tombaroli. Sono 80 gli indagati. Capoccia: «Questo territorio accende gli appetiti illegali di mezzo mondo»

di Gaetano Megna
CROTONE
Avevano messo in piedi un’attività criminale organizzata come un’azienda, con l’obiettivo di trovare reparti archeologici da vendere sul mercato clandestino italiano ed estero e poco importava se la loro attività potesse determinare la distruzione del territorio “rapinato”. Le indagini dell’operazione “Achei”, condotte dai Carabinieri del comando tutela del patrimonio archeologico dello Stato in sinergia con il Comando provinciale dei carabinieri di Crotone e coordinate dalla procura della Repubblica presso il Tribunale di Crotone e da Europol ed Eurojust, hanno consentito di smantellare un’organizzazione dedita al traffico clandestino di reperti archeologici, che aveva le menti pensanti nella provincia di Crotone: Giorgio Salvatore Pucci, 59 anni, di Cirò Marina, e Alessandro Giovinazzi, 30 anni, di Scandale.

L’organizzazione aveva ramificazioni in Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia e Serbia. Questa mattina i carabinieri hanno eseguito 23 misure cautelari: due in carcere (Pucci e Giovinazzi) e 21 ai domiciliari. Sono in tutto 80 gli indagati, che sono accusati a vario titolo di “impossessamento illecito di beni culturali appartenente allo Stato, ricettazione ed esportazione illecita”.
L’attività investigativa è partita nel mese di maggio del 2017 in seguito a denunce effettuate  nelle stazioni dei carabinieri interessate territorialmente da parte di funzionari della Soprintendenza Archeologica, Belle arti e Paesaggio delle province di Crotone, Cosenza e Catanzaro. Le denunce riguardavano strane buche realizzate con escavatori nei siti archeologici di “Apollo Aleo” a Cirò Marina (Kr), nell’area di Cerasello a Casabona e in quella di Castiglione di Paludi nel comune di Paludi (Cs). Sono partite, quindi, le indagini che hanno utilizzato un drone per la realizzazione delle riprese dall’alto e tecnologie sofisticate per intercettazioni ambientali e telefoniche. Secondo gli investigatori i sodali hanno dimostrato di essere molto scaltri perché, quando parlavano al telefono, utilizzavano un linguaggio criptato: “Appartamenti”, “asparagi”, “motosega” per indicare gli strumenti elettronici che venivano utilizzati per la ricerca dei reparti. Evidentemente avevano messo in conto il fatto di potere essere intercettati.

Le indagini che hanno consentito di smantellare l’organizzazione si sono concluse nel luglio del 2018. Il recupero dei reparti da parte degli investigatori risalenti al IV-III sec. a. C. è iniziato qualche mese fa e si è concluso questa mattina. Sono stati recuperati circa 10.000 reperti il cui valore commerciale è stato quantificato in diversi milioni di euro. L’operazione è stata illustrata nel corso di una conferenza stampa, tenutasi questa mattina, che ha visto la partecipazione del Procuratore della Repubblica di Crotone, Giuseppe Capoccia, del pm Irene Bellesi, del comandante provinciale dei Carabinieri di Crotone, Alessandro Colella, del comandante dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale di Roma, Valerio Marra, del capitano Bartolo Taglienti di Cosenza, di Miguel Villanueva dell’Europol e in videoconferenza dall’Olanda (L’Aia) del magistrato Teresa Magno di Eurojust.
L’indagine ha rilevato che Pucci e Giovinazzo erano profondi conoscitori del territorio e sapevano perfettamente dove andare a reperire clandestinamente i reperti, che poi immettevano nel mercato e venivano vendute in due aste: una che si teneva a Londra, organizzata in maniera tradizionale, e l’altra in Germania, organizzata su internet. Le menti locali si interfacciavano con un proprio rappresentante a Perugia, che aveva collegamenti con un cittadino serbo. Lo smercio all’estero è facilitato dal fatto che chi acquista o detiene un bene archeologico non ha l’obbligo di dimostrare la provenienza, a meno che ci si siano indagini come quella di oggi.
Oltre 350 i carabinieri impegnati nelle operazioni “Achei”, che hanno operato in collaborazione con investigatori esteri della Metropolitan Police di Londra, della polizia criminale di Daden-Wuttemberg, dell’Ufficio centrale di polizia francese per la lotta la traffico internazionale di beni culturali e del servizio Serbo per la lotta alla criminalità organizzata. Pucci e Giovinazzi sono finiti in carcere, mentre gli arresti domiciliari hanno riguardato 13 persone di Crotone, due di Milano, due di Perugia, una di Catanzaro, una di Benevento, una di Matera e una di Fermo. Alcuni indagarti sarebbero recidivi perché erano stati già coinvolti in altre indagini che riguardavano il traffico dei beni archeologici.
«Crotone deve rendersi conto che è al centro di interessi internazionali e custodisce un tesoro, spesso i crotonesi se lo dimenticano, che accende gli appetiti illegali di mezzo mondo: per questo servono segnalazioni da parte di tutti che denuncino chi impoverisce questo territorio», ha commentato il procuratore Giuseppe Capoccia, che ha poi sottolineato «l’efficacissima collaborazione in ambito europeo, per questa attività che apre scenari mai abbastanza indagati, di Europol ed Eurojust che hanno permesso perquisizioni in quattro stati Europei».
«Qui la ricchezza – ha sottolineato il tenente colonnello Marra – sta sotto il terreno. Ricchezza che qualcuno ha cercato di violentare e di cancellare per sempre per farne un mercato illecito. Partiamo da questa premessa per capire la dinamica criminale di un’organizzazione strutturata e organizzata».
«Questa di Crotone – ha detto Villanueva – è la più grande operazione di supporto investigativo in corso in Europa in materia di contrasto al traffico di beni culturali. Attività importante per la qualità dell’indagine, oltre che per il numero di persone arrestate». (redazione@corrierecal.it)







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