Professione: truffatori (ma con il reddito di cittadinanza). Quattro arresti a Cosenza – VIDEO E INTERVISTE

La Procura, con i carabinieri e la polizia postale, ha messo fine all’attività illecita di una banda di persone residenti a Bisignano. Due fratelli, con la moglie di uno dei due e un loro vicino di casa, mettevano in vendita pezzi d’auto d’epoca: sui principali siti di e-commerce. Peccato che i prodotti non fossero in loro possesso. Spagnuolo: «Numeri impressionanti»

di Michele Presta
COSENZA Il ritratto fatto dai carabinieri è quello di quattro truffatori di professione. «Mi sembra abbastanza emblematico il caso di uno dei figli degli arrestati che ha disegnato il padre intento a lavorare con una persona davanti al computer» ha spiegato il colonnello dei Carabinieri Piero Sutera. La base logistica era a Bisignano, ma i malcapitati erano dislocati in tutta Italia. Abboccavano agli annunci di auto d’epoca e di pezzi storici di autovettura, versavano un acconto, ma poi l’acquisto non si concretizzava mai e ai truffati non rimaneva altro che rivolgersi alle forze dell’ordine.
In galera sono finiti Luca Meringolo, di 33 anni, e Vincenzo Naccarato di 35 anni. Mentre, su disposizione del gip di Cosenza, si trovano agli arresti domiciliari Mario Meringolo, 35 anni e Simona Rago, di 26. Due degli arrestati, inoltre, percepivano il reddito di cittadinanza e sulla serietà con cui prendevano il lavoro di truffatori online, ne danno notizia i carabinieri che, sfogliando le carte dell’inchiesta, beccano l’intercettazione: «Adesso devo finire i soldi quelli là del reddito e poi mi rimetto a lavorare».
L’impiego, manco a dirlo, era quello di recuperare immagini di pezzi vendibili da siti stranieri e metterli su quelli di e-commerce più diffusi in Italia, ottenuti i soldi, prelevarli e creare una nuova carta prepagata per mettere a segno nuovi colpi. Le indagini sono partite nel maggio del 2018. Gli inquirenti hanno accertato 60 episodi di truffa che avrebbero fruttato alle tasche degli indagati 20mila euro. «La percentuale delle truffe online per piccoli importi è sempre altissima, vengono fatte il più delle volte nei confronti di ignoti e trattandosi spesso di importi risibili non si arriva quasi mai ad una soluzione giudiziale – ha spiegato Mario Spagnuolo –. Ma se mettiamo a sistema tutti i numeri, vengono fuori cifre impressionati. Cosenza è stata una procura all’avanguardia in questo settore. Operazioni simili sono state messe a segno solo in altre città come Cremona e Genova e spero che questo sia un incentivo per tutti i cittadini a denunciare questo tipo di reati e ad avere fiducia nella giustizia».
LA BANDA DELLA TRUFFA Due i fratelli coinvolti oltre alla consorte di uno dei due. La banda delle truffe di Bisignano era tutta in famiglia. Dalle intercettazioni captate dai carabinieri si evince la struttura criminale. Tra di loro c’era il capo che spesso veniva indicato anche come datore di lavoro. Ogni tanto quando le vendite fasulle non andavano a buon fine al telefono si lamentavano dicendo «se il lavoro va male ci toccherà andare a rubare». Poi c’era l’incaricato alla guida. Infatti, messa a segno la vendita, veniva preso d’assalto il primo Atm disponibile per prelevare subito i contanti. «Erano pochi ma ben organizzati per questo il gip ha sostenuto la nostra richiesta sia in ordine alle misure cautelari che in ordine all’associazione a delinquere finalizzata alla truffa – spiega Maria Luigia D’Andrea». Il sostituto procuratore che si è occupato dell’indagine nel corso dell’incontro con la stampa ha spiegato come funzionava l’organizzazione criminale. «Una persona metteva in rete gli annunci – spiega il pubblico ministero – mentre un altro si dedicava alla contrattazione con i clienti. L’autista veniva chiamato al momento della riscossione ma tutti insieme si facevano beffa della giustizia». Dalle carte dell’inchiesta emerge anche una conversazione telefonica nella quale, uno degli arrestati (già noto alle forze dell’ordine) diceva come non ci fosse nulla di cui preoccuparsi visto che per lo stesso reato era già stato assolto una volta. Oltre ai carabinieri del comando provinciale di Cosenza, all’indagine ha lavorato anche la sezione della polizia postale. Grazie al lavoro degli agenti ai comandi del dirigente Vincenzo Cimino, infatti, è stato possibile risalire all’indirizzo Ip (internet protocol) utilizzato dai truffatori. «Rimane traccia di tutto quello che si fa in rete – ha spiegato il dirigente -. L’impianto accusatorio di questa indagine è forte perché oltre agli strumenti informatici abbiamo utilizzato anche gli appostamenti e le intercettazioni che ci hanno permesso di individuare con certezza gli autori delle truffe».
«NON SUONATE NON ABITANO QUI» Da Bisignano i quattro sono arrivati ovunque, anche a Brembate di Sopra. È nella città bergamasca che un residente, stanco di ricevere visite di persone che chiedevano spiegazioni circa l’acquisto finito male ha esposto un cartellone con su scritto «non suonate se cercate Vincenzo e Lorenzo non abitano qui!». La sequela di persone a casa del povero malcapitato bergamasco avveniva perché uno dei sodali del gruppo aveva la residenza dove oggi dimora l’uomo e per garantire l’affare spesso, tramite whatsapp, veniva fornito l’ex indirizzo di residenza. (m.presta@corrierecal.it)





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