Il piano di due cosche alleate per attentare alla vita di Gratteri

Un’indagine riservatissima rivela i progetti di due ‘ndrine pronte a usare armi da guerra contro il magistrato. Le intercettazioni nell’inchiesta “Infectio” («quattro o cinque anni fa hanno fallito») e “Malapianta” («è un morto che cammina»)

CATANZARO Gli elementi di un’indagine riservatissima sono emersi il 14 gennaio durante il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto Francesca Ferrandino. Davanti ai vertici delle forze dell’ordine e della magistratura si è discusso di quella che un alto graduato delle forze dell’ordine considera una minaccia «concreta» all’incolumità del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Ci sarebbe un patto tra clan per ordire un attentato contro il magistrato. Lo dicono elementi investigativi raccolti nel corso di un’inchiesta che riguarda cosche del distretto giudiziario di Catanzaro, quello in cui opera la Dda che, di recente, ha messo a segno un blitz clamoroso contro le locali di Vibo Valentia. Alcuni boss di una famiglia mafiosa avrebbero chiesto un favore a una ‘ndrina alleata e, secondo quanto emerge, si sarebbero messi alla ricerca di armi da guerra per portare a termine il piano contro Gratteri e la sua scorta. È tutto ciò che emerge finora: il resto è stato possibile vederlo lo scorso 18 gennaio, con gli elicotteri che sorvolavano la piazza in cui tanti si sono stretti attorno al procuratore. Piazza blindatissima e non per esigenze di ordine pubblico legate alla (più che pacifica) manifestazione. Nuovi mezzi di scorta e una tutela accresciuta (ve lo abbiamo raccontato qui), segno che le minacce vengono tenute nella debita considerazione.
D’altra parte non è la prima volta che, proprio da un’inchiesta dell’antimafia catanzarese, emergono propositi di colpire il magistrato che guida la Procura.

«QUATTRO O CINQUE ANNI FA HANNO FALLITO» «Quattro o cinque anni fa hanno fallito…», commentavano tra loro nel maggio 2017 Antonio Ribecco e suo fratello Natale. Antonio Ribecco è stato arrestato nel corso dell’operazione “Infectio” (un blitz contro le propaggini della ‘ndrangheta in Umbria), ritenuto il contatto dei clan di Siderno e San Leonardo di Cutro a Perugia.
«Li piglia a tutti – commenta rivolto al fratello – però… però quattro o cinque anni fa… l’hanno fallito…». «Stava andando a Crotone… per lui avevano trovato pure i cosi… o si sono spaventati…».
«Questo se non lo fermano li piglia a tutti», gli fa eco il fratello.
La conversazione è l’ennesima dimostrazione di come il procuratore di Catanzaro venga “monitorato”, ascoltato, seguito, letto e persino citato dagli uomini dei clan.

«UN MORTO CHE CAMMINA» Altri “progetti” erano emersi nel corso di un’inchiesta risalente al maggio 2019. In quel caso il procuratore antimafia di Catanzaro fu oggetto di pesanti minacce e ingiurie (“questo è un figlio di p…”). Ma le intercettazioni raccolte nelle indagini sfociate nell’operazione “Malapianta” (che portò al fermo di 35 persone nel Crotonese) raccontavano anche altro: «Però te la posso dire una cosa. – diceva Remo Mannolo, figlio del boss di San Leonardo di Cutro Alfonso, ai suoi compagni – Io sono convinto che lui ne fa arrestare di cristiani però nella mente sua… (ride)». E c’era poi l’accostamento del procuratore a Giovanni Falcone, con una definizione sinistra: «Un morto che cammina». «Guaglio’ uno di questi… uno… na botta… uno di questi è ad alto rischio ogni secondo! Un morto che cammina! Ma lui lo ha detto. Pare che non lo ha detto! Io lo so che cammino con la morte sempre sulle spalle! Eh… Falcone come è stato. Quando ha superato il limite! Se lo sono cacciato!». Nell’intercettazione, gli interlocutori si chiedevano anche dove abitasse il magistrato («vabbè, volendo lo scoprono»). Frase allarmanti che – era specificato nel decreto di fermo – che «non contemplava alcuna concreta progettazione, né tanto meno costituiva prova di una concertazione volta a pianificare un attentato nei confronti del procuratore Gratteri».







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