Delitto Lenti-Gigliotti, parla Patitucci: «A casa mia non venne ucciso nessuno»

Nel corso dell’udienza al Tribunale di Cosenza l’imputato ha fornito la sua versione dei fatti: «L’interrogatorio di De Rose fu duro sia psicologicamente che fisicamente. Disse delle cose, ma non corrispondono a verità»

di Michele Presta
COSENZA «Certo che mi sono fatto un’idea. Ma non gliela dirò certamente a lei. Io adesso vivo tranquillo. Dal 2011 non esisto più nell’ambiente criminale cosentino, in gioventù ho fatto degli errori. Li ho pagati tutti. Ho 58 anni e di questi 31 li ho passati in carcere». Francesco Patitucci risponde così al pm Camillo Falvo. La sua idea circa la morte di Marcello Gigliotti e Francesco Lenti, per il quale è imputato insieme a Franco Pino, le custodisce gelosamente. Non è più tempo di innescare guerre è investigazioni. Patitucci, da libero, si accomoda sul banco riservato ai testimoni e imbastisce la sua strenuante difesa circa il fatto di sangue sfociato ormai 34 anni fa e covato in seno al gruppo criminale Pino-Sena. Per lo stesso episodio sono stati condannati a 30 anni, con rito abbreviato, Gianfranco Ruà e Gianfranco Bruni e a 10 anni Roberto Pagano. Sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia cosentini a tirare in ballo Patitucci per quel «clamoroso» duplice omicidio. Nei verbali dei pentiti, ascoltati anche durante il processo, si indica l’abitazione nella contrada Santa Rosa di Rende, come teatro dell’esecuzione. Una fucilata per Marcello Gigliotti, un colpo alla gola per Francesco Lenti. Prima di essere adagiati in una macchina finita poi carbonizzata. «Io Marcello Gigliotti lo vidi l’ultima volta intorno al 1982-1983 –dichiara Patitucci –. Né tantomeno è stato inviato a casa mia e o era presente il giorno che avevamo fatto i maiali». Sì perché in base agli elementi raccolti nella fase d’indagine, la “quadara” dopo la mattanza dei maiali sarebbe stata l’occasione giusta per l’esecuzione della coppia che come spiegano gli ex criminali «erano diventati ingestibili». Furti, ricettazioni e rapine, l’ultima fatta al sindaco di Castrolibero in quegli anni e che avrebbe fatto traboccare definitivamente il vaso quando Gigliotti e Lenti non avrebbero ubbidito alla richiesta del boss Sena di restituire subito i gioielli sottratti. «All’epoca io ero amico di Antonio De Rose – continua Patitucci-. Ero uscito dal carcere e lo invitai a partecipare il giorno dell’uccisione del maiale. Venne accompagnato da Francesco Lenti perché non guidava e insieme a loro ci stavano anche Gianfranco Bruni e Demetrio Amendola».
LA VISITA A FRANCO PINO Il primo giorno di febbraio di 34 anni fa però oltre al pranzo per l’uccisione dei maiali Francesco Patitucci racconta di aver fatto altro. «Angela Drago (moglie di Franco Pino ndr) mi chiese di fargli compagnia. Mi sono messo nella macchina e insieme abbiamo raggiunto Franco Pino che si trovava detenuto a Palmi. Eravamo amici, ancora oggi non mi pento di averla accompagnata». Per Patitucci quella visita è stata fondamentale per l’implicazione come indiziato di delitto per il duplice omicidio. «Mi hanno incastrato – spiega – Volevano Franco Pino, hanno preso anche me e la moglie e hanno usato le dichiarazioni che Antonio De Rose ha reso dopo un interrogatorio duro sia fisicamente che psicologicamente. I carabinieri volevano incastrarci ma io non avevo nulla da temere, con questo episodio non centro nulla». Di ritorno da Palmi, Patitucci racconta di essere tornato a casa, aver mangiato e poi alle 18 ognuno sarebbe andato per la sua strada. «A casa mia non è morto nessuno e soprattutto, nessuno è venuto il giorno dopo all’uccisione del maiale, quando eravamo solo noi familiari più un’altra signora che ci aiutava a preparare gli insaccati».
LA PERIZIA E «QUELLA BUGIA» «Quando scopre che Gigliotti e Lenti erano morti?» chiede il procuratore Camillo Falvo. «Quando mi hanno arrestato i carabinieri». Per il duplice omicidio già 30 anni fa si aprirono le porte del carcere per l’imputato. «Chiesi a De Rose dove fossero Lenti e Gigliotti ma mi disse “che erano andati a fare qualche pazzia”». Tutto questo molto prima che De Rose vuotasse il sacco agli investigatori permettendo il primo bliz della storia della criminalità organizzata di Cosenza. Antonio De Rose è considerato il primo pentito della mala cosentina, ma all’epoca le norme di materia di protezione dei collaboratori non esistevano e di fatto, tutt’ora, De Rose non rientra in nessun programma di protezione. «Ve lo ripeto – aggiunge l’imputato – l’interrogatorio di De Rose fu duro, lui disse che Lenti e Gigliotti furono uccisi a casa mia e poi tutti si sono accodati a quella bugia». Da quelle dichiarazioni Francesco Patitucci venne scagionato grazie ad una perizia che dimostrò come di fatto i fori alle pareti di quella che si presume sia la scena del delitto non coincidevano affatto con quelli che avrebbe potuto provocare l’esplosione di un fucile. Gli avvocati di Patitucci, Marcello Manna e Luigi Gullo, hanno chiesto al presidente della corte d’Assise, di acquisire il dato che all’epoca fece archiviare il procedimento nei confronti del loro assistito. «Me lo ricordo bene, durante la detenzione a Reggio Calabria che Franco Pino mi ripeteva sempre “stai tranquillo che questo raggiro verrà a galla”. Ero tranquillo, ero solo un ragazzo». (m.presta@corrierecal.it)





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