Sempre più blindata la tutela per Gratteri

Nuovi mezzi di scorta e livelli di sicurezza più elevati per il procuratore di Catanzaro dopo il maxi blitz contro le massomafie

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
Sono dei Suv parecchio corazzati quelli che da qualche giorno accompagnano il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e la sua scorta. Impossibile non notare che il livello di cautela e di tutela nei confronti del magistrato si è notevolmente alzato. Lo ha stabilito l’organo preposto allo scopo: il Comitato per l’ordine e la sicurezza che si è riunito in Prefettura a Catanzaro giorno 14. Una scelta lampo, dettata dalla gravità della minaccia che riguarda il procuratore. Da anni Gratteri si spostava con le consuete macchine di ordinanza, sempre scortatissimo, una vita blindata da 30 anni. Ma l’allarme si è alzato negli ultimi tempi, visti anche i numerosi spostamenti che il capo della Dda affronta quotidianamente in uno dei distretti più caldi d’Italia. Il distretto di Catanzaro comprende, infatti, le province del capoluogo, di Cosenza, di Vibo e di Crotone. Qui imperversano alcune delle famiglie di ‘ndrangheta più feroci e radicate della regione, con ramificazioni in tutta Italia e anche all’estero. Basti pensare ai Mancuso di Limbadi, che si avvalgono, come evidenzia anche l’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, «di una serie di fidate consorterie satellite, vantando solide e consolidate alleanze con le cosche del reggino». Una cosca pesantemente colpita dall’ultima maxi-operazione della Dda, “Rinascita-Scott”, che ha portato a 334 misure cautelari e 416 indagati centrando non solo le locali di ‘ndrangheta orbitanti intorno ai Mancuso ma anche gli apparati politico-amministrativi nei quali il crimine si era infiltrato. Basti pensare, poi, ai Grande Aracri di Cutro, “protagonisti” di maxi-operazioni in Emilia Romagna e in Veneto ma con la casa-base ben piantata nella provincia di Crotone.

LE CRICCHE E LA MASSONERIA DEVIATA Cosche pericolose, pesantemente armate, ricche, agganciate con il potere e l’imprenditoria corrotta attraverso una fitta rete di faccendieri e colletti bianchi. Sopra tutto domina la nube oscura della massoneria deviata, una vestale della corruzione che ha sempre operato nell’ombra ma che dal comodo rifugio dell’ombra le ultime indagini della Dda di Catanzaro stanno tentando di stanare. Perché non passa inosservata l’ultima, in ordine di tempo, operazione condotta su Crotone – “Thomas” – che ha portato fascicoli anche alla Dda di Salerno (competente per i reati che riguardano i magistrati del distretto di Catanzaro) col risultato finale, lo scorso 15 gennaio, dell’arresto di un giudice della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, due avvocati. Sette arresti in carcere, uno ai domiciliari 14 indagati per corruzione in atti giudiziari presenti nell’ordinanza che ha un nome che è tutto un programma “Genesi”. Ma il numero degli indagati, e delle perquisizioni effettuate è, in realtà, più lungo e comprende professionisti e avvocati del Catanzarese, un sistema di corruzione strettamente allacciato, da quanto emerge, sull’asse Lamezia Terme-Catanzaro.
Oggi, anche chi non vi ha prestato attentamente orecchio, ricorda frasi del procuratore Gratteri come «la ricreazione è finita», «il tempo ci darà ragione», «la Procura di Catanzaro diventerà una portaerei», «riprendete gli spazi che stiamo liberando affinché non tornino in mano alla ‘ndrangheta». Le coscienze, scosse, in una Calabria generalmente immota e soffocata dall’abitudine a subire, hanno dato vita a due manifestazioni particolarmente – e raramente – partecipate: il 24 dicembre a Vibo Valentia in sostegno dell’arma dei carabinieri e il 18 gennaio a Catanzaro, davanti alla Procura, in sostegno del procuratore Gratteri. Duemila persone e uno slogan: «Io sono Gratteri». Potrebbe fare più paura questo moto di popolo di tutti gli arsenali che la ‘ndrangheta gestisce. La paura di sapere che ci sono porte aperte e orecchie attente alle denunce della gente negli uffici di Catanzaro e nelle stanze delle forze dell’ordine. E che potrebbe nascere, presto o tardi, una nuova figura di collaboratori di giustizia, quelli cresciuti nelle stanze del potere politico-amministrativo. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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