Traffico di reperti archeologici, le accuse vanno in prescrizione

Il procedimento “Purgatorio 3” nel 2015 portò all’arresto dei presunti membri un’associazione con base a Vibo che trafugava oggetti di valore dal sito di via Scrimbia. Al centro dell’inchiesta anche il clan Mancuso

VIBO VALENTIA Finisce in prescrizione il processo “Purgatorio 3” che vedeva figurare una serie di imputati accusati, a vario titolo, di una presunta associazione a delinquere finalizzata al traffico di reperti archeologici che avrebbe operato in provincia di Vibo con sede in via Scrimbia, nel cuore archeologico della città, dove era stato scavato un cunicolo per trafugare i reperti archeologici di valore. Nel luglio del 2015 era quindi scattata l’operazione che portò al sequestro del sito. Il reato associativo si fermava al febbraio del 2011. Da allora sono passati oltre otto anni e il reato associativo è oggi caduto definitivamente in prescrizione. L’indagine è nata nel settembre del 2010 da una più ampia attività condotta dalla sezione anticrimine del Ros di Catanzaro nei confronti proprio del clan “Mancuso”, egemone nel Vibonese. Nel mirino degli inquirenti era quindi finita una presunta associazione con base a Vibo ma operativa su un territorio interregionale (tra Calabria e Campania) e all’estero (in Svizzera). Il gruppo sarebbe stato dedito allo scavo ed alla successiva commercializzazione di reperti, provenienti principalmente dall’importante sito archeologico di “Scrimbia” (del VII Sec. a.C.), area sacra dell’antica città di Hipponion, denominazione dell’insediamento urbano della Magna Grecia che sorgeva nell’area dell’attuale Vibo Valentia. Proprio in questa zona, nel dicembre del 2010, i militari del nucleo Tpc di Cosenza e del Ros di Catanzaro avevano individuavano uno scavo clandestino, consistente in un vero e proprio tunnel lungo circa 40 metri, adeguatamente puntellato, dotato di prese di areazione e di una pompa idrovora, che dal garage di una abitazione privata conduceva nel sottosuolo del sito vincolato. Nella galleria vennero rinvenuti migliaia di reperti fittili e varie attrezzature occorrenti per le operazioni di scavo, sottoposte a sequestro insieme al cunicolo. Nel corso degli anni era caduta l’aggravante mafiosa e questo aveva notevolmente accorciato i tempi di prescrizione. Tra gli otto imputati figurava anche il defunto boss Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta”, ritenuto al vertice del presunto sodalizio. (Ansa)







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