«La mia foto tutti i giorni sui media, ora basta». Lo show del boss Grande Aracri a Reggio Emilia

Il capo del clan di Cutro in aula per il processo Aemilia 92, si scaglia contro giornalisti e collaboratori di giustizia. «Cambiano versione a proprio piacimento, si smentiscono da soli»

REGGIO EMILIA Non vuole che la sua immagine venga diffusa dai media, perché altrimenti «tutti possono dire di conoscere Grande Aracri perché lo vedono sempre». Contesta i resoconti delle udienze sui sociale perché sarebbe grazie a questi «che i collaboratori di giustizia possono cambiare a piacimento le loro versioni». Il nuovo show di Nicolino Grande Aracri è andato in scena in una recente udienza del processo Aemilia 92, nel quale il capo della ‘ndrangheta di Cutro ha reso per quasi un’ora dichiarazioni spontanee. Grande Aracri, le cui parole sono state riportate nei giorni scorsi dall’agenzia Dire, è accusato di aver organizzato e eseguito due omicidi avvenuti 28 anni fa sul territorio reggiano conteso dai clan.
E si è lamentato, chiedendo il rispetto dell’ordinanza del Tribunale che vieta ai media la divulgazione delle immagini della sua persona a cui non ha dato il consenso, perché la sua foto «compare tutti i giorni sui giornali e le televisioni locali e perfino sul Tg3». Poi ha puntato il dito contro i collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese, ma – puntualizza l’imputato –, «non sono io a smentirli, lo fanno da soli con le loro scellerate dichiarazioni».
Il boss è passato quindi a elencare tutte le contraddizioni emerse a suo dire nelle affermazioni dei collaboratori di giustizia e dei testimoni sfilati in aula in questi mesi. Come quella sul colore della finta auto dei Carabinieri utilizzata nell’agguato mortale di Giuseppe Ruggiero a Brescello, che secondo i pentiti sarebbe stata nera, mentre chi la pitturò materialmente ha sempre affermato essere blu. O le incongruenze di alcuni testimoni sui suoi figli maschi, visto che ha solo quattro figlie femmine. L’imputato nega poi di aver mai fatto visita alla potente famiglia Pelle di San Luca, circostanza che gli viene attribuita da Valerio. E su quest’ultimo afferma: «Non ha fatto altro che copiare le dichiarazioni di Cortese, ha capito subito molto bene come entrare nel circuito della collaborazione». Ecco perché «non c’è niente di convergente – ha concluso Grande Aracri – tra il narrato di Valerio e quello di Cortese».
La stessa linea difensiva, quella della delegittimazione dei collaboratori di giustizia dai quali trae linfa la tesi accusatoria, è stata scelta anche da un altro imputato, Angelo Greco. «Antonio Valerio travisa la realtà e pur sapendo di raccontare bugie le ripete a ogni occasione cercando di nascondere la sua vera natura», afferma Greco, prima di passare anche lui in rassegna le presunte incongruenze riportate nei verbali.
Chiamato dalla difesa, nel processo che si avvia alle battute finali, è stato ascoltato stamattina anche Vincenzo Pasqua, Carabiniere in servizio all’epoca dei fatti a Cutro e oggi in servizio a Reggio Calabria. Ha affermato di non conoscere Grande Aracri, «che all’epoca non era un personaggio noto come oggi».
Il Pm Beatrice Ronchi gli contesta però una serie sterminata di controlli a casa del boss, rincarando la dose con un’accusa mossa al militare di divulgazione di segreto d’ufficio (poi archiviata perché il fatto non sussiste) in seguito alla quale Pasqua fu trasferito.







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