Soci occulti e locali alla moda, la scalata dei clan calabresi alla movida di Roma Nord

Un’inchiesta del Messaggero racconta com’è la mutazione criminale dopo l’uccisione di Diabolik. Le ‘ndrine prendono casa nella zona e aprono nuove attività commerciali. E in un’inchiesta della Dda di Reggio il boss Commisso voleva vendere il suo Chianti nella Capitale grazie ai legami con le famiglie della Locride

ROMA Dopo l’omicidio di Diabolik, al secolo Fabrizio Piscitelli, i suoi “amici” albanesi sono spariti da Ponte Milvio. E, nei mesi trascorsi dalla sparatoria in cui ha perso la vita l’ex capo ultrà della Lazio, gli equilibri di potere criminale nel controllo della movida romana sono cambiati. Lo rivela un’inchiesta del Messaggero che segnala l’aumento delle presenze di calabresi sulla piazza. E, assieme a essi, l’ascesa dei clan che arrivano dal Reggino e dal Crotonese assieme a montagne di soldi da riciclare attraverso soci occulti e prestanome.

La scena dell’omicidio di Diabolik a Roma

CALABRESI A PONTE MILVIO In realtà, a Ponte Milvio il panorama sarebbe iniziato a variare anche prima della morte di Diabolik «con un’escalation di bar, ristoranti, alberghi, locali della movida, coiffeur e barberie, finiti nell’arco degli ultimi anni nell’orbita dei clan calabresi o di loro epigoni, tutte attività aperte nel raggio di poche centinaia di metri, sino al Fleming. Nomi come Rizzuto o i Pelle originari di San Luca – scrive il Messaggero –, dove ha base una delle ‘ndrine più feroci del pianeta, hanno preso indirizzo in zona o spuntano improvvisamente nei libri paga dei locali più in voga».
Il quotidiano della Capitale segnala uno strano episodio a gennaio: due auto finiscono incendiate nei pressi di Corso Francia. Una delle due era parcheggiata «sotto casa, si scoprirà, del figlio di un calabrese di rango. La macchina era intestata a un’altra persona ma, di fatto, a usarla era proprio il ragazzo che, di recente, aveva avviato un’attività nel settore beauty a Ponte Milvio».
L’ALBERGO C’è anche un’altra storia. «Martedì scorso le forze di polizia vengono chiamate per dare esecuzione allo sfratto di un albergo in via della Farnesina. La gestione dell’hotel, poco più di un anno fa, era stata ceduta dai proprietari a una società composta da tre pregiudicati per droga di Crotone che avevano deciso di trasferire business e residenza a Roma». Prima i ritardi nel pagamento del canone di affitto, poi le liti tra i soci hanno convinto i proprietari ad allontanarli.
Gli investigatori intanto sono al lavoro per verificare gli indizi che paiono confermare l’ascesa delle cosche calabresi a Roma Nord, «dove la movida crea un indotto da milioni di euro all’anno». Dalla Calabria arrivano anche nuove residenti nel quartiere: ce n’è uno che ha scelto di scontare gli arresti domiciliari in zona, sarebbe un pluripregiudicato che annovera precedenti per droga, istigazione alla corruzione e associazione a delinquere di stampo mafioso.

IL BOSS E IL CHIANTI DA VENDERE A ROMA E da una recente inchiesta della Dda di Reggio Calabria sulle infiltrazioni delle ‘ndrine in Umbria, emerge il tentativo di creare una “filiera enogastronomica” tenuta insieme dai comparaggi, più che dal business. Accade quando Cosimo Commisso, presunto capoclan di Siderno trapiantato a Perugia, apprende da Antonio Ribecco, uno degli indagati nell’inchiesta, che alcuni calabresi possiedono locali a Roma dove il boss potrebbe “piazzare” il suo Chianti.
«Prendete l’appuntamento con queste persone calabresi che io sicuramente conosco» e «se riusciamo piazziamo questo vino a Roma», dice Ribecco. Con l’idea di mettere in piedi una filiera tutta calabrese. Magari grazie alle amicizie maturate in decenni di attività non proprio alla luce del sole. Ribecco dice a Commisso che «questi di Roma sono amici miei ma nello stesso tempo sono amici vostri». Il capoclan di Siderno specifica: «Conosco amici i “vecchi”». Quando, nella conversazione, salta fuori il cognome dei proprietari, è tutto più chiaro: «Chi è il responsabile? Quello che è di sotto da noi?», chiede Commisso. «Giorgi», replica Ribecco. Gli investigatori riscontrano: la famiglia di San Luca possiede locali nella Capitale.
L’obiettivo è la filiera: vigneti, produzioni e commercializzazione restano tra “compari”. «A Roma ne hanno tre (di locali) – spiega l’uomo dei clan di Cutro –, poi di fronte proprio piazza Venezia c’è il cognato che tiene un bar, proprio a piazza Venezia, la piazza che è sempre con loro e quello caccia vino, caccia tutto». Nel bar «fanno aperitivi, fanno cose… una bottiglia di vino lo sai quanto la pagano nel bar. Una volta che andiamo là noi, dobbiamo dire solo a lui e basta, poi se la vede lui». Perché «gli arriva pure da giù il vino, glielo portano… me ne ha regalato a me una confezione di Roccella Jonica, ha tutti i tipi di vino».
Commisso ha le idee piuttosto chiare e un pallino per uno dei vitigni più celebri d’Italia: «A Roma va il Chianti e dato che noi il Chianti ce l’abbiamo, noi andiamo là. Portiamo questa bottiglia, mi pare che un paio di bottiglie ce l’ho pure a casa io… perché se noi riusciamo a entrare… perché pure qua uno la porta perché se riusciamo a entrare in 30 ristoranti tra qua e Roma da una parte all’altra, ci fanno l’ordine di 10 scatole la volta, 10 cartoni la volta».







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