“Cent’anni di storia”, Miccichè rinviato a giudizio

REGGIO CALABRIA Dovrà presentarsi di fronte ai giudici del Tribunale di Palmi per essere giudicato, il faccendiere calabrese Aldo Miccichè, arrestato dagli uomini dell’Interpol nel luglio 2012 in Venezuela, il Paese…

REGGIO CALABRIA Dovrà presentarsi di fronte ai giudici del Tribunale di Palmi per essere giudicato, il faccendiere calabrese Aldo Miccichè, arrestato dagli uomini dell’Interpol nel luglio 2012 in Venezuela, il Paese che ha scelto per dribblare una prima condanna definitiva, quindi estradato in Italia. Accogliendo la richiesta del pm Roberto Di Palma, il gup Carlo Alberto Indellicati ha disposto il rinvio a giudizio per l’ex dirigente della Democrazia cristiana che al suo rientro in Italia – avvenuto oltre un anno dopo l’arresto – ha trovato ad attenderlo non solo una condanna per bancarotta fraudolenta e millantato credito rimediata in contumacia, ma soprattutto le pesantissime contestazioni relative all’inchiesta “Cent’anni di storia”. 
L’indagine, coordinata dal pm Di Palma, ha raccontato in dettaglio lo strapotere del clan Piromalli su Gioia Tauro e soprattutto il suo porto, ma ha svelato anche come la cosca avrebbe potuto contare nel tempo sull’appoggio indiscusso di Aldo Miccichè, ex dirigente della Democrazia cristiana – originario di Maropati, ma da decenni trasferito in Venezuela –  rimasto però sempre fedele ai “signori” di Gioia Tauro. A svelarlo agli inquirenti è stato lo stesso Miccichè nel corso delle telefonate intercettate dagli investigatori, che hanno pizzicato il faccendiere dispensare consigli e supporto al rampollo del clan Piromalli, Antonio, come al suo luogotenente Gioacchino Arcidiaco. Ma non solo. Dall’utenza di Miccichè in quegli anni di indagini partiranno e arriveranno telefonate di ministri, sottosegretari, cardinali, banchieri italiani e vaticani, faccendieri e intermediari finanziari. Tutti soggetti con cui l’ex dirigente Dc avrebbe intrattenuto per anni raccordi cordiali e confidenziali, tanto da potersi fare latore di esplicite richieste e altrettanto esplicite offerte. Un ruolo che per gli inquirenti ha potuto ricoprire nel tempo solo in virtù dei suoi legami con il clan Piromalli, in nome del quale era autorizzato a parlare e a trattare.
Grazie alla sua viva voce – ascoltata con interesse dagli uomini del Ros – che gli inquirenti sono riusciti a ricostruire le manovre attraverso cui tra l’ottobre e il dicembre 2007, il clan avrebbe tentato di ottenere l’attenuazione del regime di 41 bis cui era sottoposto il boss Giuseppe Piromalli e il conferimento di una funzione consolare al figlio di quest’ultimo, Antonio, per tenerlo al riparo da possibili inchieste.
Ma fra gli “amici” con cui Miccichè non ha mai tagliato i ponti c’è anche l’ex senatore – oggi latitante in attesa di estradizione in Libano – Marcello Dell’Utri. 
È proprio con lui – che mai sarà indagato per la vicenda – che Miccichè avrebbe architettato la presunta alterazione del voto degli italiani all’estero in occasione delle elezioni del 2008. È infatti pochi mesi prima di quella consultazione elettorale che gli investigatori lo ascoltano chiacchierare al telefono con l’ex senatore del Pdl – e prima della condanna in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, storico braccio destro di Silvio Berlusconi –, Marcello Dell’Utri, al quale assicurava di essere in grado di bruciare e sostituire migliaia di schede con i voti degli italiani in Venezuela. Concetto ribadito, alcuni giorni dopo, anche a Filippo Fani, stretto collaboratore della senatrice Barbara Contini, all’epoca responsabile Esteri del Pdl. La contropartita richiesta sarebbe stata, secondo l’accusa, un’attenuazione del regime di 41 bis cui era sottoposto il boss Giuseppe Piromalli e il conferimento di una funzione consolare al figlio di quest’ultimo, Antonio, per tenerlo al riparo da possibili inchieste. Un progetto in seguito naufragato – si leggeva nell’ordinanza – solo per «l’impossibilità dei referenti politici e istituzionali contattati di affrontare e risolvere la situazione per tutto un insieme di problemi dovuti sia alla paura dei soggetti di muoversi in un terreno così pericoloso, e sia alle difficoltà giudiziarie del ministro della Giustizia. Neppure “il Senatore” ha possibilità di muoversi in questo campo». 
Allo scopo, nei mesi precedenti, il faccendiere aveva spedito Gioacchino Arcidiaco, cugino di Antonio Piromalli, figlio del superboss Giuseppe rinchiuso al 41 bis, alla corte di Dell’Utri, con istruzioni precise: «“La Piana… la Piana è cosa nostra facci capisciri… il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi, insomma! Hai capito o no? Fagli capire che in Aspromonte e tutto che succede là sopra è successo tramite noi”. E “ricordati che la politica si deve saper fare… ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Jonica o si muove al centro ha bisogno di noi». Parole pesantissime ma che restituirebbero solo in parte una fedele immagine della ragnatela di contatti dell’ex politico democristiano, vicino ai Piromalli, ma – stando alle conversazioni intercettate – in ottimi rapporti anche con i clan siciliani. «Ho avuto l’autorizzazione di dire – spiega ad Arcidiacono – che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia». Ma la joint venture fra Micciché e Dell’Utri non si sarebbe limitata alla politica, entrambi sarebbero stati infatti al centro di un oscuro affare che dalla Russia al Venezuela, passando per la Svizzera, prometteva di far affluire milioni nelle tasche di entrambi grazie ad un’ambigua triangolazione fra il colosso dell’oligarca russo Renova, la società petrolifera statale Pdvsa e Gazprom. E Miccichè non sarebbe stato l’unico personaggio di peso con cui, nei suoi anni venezuelani, l’ex politico democristiano sarebbe stato in contatto. Nelle intercettazioni finite agli atti del procedimento ci sono ministri, sottosegretari, esponenti dell’antimafia, cardinali, banchieri italiani e vaticani, faccendieri e intermediari finanziari.
Tutte conversazioni che a Miccichè sono state contestate nel corso dell’interrogatorio di garanzia del 13 ottobre scorso, ma senza che dal faccendiere arrivasse alcuna spiegazione plausibile.  Al contrario, di lui ha solo tentato di dare un’immagine che né le carte né le conversazioni per anni intercettate sembrano confermate. 
Al pm Di Palma, Micchichè ha infatti raccontato di essere solo un pensionato che sopravvive a stento con cinquecento euro al mese, un anziano che vive di ricordi ed è piegato dai lutti. Uno «zero di zero» – così si è definito – che ha tentato di millantare potere, conoscenze e facoltà che mai avrebbe avuto. E in ogni caso, un malato perché, come ha riferito in interrogatorio, «caddi due volte purtroppo con la sigaretta in bocca e non mi ricordo i nomi, le cose, è una tragedia questa, anche fisicamente sto molto male con questo cuore maledetto (…). Mi svegliai dopo tre quarti d’ora e non sapevo nemmeno chi ero. Poi io ripresi a fumare e fu una disgrazia e crollai, quella volta smisi di fumare». Un’immagine nettamente in contrasto con l’abile e spregiudicato faccendiere emersa con prepotenza dalle inchieste e che ora toccherà ai giudici di Palmi vagliare. (0050)

Alessia Candito

 







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